Giuseppe Graviano vuole parlare ancora. Il boss mafioso di Brancaccio, condannato per le stragi del 1992 e del 1993, ha chiesto formalmente ai magistrati di Caltanissetta di ascoltarlo nell’inchiesta che per anni ha cercato eventuali mandanti esterni a Cosa nostra. Il tema che vuole riportare davanti al gip e alla Procura è uno dei più esplosivi della storia giudiziaria italiana recente: i rapporti che sostiene di avere avuto, direttamente o attraverso la propria famiglia, con Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri.
La richiesta arriva in un momento decisivo. La Procura di Caltanissetta ha chiesto infatti l’archiviazione della posizione di Dell’Utri, indagato per concorso nelle stragi del 1992. La posizione di Berlusconi, coinvolto nello stesso filone investigativo, era già uscita dal procedimento dopo la sua morte. Graviano interviene quindi proprio mentre l’indagine sembra avviarsi verso la chiusura e sostiene di avere elementi che meritano ancora un approfondimento.
Il suo avvocato, Antonio Sanvito, prova però a togliere immediatamente terreno alle interpretazioni più suggestive. La richiesta, spiega, non deve essere letta come «un messaggio occulto, criptato o subliminale». Graviano, sostiene il legale, vuole semplicemente riportare davanti ai magistrati dichiarazioni che aveva già pronunciato pubblicamente e a verbale nel 2020, durante il processo “‘Ndrangheta stragista” celebrato a Reggio Calabria.
Graviano vuole tornare sui rapporti con Berlusconi e Dell’Utri
Il punto centrale resta ciò che Graviano raccontò davanti alla Corte d’Assise di Reggio Calabria nelle udienze del 23 gennaio, 7 e 14 febbraio 2020. In quell’occasione il boss parlò di una presunta storia economica che avrebbe coinvolto la propria famiglia e un imprenditore del Nord Italia fin dai primi anni Settanta.
Secondo Graviano, suo nonno materno Filippo Quartararo, importante commerciante ortofrutticolo palermitano, avrebbe raccolto insieme ad altri soggetti circa venti miliardi di lire da investire nel settore edilizio al Nord. L’accordo, sempre secondo la versione del boss, avrebbe previsto per gli investitori una quota del 20 per cento dei futuri guadagni dell’imprenditore destinatario del capitale.
Graviano sostiene inoltre che l’intesa sarebbe stata fissata in una scrittura privata contenente nomi e quote degli investitori. Quartararo avrebbe successivamente incaricato Giuseppe Graviano e il cugino Salvatore di seguire la vicenda.
È all’interno di questa ricostruzione che Graviano inserisce anche il nome di Silvio Berlusconi, sostenendo di averlo incontrato personalmente in più occasioni.
Sono dichiarazioni di enorme peso, ma anche di enorme problematicità. Gli investigatori hanno già vagliato negli anni diversi racconti di Graviano e non li hanno ritenuti sufficientemente attendibili o riscontrati per arrivare a contestazioni giudiziarie definitive nei confronti di Berlusconi e Dell’Utri. Repubblica riferisce infatti che per gli inquirenti l’ultima iniziativa del boss rappresenterebbe anche un nuovo tentativo di ottenere un riconoscimento collaborativo utile rispetto al regime carcerario al quale è sottoposto.
Il nodo delle stragi del 1992
Il procedimento di Caltanissetta riguarda uno dei capitoli più delicati della stagione stragista di Cosa nostra. Nel 1992 la mafia assassinò Giovanni Falcone nella strage di Capaci e, meno di due mesi dopo, Paolo Borsellino in via D’Amelio. Dietro gli esecutori materiali e i vertici mafiosi che decisero gli attentati, per decenni le Procure hanno cercato di capire se esistessero anche interlocutori esterni all’organizzazione criminale.
Proprio all’interno di queste indagini sono comparsi negli anni i nomi di Berlusconi e Dell’Utri, iscritti in più occasioni nei registri degli indagati e poi usciti dai diversi procedimenti senza una condanna per le stragi.
Dell’Utri ha invece una storia giudiziaria distinta e già definita: nel 2014 la Cassazione confermò nei suoi confronti una condanna a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa per i rapporti intrattenuti con Cosa nostra fino al 1992. Quella sentenza non significa però che l’ex senatore abbia partecipato alle stragi, questione sulla quale l’indagine di Caltanissetta ha seguito un percorso autonomo.
È precisamente questa seconda ipotesi che la Procura ritiene ora di non poter sostenere, tanto da avere chiesto l’archiviazione.
Graviano e il silenzio al processo Dell’Utri
C’è un altro passaggio della storia che Graviano utilizza oggi per spiegare la propria richiesta di essere ascoltato. Nel 2009 il boss venne chiamato a testimoniare a Palermo nel processo a carico di Marcello Dell’Utri, ma decise di avvalersi della facoltà di non rispondere.
