Gli italiani si confermano un popolo di risparmiatori, ma la ricchezza accantonata incontra crescenti ostacoli nel trasformarsi in investimento produttivo a sostegno dell’economia reale. È quanto emerge dall’Indagine sul Risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani 2026, curata da Intesa Sanpaolo e Centro Einaudi su un campione rappresentativo di 1.800 famiglie. Nel 2026, il 56% degli italiani è riuscito ad accantonare risorse. Mettendo da parte in media l’11,9% del proprio reddito disponibile. Quota che sale al 14,9% tra i laureati e tocca il 20% tra i lavoratori indipendenti. La scelta di risparmiare risponde in primo luogo a finalità precauzionali. Il 40% accantona per affrontare imprevisti, il 19% per la pensione, il 19% per la casa e l’11% per i figli. Soltanto il 6% destina risorse a investimenti da definire. Mettere da parte denaro è considerato un gesto indispensabile dal 28% degli intervistati e riconosciuto come utile dal 94% del campione.
Gli italiani non amano il rischio
Spese oculate e forte avversione al rischio sono due caratteristiche cardine della propensione all’investimento delle famiglie. Il clima d’incertezza globale ha impresso una forte virata difensiva ai comportamenti finanziari. Il tasso di avversione al rischio ha raggiunto nel 2026 il livello record di 33,6 (a fronte del 20,5 registrato nel 2025 e dell’8,1 del 2017).
A mostrare il profilo più cauto è a sorpresa la popolazione più giovane: tra i 18 e i 24 anni l’indice d’avversione al rischio tocca quota 84% . Risulta in generale più pronunciata tra le donne, con picchi massimi tra i disoccupati e i cittadini con minore istruzione.
Portafogli poco diversificati e la fuga dalla stasi della liquidità
L’elevata prudenza fa sì che quasi il 72% di chi investe possiede portafogli scarsamente o per nulla diversificati, concentrando anziché frazionare il rischio. Su questo quadro pesa un’alfabetizzazione finanziaria fragile, dove solo il 36% degli italiani sa che un fondo azionario è meno rischioso rispetto alla detenzione di una singola azione.
Sotto il pressing dell’inflazione, l’orientamento verso la pura tutela del capitale è sceso al 48,8% (era al 62,2% nel 2019), poiché cresce la consapevolezza che lasciare i fondi immobili comporti un’erosione del potere d’acquisto. L’orientamento verso la liquidità pura si attesta al 18,7%. Complessivamente, la liquidità su conto corrente è rientrata verso il 50% del patrimonio finanziario, dopo aver toccato il 68% nel 2023, evidenziando uno spostamento verso strumenti remunerati e obbligazioni.
Il mercato immobiliare: la casa resta centrale
L’immobile rappresenta ancora il perno della ricchezza familiare, pesando per due terzi su un patrimonio medio stimato in circa 320.000 euro, con il 79% degli intervistati che risiede in una casa di proprietà. Nel 2025 le compravendite hanno toccato quota 767.000 unità (pari al 97,5% dei volumi pre-2008).
Tuttavia, la percezione del “mattone” come investimento sicuro prosegue il suo ridimensionamento: lo considera tale il 66% del campione, in calo rispetto al 67,5% del 2025 e al 72,6% del 2024. Si afferma una visione duale della casa: se il 23,5% reputa utile l’immobile per integrare il reddito in età anziana, solo il 5% si dice disposto a cederne la nuda proprietà. In caso di conversione in rendita vitalizia a 65 anni, il patrimonio immobiliare medio garantirebbe circa 12.140 euro all’anno, coprendo circa il 29% del reddito da lavoro mediano (pari a 41.000 euro annui).
Gli strumenti finanziari: primato del risparmio gestito
Nell’ambito dei prodotti finanziari, il 2026 evidenzia il primato delle forme gestite e del reddito fisso. Il risparmio gestito è favorito dal 30% del campione, con un indice di soddisfazione record. Il 23% ha optato per il mercato delle obbligazioni. Sul fronte azionario gli italiani si dimostrano ancora molto timidi con una quota, tra i piccoli investitori, che non raggiunge l’8%.
A frenare gli acquisti sono il timore di perdere il capitale (78,5%) e la mancanza di esperienza (60,9%), nonostante chi investe in borsa esprima un livello di soddisfazione molto elevato.
Previdenza e coperture assicurative
Sul fronte del welfare, gli italiani mantengono un’elevata fiducia nella previdenza pubblica, dove il tasso di sostituzione atteso tra pensione e reddito lavorativo sale dal 70,5% al 79,6%. Al contrario, la previdenza integrativa stagna al 22%, penalizzata da problemi di liquidità (30% dei motivi di mancata adesione) e scarsa conoscenza dei vantaggi fiscali (ignoti al 68,7% degli aderenti). Le polizze assicurative restano marginali: il ramo vita copre il 26,7%, le coperture sanitarie il 16,9% e la long-term care il 13,9%.
Il quadro delineato dal report si arricchisce delle analisi del sindacato First Cisl, che denunciano un marcato allargamento della forbice sociale negli ultimi quindici anni.
Il 5% più ricco della popolazione (1,3 milioni di famiglie) detiene oggi il 50% della ricchezza nazionale (contro il 40% di 15 anni fa). Alla metà meno abbiente (13 milioni di famiglie) resta appena il 7% della ricchezza. Il ceto medio ha visto erodere tra un quarto e un terzo delle proprie disponibilità al netto dell’inflazione. La ricchezza delle famiglie italiane è cresciuta del 22% negli ultimi 10 anni, il dato più basso dell’Eurozona, la cui media si attesta al +60%, con la Germania al +87%.
La sfida della tecnologia
L’approfondimento sull’innovazione tecnologica restituisce l’immagine di un Paese diviso: il 28,2% degli italiani non utilizza internet, mentre il 27,9% è un utente pienamente integrato. Nel rapporto quotidiano con la banca, la filiale fisica mantiene la leadership, scelta in via prevalente dal 58,1% degli intervistati, a fronte del 26,5% che adotta un modello misto e del 12,8% che opera tramite app mobile.
Il 33% dichiara di non fidarsi affatto degli strumenti digitali, il 76% teme le frodi e il furto di dati: il 25% degli intervistati ha avuto esperienza diretta o indiretta di truffe sul web. Forte opposizione all’automazione totale degli investimenti via IA su cui è radicato l’87% degli intervistati. Meno del 2% degli utenti usa criptovalute, mentre l’88% non le conosce o non ne è interessato. L’innovazione viene accolta favorevolmente solo quando aumenta la trasparenza – come le notifiche di spesa (52%) o l’analisi predittiva per il bilancio familiare (36%) -, mentre viene respinta quando richiede delega automatizzata.
Investimenti e innovazione
In conclusione, lo studio rileva un interessante paradosso: i risparmiatori definibili “analogici” (58,1% del totale) risultano più presenti nei mercati finanziari rispetto ai risparmiatori “digitali” (41,9%), possedendo più fondi di investimento (21,7% contro 16,7%), più gestioni patrimoniali (11,5% contro 8,2%) e più Etf (4,6% contro 2,7%). La confidenza con lo smartphone non si traduce quindi automaticamente in competenze di investimento, confermando come per le decisioni finanziarie rilevanti la consulenza umana in filiale (indicata dal 69% degli intervistati) rimanga il punto di riferimento imprescindibile.







