Ex Ilva, la Corte d’Appello di Milano conferma lo stop: altiforni verso lo spegnimento definitivo

La sezione imprese della Corte d’Appello di Milano ha confermato il blocco dell’area a caldo del polo siderurgico dell’ex Ilva di Taranto, respingendo anche la seconda richiesta di sospensiva presentata da Ilva e da Acciaierie d’Italia, entrambe in amministrazione straordinaria. Il provvedimento, depositato a seguito dell’udienza del 30 settembre, ribadisce senza esitazioni la linea giudiziaria già tracciata lo scorso 11 settembre, reiterando lo stop agli altiforni.

Il collegio giudicante, presieduto da Giuseppe Ondei, ha evidenziato come, a prescindere dalle valutazioni di merito, la tutela del diritto alla salute risulti comunque prevalente. A sostegno di tale impostazione, la Corte ha richiamato sia la giurisprudenza comunitaria sia il dettato dell’articolo 41 della Costituzione italiana (nella formulazione modificata nel 2022), il quale sancisce espressamente che l’iniziativa economica privata non può svolgersi in modo da recare danno alla salute o all’ambiente.

Ex Ilva, udienza in Cassazione e fermata esecutiva

Le società avevano motivato l’istanza di sospensione evidenziando la data del 20 ottobre, giorno in cui è fissata l’udienza davanti alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione per discutere i ricorsi straordinari depositati da Ilva e Acciaierie d’Italia. Per i magistrati di Milano, tuttavia, la semplice calendarizzazione del giudizio di legittimità non rappresenta un elemento nuovo tale da alterare il quadro processuale o da modificare la gerarchia degli interessi tutelati. Pertanto, l’ordine di spegnimento resta a tutti gli effetti pienamente esecutivo ed efficace.

Scadenza del 26 ottobre e corsa verso il “preriscaldo”

Il decreto originario che disponeva lo stop dell’area a caldo era stato emesso il 27 luglio dalla stessa Corte d’Appello e prevedeva una finestra d’attuazione di 90 giorni, la cui scadenza naturale cade il 26 ottobre. Nella pratica, lo stabilimento di Taranto si trova già nelle fasi conclusive del blocco operativo: a seguito del provvedimento estivo non sono stati effettuati nuovi ordini di materie prime, portando al progressivo esaurimento delle scorte. Gli impianti ancora attivi si stanno avviando verso la condizione di preriscaldo, una fase di minimo tecnico che azzera la produzione.

Ex Ilva, le ricadute occupazionali e la cassa integrazione

La fermata della produzione nell’area a caldo dell’ex Ilva comporta pesanti riflessi sul piano sociale. Acciaierie d’Italia si appresta infatti a formalizzare un incremento del numero di lavoratori coinvolti dalla cassa integrazione. Attualmente, l’autorizzazione rilasciata dal ministero del Lavoro copre un totale di 4.500 addetti del gruppo, dei quali circa 3.800 impiegati nello stabilimento tarantino.

Il piano del Governo per l’ex Ilva

La magistratura avrà l’ultima parola. Ma il Governo sta insistendo sulla possibilità di dare un futuro allo stabilimento. Chiusi gli altiforni si pensa a sfruttare le potenzialità dell’area a freddo.  Il piano d’azione governativo si articola su tre capitoli principali: la gestione delle gare in corso per l’individuazione di un nuovo acquirente, l’attivazione di misure sociali di sostegno e l’avvio di progetti di reindustrializzazione per il riassorbimento della manodopera in esubero.  

Per affrontare le ricadute occupazionali della transizione, si prevede un massiccio ricorso alla cassa integrazione straordinaria, affiancata da esodi incentivati e prepensionamenti. Tra le ipotesi sul tavolo c’è anche lo “scivolamento pensionistico” proposto dal presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro, destinato ai lavoratori diretti, indiretti e dell’indotto legati al ciclo integrale dell’area a caldo.

Decarbonizzazione e lo stato delle offerte industriali

Sul piano industriale, la strategia del Governo conferma la centralità del polo siderurgico tarantino, impostando la produzione futura su modelli sostenibili. Il progetto prevede la transizione verso la decarbonizzazione e il green tramite forni elettrici alimentati ad impianti DRI per il preridotto, con la riassegnazione di 800 milioni di euro destinati a tale scopo.

Per quanto riguarda il processo di vendita dello stabilimento dall’amministrazione straordinaria, sono diverse le manifestazioni d’interesse in campo. Tra i soggetti interessati figurano una cordata italiana promossa da Federacciai (focalizzata sui comparti di laminazione e zincatura), il gruppo indiano Jindal e investitori americani, oltre ad altri operatori in fase di chiarimento. Il termine corrente per la presentazione delle offerte finali è fissato al 15 ottobre, ma è al vaglio una proroga dei tempi. Successivamente alla scadenza, la fase di valutazione delle proposte richiederà circa due mesi prima di avviare la trattativa finale. Ultimo passo, il 20 ottobre, l’udienza davanti alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione per discutere i ricorsi straordinari.