Anni dopo, durante il processo di Reggio Calabria, spiegò di avere già allora elementi che riteneva importanti ma di avere preferito attendere un possibile confronto processuale con il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza.
Spatuzza aveva infatti raccontato ai magistrati alcune conversazioni con Graviano nelle quali il boss avrebbe fatto riferimento a nuovi interlocutori politici capaci di garantire vantaggi a Cosa nostra. Quelle dichiarazioni contribuirono a riaprire una parte delle indagini sui rapporti tra mafia, politica e nascita della Seconda Repubblica.
Graviano ha sempre utilizzato una combinazione di mezze frasi, ricostruzioni successive e riferimenti a presunti rapporti economici per sostenere l’esistenza di una storia molto più ampia rispetto a quella accertata giudiziariamente. Proprio questo modo di procedere ha però alimentato negli investigatori dubbi sulla sua attendibilità.
«Nessun messaggio in codice»
È anche per questo che l’avvocato Sanvito insiste tanto sulla natura della nuova iniziativa. Il legale sa bene che ogni parola di Graviano viene interpretata alla luce della lunga tradizione mafiosa dei messaggi trasversali, delle allusioni e delle dichiarazioni calibrate per raggiungere interlocutori esterni.
Per questo precisa che la richiesta non contiene alcun messaggio cifrato. Graviano, sostiene, vuole semplicemente ribadire in una sede istituzionale quanto aveva già raccontato pubblicamente.
Il legale aggiunge però un particolare importante: alcuni aspetti delle dichiarazioni rese nel 2020 non sarebbero mai stati approfonditi fino in fondo e potrebbero invece risultare rilevanti proprio per il procedimento oggi davanti al gip di Caltanissetta.
Quali siano esattamente questi elementi resta il punto più interessante. Se Graviano vuole soltanto ripetere ciò che ha già detto, difficilmente le sue parole potranno cambiare un quadro che la Procura conosce da anni. Se invece intende aggiungere circostanze nuove e verificabili, spetterà ai magistrati stabilire se contengano elementi capaci di incidere sulla richiesta di archiviazione.
La Procura considera le vecchie dichiarazioni poco attendibili
Il problema principale per Graviano resta però la credibilità. Le sue dichiarazioni sui rapporti con Berlusconi e Dell’Utri hanno già attraversato interrogatori, processi e indagini senza produrre il risultato giudiziario che il boss sembra continuare a prospettare.
Secondo quanto ricostruito in queste ore, gli investigatori considerano molte delle sue precedenti affermazioni inattendibili o prive di riscontri sufficienti. La nuova lettera, quindi, non cambia automaticamente lo stato dell’inchiesta e non rappresenta una riapertura delle posizioni che la Procura vuole archiviare.
Il gip dovrà valutare la richiesta di archiviazione e potrà decidere se accoglierla, chiedere ulteriori approfondimenti o prendere in considerazione anche l’offerta di Graviano di rendere nuove dichiarazioni.
Per il boss, però, la mossa ha già ottenuto un risultato: riportare al centro dell’attenzione una storia che accompagna da più di trent’anni le indagini sulle stragi mafiose.
Berlusconi, Dell’Utri e il grande nodo dei mandanti esterni
Dal 1992 in poi le Procure hanno più volte cercato di capire se la strategia stragista di Cosa nostra avesse avuto soltanto obiettivi interni alla mafia oppure se avesse incrociato interessi politici, imprenditoriali o istituzionali esterni all’organizzazione.
È una delle domande più difficili lasciate aperte dalla stagione delle bombe. Su molte ipotesi gli investigatori hanno lavorato per decenni, accumulando testimonianze, intercettazioni, dichiarazioni di collaboratori di giustizia e documenti. Non tutte hanno superato il livello del sospetto investigativo e numerosi procedimenti si sono conclusi con archiviazioni o assoluzioni.
La nuova richiesta di Graviano si inserisce esattamente in questo terreno. Il boss sostiene di possedere ancora informazioni utili su Berlusconi e Dell’Utri, ma dovrà essere la magistratura a stabilire se dietro quelle parole ci sia qualcosa che non conosce già oppure l’ennesima riproposizione di racconti che non hanno trovato conferme sufficienti.
La tempistica rende comunque la sua iniziativa difficile da ignorare. La Procura chiede di chiudere l’indagine su Dell’Utri e Graviano risponde chiedendo di essere ascoltato ancora una volta.
A trentatré anni dalle bombe del 1992, quindi, l’ultimo capitolo della ricerca dei presunti mandanti esterni potrebbe giocarsi ancora una volta sulle parole di uno degli uomini che quelle stragi le organizzò davvero. La domanda, questa volta, non è soltanto che cosa Graviano voglia raccontare, ma se sia finalmente in grado di accompagnare le proprie dichiarazioni con qualcosa che per decenni è mancato: riscontri capaci di trasformare le accuse in prove.







