Il quadro finanziario complessivo dei Comuni italiani è strutturalmente solido: il 93,9% degli enti locali gestisce i propri bilanci in salute.
I Comuni in crisi sono 484. Nello specifico le procedure riguardano 227 dissesti, 256 riequilibri finanziari pluriennali e 2 piani bocciati.
Le crisi di bilancio coinvolgono direttamente circa 6,5 milioni di residenti e sommano una massa passiva stimata in 6,2 miliardi di euro. In situazioni del genere si riesce a malapena a gestire l’ordinario.
È quanto emerge dalla relazione al Parlamento della Corte dei conti sui Comuni in situazione di crisi finanziaria.
Dall’introduzione della normativa vigente, le procedure attivate sono state complessivamente 1.448 (818 dissesti e 630 riequilibri), riferite a 1.033 Comuni, a dimostrazione di una marcata tendenza alla recidiva. Nel solo 2025 si sono aggiunte 65 nuove procedure: 23 dissesti, 39 riequilibri, una revoca e due tentativi inefficaci di avviare il risanamento economico dell’ente.
La mappa della crisi
La crisi finanziaria degli enti locali ha una mappa ben precisa, dominata da tre regioni del Sud. Sicilia, Calabria e Campania da sole concentrano il 63,6% di tutte le procedure attivate e l’80,4% dei dissesti dichiarati negli ultimi cinque anni.
Il 55% dei Comuni calabresi ha sperimentato almeno una procedura di crisi nella sua storia. In Sicilia è accaduto al 41% degli enti locali ed in Campania al 39% delle amministrazioni cittadine.
Seguono a distanza il Lazio (8,3%) e la Puglia (6,2%), mentre nel resto del Paese il fenomeno assume contorni marginali o si risolve con chiusure anticipate dei piani di rientro. Come sottolinea la magistratura contabile nella relazione, in queste aree geografiche le difficoltà finanziarie non possono essere ridotte a semplici prassi cattive di singole amministrazioni, ma riflettono squilibri socio-economici, debolezza organizzativa e criticità del sistema multilivello.
Le amministrazioni in difficoltà
I piccoli Comuni, fino a 5.000 abitanti, rappresentano la quota maggioritaria degli enti in crisi, 269. Spesso sotto organico, lamentano carenze di supporto tecnico diretto e necessitano di affiancamento gestionale. Per la Corte dei conti occorre potenziare entrambi. I grandi Comuni (con più di 30.000 abitanti) in crisi sono 47. Per loro il problema è inverso, l’elevata complessità organizzativa. Per questa fascia la Corte propone di estendere il modello dei “Patti con il Governo” già sperimentato con successo in grandi metropoli come Napoli e Palermo. Un sistema di gestione basato su risorse dedicate, cronoprogrammi vincolanti e monitoraggio continuo. I Comuni intermedi (5.000-30.000 abitanti) in difficoltà sono 169. Per loro la Corte suggerisce un percorso graduato tra affiancamento e accordi di Patto in base alla gravità dello squilibrio.
Tempi infiniti e “effetto recidiva”
Uno dei nodi più drammatici messi a nudo dalla Corte dei conti riguarda la scarsa efficacia e l’eccessiva lentezza delle procedure di risanamento attualmente previste dal Testo unico degli enti locali. Per la Corte la procedura di riequilibrio finanziario pluriennale, il cosiddetto pre-dissesto, introdotta nel 2012 per evitare lo stigma del fallimento, ha mostrato tassi di successo bassissimi. Solo il 16,1% dei riequilibri avviati si è formalmente concluso con successo, mentre il 35,2% è sfociato direttamente nel dissesto. Tra i 23 dissesti aperti nel 2025, ben 14 arrivavano dal fallimento di un precedente piano di riequilibrio.
Procedure lunghe fino a 6 anni
La durata legale del dissesto dovrebbe essere quinquennale, ma nella realtà la procedura si trasforma in una palude burocratica. Delle 175 procedure chiuse dal 2007 a oggi, appena il 17,1% ha rispettato i 5 anni previsti. Quasi la metà (48,6%) ha impiegato tra i 6 e gli 8 anni e ben 99 dei 227 dissesti attivi a fine 2025 hanno ampiamente superato il decennio.
Si contano oltre 60 casi di Comuni che sono ricorsi alla procedura per almeno due volte, fino ad arrivare a casi limite di enti con quattro procedure di crisi consecutive o sovrapposte.
Particolarmente complessa appare la situazione nelle città di medie e grandi dimensioni (oltre 50.000 abitanti). Qui, la massa dei debiti fuori bilancio, la crisi di cassa e la sofferenza nei pagamenti rischiano di generare un “avvitamento” permanente, dove l’emergenza quotidiana divora ogni capacità di programmazione e di erogazione dei servizi essenziali ai cittadini.
Riequilibrio delle responsabilità e tutela dei creditori
La Corte ritiene necessario superare la netta separazione tra la gestione commissariale e gli organi elettivi dell’ente, e introdurre norme idonee a bloccare la maturazione perpetua degli interessi sui vecchi debiti dopo la liquidazione. Occorre infine coinvolgere responsabilmente le comunità locali, dicono i magistrati contabili, migliorando la compliance fiscale e ricostruendo un rapporto trasparente tra risorse incassate e servizi offerti.







