A cinque mesi dall’inizio delle ostilità nel Golfo Persico, l’economia italiana vacilla sotto il peso di rincari senza precedenti. Secondo l’Ufficio studi della Cgia, famiglie e imprese si preparano a pagare un conto salatissimo per elettricità, gas e carburanti. Mentre il Governo cerca ossigeno a Bruxelles, le regioni manifatturiere del Nord e il Mezzogiorno affrontano sfide asimmetriche ma egualmente drammatiche.
La guerra in Medio Oriente ha innescato una reazione a catena sui mercati energetici globali che oggi si traduce in una cifra da capogiro: 28,9 miliardi di euro di costi aggiuntivi per il consumo di energia elettrica, gas e carburanti. Il peso maggiore di questo aggravio ricadrà sul comparto dei carburanti. Benzina e diesel, fondamentali per il trasporto merci e la mobilità privata, vedranno un’impennata della spesa complessiva pari a 13,6 miliardi, avverte la Cgia, segnando un +20,4% rispetto al 2025.
Non meno preoccupante è la situazione delle bollette domestiche e industriali. L’energia elettrica costerà agli italiani 10,2 miliardi in più (+12,9%), mentre per il gas si prevede un extra costo di 5 miliardi (+14,6%). Sebbene la variazione percentuale del gas sia superiore a quella dell’elettricità, l’impatto assoluto di quest’ultima è maggiore a causa del volume complessivo della spesa nazionale. In Lombardia i costi maggiori. La Calabria, invece, registra la variazione percentuale più alta d’Italia per quanto riguarda il totale delle spese energetiche (luce, gas e carburanti), con un incremento del 17,8% rispetto al 2025
Il Mezzogiorno e la trappola dei distributori di benzina
Se guardiamo alla distribuzione territoriale dei rincari, emerge una spaccatura netta. Sul fronte dei carburanti, il Mezzogiorno è la macro-area che subisce l’incremento percentuale più elevato (+21,1%). La Basilicata guida questa triste classifica con un aumento del 21,6% (pari a 118 milioni di euro), seguita a ruota da Campania e Puglia, entrambe al 21,3%. In termini assoluti, la Campania si trova a gestire un aggravio di oltre un miliardo di euro solo per benzina e diesel. I prezzi alla pompa, che nell’ultima settimana hanno toccato 1,91 euro/litro per la benzina e 2,04 euro/litro per il diesel, stanno colpendo duramente le regioni dove il trasporto su gomma è spesso l’unica opzione di mobilità e logistica. Rispetto all’inizio delle ostilità, il diesel ha registrato un rincaro shock del 18,5%.
Il caro bollette al Nord
Spostando l’analisi sui costi di elettricità e gas, il baricentro della sofferenza economica si sposta verso il cuore produttivo del Paese. La Lombardia è la regione più colpita in termini assoluti, con una stangata complessiva di 5,4 miliardi di euro (+15,1% rispetto al 2025). Di questi, ben 2,2 miliardi derivano esclusivamente dai rincari della luce.
L’Emilia-Romagna e il Veneto seguono con aggravi rispettivamente di 3 miliardi (+16,1%) e 2,9 miliardi (+15,8%). Queste tre regioni, da sole, rappresentano la spina dorsale della manifattura italiana e l’impennata dei costi energetici mette a rischio la competitività internazionale di migliaia di imprese.
I dati sui prezzi di borsa spiegano la violenza dell’impatto: il costo dell’energia elettrica è balzato dai 106,7 euro/MWh di fine febbraio ai 161,2 euro attuali (+51,2%). Ancora più drastico il volo del gas, schizzato del 71,6%, passando da 32,4 a 57 euro/MWh in soli cinque mesi. Il gas registra un costo addizionale di 5 miliardi (+14,6% nazionale). In termini percentuali i rincari più alti si concentrano nelle regioni alpine e del Nord-Est: in Valle d’Aosta (+15,4%), Trentino-Alto Adige (+15,1%) e Friuli-Venezia Giulia (+15,0%).
In termini assoluti la Lombardia è la più colpita con 1,2 miliardi di euro di extra costi, seguita da Emilia-Romagna (+710 milioni) e Veneto (+611 milioni). La Sardegna, a causa della limitata metanizzazione, registra l’aumento più basso: solo 1 milione di euro.
Il quadro degli aumenti
Il quadro degli aumenti complessivi per ogni regione, ordinato per l’impatto economico assoluto (dal più alto al più basso), è il seguente. Lombardia +5.402 milioni di euro (+15,1%); Emilia-Romagna +3.011 milioni (+16,1%), Veneto +2.952 milioni (+15,8%), Lazio +2.272 milioni (+16,3%) e Piemonte +2.118 milioni (+15,4%). Seguono, Toscana +1.935 milioni (+15,9%), Sicilia +1.845 milioni (+17,0%), Campania +1.840 milioni (+17,0%) e Puglia +1.578 milioni (+16,5%).
Soto il miliardo di aumenti si trovano Friuli-Venezia Giulia +820 milioni (+15,5%), Marche +749 milioni (+16,4%), Calabria +746 milioni (+17,8%), Trentino-Alto Adige +687 milioni (+16,5%), Abruzzo: +685 milioni (+16,5%), Sardegna +673 milioni (+16,5%) e Liguria +626 milioni di euro (+15,9%). In fondo alla classifica degli aumenti ci sono Umbria +507 milioni (+16,1%), Basilicata +243 milioni (+16,3%), Molise +146 milioni (+16,6%) e Valle d’Aosta +76 milioni (+15,7%).
La risposta del Governo: tra sussidi e vincoli europei
Il Governo non è rimasto a guardare, ma le risorse finora messe in campo appaiono insufficienti di fronte all’entità della crisi. Dallo scoppio del conflitto tra USA e Iran, sono stati stanziati 7 miliardi di euro: 5 miliardi per calmierare le bollette di luce e gas e 2 miliardi per il taglio delle accise sui carburanti. Secondo l’Ufficio studi della Cgia, questi aiuti coprono solo un quarto (circa il 25%) del rincaro stimato. Per questo motivo, l’Esecutivo sta pianificando un ulteriore intervento da 7 miliardi di euro entro l’autunno, portando il sostegno totale a 14 miliardi.
Tuttavia, questa manovra è appesa a un filo diplomatico: l’Italia ha bisogno che l’Unione europea conceda una clausola di salvaguardia che permetta di sforare il rapporto deficit/Pil senza innescare procedure di infrazione. La speranza è che Bruxelles consenta di non conteggiare queste spese straordinarie nel calcolo del deficit. I prezzi dei carburanti corrono verso il picco segnato nel 2022.
Il confronto con il biennio seguito all’invasione russa dell’Ucraina, è impietoso. All’epoca, ricorda la Cgia, Bruxelles autorizzò riduzioni dell’Iva, introdusse un tetto al prezzo del gas e permise contributi di solidarietà sugli extraprofitti delle multinazionali dell’energia. Mentre oggi resta inascoltata la richiesta di attuare il disaccoppiamento tra il prezzo del gas e quello dell’energia elettrica, una riforma strutturale che consentirebbe di ridurre la vulnerabilità del mercato europeo agli shock geopolitici.
I numeri della CGIA descrivono un’Italia che sta pagando un prezzo altissimo per un conflitto lontano. Con un’inflazione energetica che corre al 16% medio nazionale, il rischio di una recessione tecnica è concreto. Le imprese energivore e il settore dell’autotrasporto sono in prima linea, ma l’onda d’urto sta già raggiungendo i carrelli della spesa di milioni di famiglie.






