Liste d’attesa, ostacoli economici e distanze da percorrere accrescono il numero degli italiani che rinunciano a curarsi. Sono ormai il 9,9% della popolazione, 5,8 milioni di persone. L’esplosione di questo dato registrato dall’Istat e rilanciato con preoccupazione dall’ultimo rapporto di Fondazione Gimbe fotografa una crisi di accesso alla sanità pubblica che cresce a ritmi serrati. Nel 2022 la quota si attestava al 7%, dunque 4,1 milioni di cittadini, mentre nel 2023 era arrivata al 7,6%, 4,5 milioni di persone. Un milione e 700mila rinunciatari in più in soli 2 anni.
Oggi la rinuncia alle cure appare distribuita in modo quasi omogeneo lungo la penisola, toccando il 9,2% al Nord, il 10,7% al Centro e il 10,3% nel Mezzogiorno. A fronte di questo quadro che si presenta abbastanza critico per i cittadini, il bilancio ufficiale del ministero della Salute relativo al monitoraggio dei Livelli essenziali di assistenza presenta un esito di segno totalmente opposto: ben 18 Regioni e Province autonome su 21 sono risultate “promosse”.
Il Nuovo sistema di garanzia dei Lea
Il Nuovo sistema di garanzia valuta l’erogazione dei Lea attraverso 27 indicatori “core” suddivisi in tre macro-aree: prevenzione collettiva, assistenza distrettuale e assistenza ospedaliera. Per risultare adempiente, una Regione deve raggiungere la soglia di 60 punti su 100 in ciascuna area. Nel 2024, evidenzia nel suo report Fondazione Gimbe, le Regioni considerate inadempienti sono scese a tre: la Calabria (insufficiente nell’area distrettuale con 52 punti), la Provincia autonoma di Bolzano (59 punti nella prevenzione) e la Sicilia (49 punti nella prevenzione).
Nelle prime posizioni figurano invece Veneto (288 punti), Emilia-Romagna (282) e Toscana (280), seguite da Piemonte (272), Provincia autonoma di Trento (271) e Lombardia (270). Nelle ultime sette posizioni, con l’eccezione della Provincia autonoma di Bolzano (206 punti), si concentrano unicamente Regioni del Mezzogiorno: Calabria (189), Molise (192), Sicilia (196), Basilicata (205) e Campania (209).
L’unica Regione del Sud presente tra le prime dieci posizioni è la Puglia, al decimo posto con 242 punti. Rispetto al 2023, i balzi in avanti più marcati nel punteggio totale sono stati compiuti dalla Valle d’Aosta (+48 punti) e dall’Abruzzo (+47 punti).
Liste d’attesa, ostacoli economici e la barriera della distanza
La principale causa di rinuncia è rappresentata dalle liste d’attesa. Cui seguono le difficoltà economiche. I due fattori si alimentano reciprocamente: quando i tempi della sanità pubblica si allungano a dismisura, l’unica alternativa diventa il ricorso alle strutture private, il cui costo non è sostenibile per tutti. Di conseguenza, la percentuale di persone che ha pagato interamente di tasca propria visite ed esami specialistici è balzata dal 19,9% nel 2023 al 23,9% nel 2024.
A queste barriere si aggiunge il fattore logistico della distanza geografica, che penalizza in modo particolare chi risiede nelle aree interne o montane, non guida o dipende dai familiari per gli spostamenti. Sempre in termini di distanze, c’è da dire che la riorganizzazione dei servizi sul territorio si dimostra spesso più un ostacolo che un vantaggio. Alcuni servizi di specialistica sono stati ad esempio unificati negli ospedali maggiori, che specie nelle regioni del Mezzogiorno, si trovano nei capoluoghi di provincia. Per alcune specialistiche si rende così necessario calendarizzare visite periodiche alle quali non tutti i pazienti riescono a presentarsi con regolarità
Dove si concentra il risparmio delle famiglie e i rischi per la salute
I tagli alle spese sanitarie effettuati dalle famiglie emergono anche dalle rilevazioni del Rapporto Italia 2026 dell’Eurispes. Al primo posto tra le prestazioni sacrificate figurano i controlli periodici di prevenzione, indicati dal 34,6% degli intervistati (in forte aumento rispetto al 27,2% registrato nel 2025), seguiti dalle cure odontoiatriche (32,1%), dalle visite specialistiche (23,4%), da terapie e interventi medici (19,8%) e dall’acquisto di farmaci (15,7%).
La rinuncia alla prevenzione e ai controlli di routine per condizioni asintomatiche come ipertensione, ipercolesterolemia o iperglicemia comporta il rischio concreto di diagnosi tardive, che spesso emergono solo in concomitanza con eventi acuti come infarti o ictus.
Le diseguaglianze territoriali, di genere e la vulnerabilità lavorativa
I dati forniti da Istat e Fondazione Gimbe mostrano profonde differenze anche in base al genere, alla condizione occupazionale e alla Regione di residenza. E non sono i soli. La Corte dei conti ha segnalato che in Sardegna la quota di rinuncia complessiva raggiunge il 17,2% (quasi una persona su cinque), mentre a livello nazionale tra le donne la percentuale si attesta al 13%. Sul fronte dei farmaci, sostiene Eurispes, la rinuncia varia dal 12,9% nel Nord-Est al 24,1% nel Sud e al 21,2% nelle Isole.
C’è poi un altro dato. Tra chi è in cerca di occupazione, il 58,6% dichiara di aver rinunciato ai controlli di prevenzione e il 52,6% alle cure odontoiatriche. Tra i lavoratori in cassa integrazione le percentuali si mantengono elevate (57,6% per la prevenzione e 45,5% per l’odontoiatria), con quasi quattro persone su dieci (39,4%) che raccontano di aver rinunciato all’acquisto di medicinali.
Il paradosso ministeriale del “60 politico”
La concomitanza tra l’aumento delle rinunce e l’incremento delle Regioni promosse, salite da 13 a 18 rispetto al 2023, costituisce il cuore del paradosso evidenziato dall’analisi della Fondazione Gimbe. Come sottolineato dal presidente, Nino Cartabellotta, il giudizio ministeriale finisce per non documentare un reale miglioramento della sanità pubblica, ma alimenta dubbi sull’adeguatezza del sistema di valutazione.







