L’Organizzazione mondiale della sanità ha diffuso l’ultimo bilancio sulla peste il 29 settembre scorso. Il bollettino relativo al periodo tra il 2019 e il 2025 in dieci Paesi registra 3847 casi sospetti e 423 decessi, con un tasso di mortalità dell’undici per cento. La maggior parte dei contagi si concentra nella Repubblica democratica del Congo e in Madagascar, dove la malattia resta endemica. L’Oms sottolinea tuttavia che la patologia può manifestarsi anche in Paesi che non segnalano casi ordinari, con un numero di eventi annuali variabile in base a tempistica, localizzazione ed entità delle epidemie.
Questa dinamica si intreccia con la vicenda avvenuta nella regione siberiana di Irkutsk, dove è morta la ventottenne Darya Shipilova, tecnica di laboratorio in un centro di ricerca sulle malattie infettive. Secondo la versione ufficiale, la ricercatrice avrebbe rotto una provetta contenente batteri vivi ed è deceduta due giorni dopo il ricovero in ventilazione assistita nell’ospedale di Shelekhov.
Le ombre sulla ricostruzione di Mosca e i dubbi degli esperti
I dettagli dell’incidente siberiano sollevano forti perplessità nella comunità scientifica internazionale. Le autorità locali hanno posto in quarantena cinque ospedali della regione e collocato quasi duecento persone sotto osservazione medica. Nonostante la comunicazione ufficiale inviata da Mosca all’Oms neghi ulteriori contagi, alcune fonti segnalano una seconda vittima. Kevin Esvelt, biologo e professore al Massachusetts Institute of Technology, esprime forti dubbi su X, evidenziando come il blocco fisico, il coinvolgimento dell’Fsb e l’uso di materiali pericolosi mal si concilino con un’infezione ordinaria gestibile con antibiotici profilattici. Secondo Esvelt, l’ipotesi che la Russia nasconda l’identità del patogeno sequenziato suggerisce la presenza di un agente ingegnerizzato resistente o di una potenziale arma pandemica. Anche l’epidemiologo russo Michael Favorov definisce ridicola la versione di Mosca al New York Post, ricordando che le tute protettive in uso nell’istituto rendono quasi impossibile il contagio per una semplice provetta rotta.
La situazione in Madagascar e le vie di trasmissione della peste
Secondo i dati Oms, In un solo anno, nel 2018, risultano 248 casi, per il novantotto per cento concentrati in Madagascar e nella Repubblica democratica del Congo.
Le manifestazioni cliniche sono molteplici. La più comune è la peste bubbonica, che forma ingrossamenti linfonodali al collo e all’ascella, febbre alta e cefalea, e porta alla setticemia in assenza di cure. Esiste poi una forma con sepsi ed emorragie che causa gangrena alle estremità, che la storia ha tramandato con il nome di morte nera. La peste polmonare, la variante più pericolosa, ha colpito la scienziata siberiana. Si tratta di una polmonite fulminante con tosse ed espettorato ematico, con una mortalità del cento per cento che supera il cinquanta per cento anche quando i medici la trattano con gli antibiotici adatti. L’incubazione varia da poche ore a sei giorni e il decesso può sopraggiungere in ventiquattro o quarantotto ore.
Terapie disponibili, diagnosi e la pressione geopolitica
Sul fronte terapeutico contrastano efficacemente l’infezione tradizionale gli antibiotici economici come gentamicina, ciproxin o tetracicline. Tuttavia, come rileva Esvelt, nel caso di armi pandemiche ingegnerizzate le profilassi e i vaccini risulterebbero inefficaci. Nella peste bubbonica ordinaria i medici stimano la mortalità tra il quindici e il diciassette per cento, contro il settantacinque per cento dell’era pre-antibiotica. Per la diagnosi esistono test precisi come la Pcr, difficili da impiegare nella savana dove prevale la valutazione clinica.
La vicenda ha superato i confini scientifici ed è diventata un caso geopolitico: la Casa Bianca segue da vicino la situazione, mentre il segretario di Stato Marco Rubio e gli esperti internazionali chiedono a Mosca la massima trasparenza per evitare che la Russia ripeta la gestione opaca che la Cina ha mostrato durante il Covid.







