Uscita anticipata a 64 anni con il calcolo contributivo, lo scoglio delle coperture e l’idea di una “sovvenzione” dal settore bancario

Con la fine della pausa estiva, il governo si trova ad affrontare una delle sfide più delicate della legislatura: la definizione della Manovra 2027. Trattandosi dell’ultima legge di bilancio prima delle prossime elezioni, il valore politico della partita è altissimo, sebbene i margini di manovra finanziaria rimangano estremamente limitati. Al centro del dibattito politico si colloca ancora una volta il tema della previdenza, un terreno su cui la maggioranza dovrà mediare tra le promesse elettorali dei partiti e la ferrea necessità di garantire la tenuta dei conti pubblici. La coperta è sempre più corta. Lo ha ricordato anche al forum di Cernobbio il ministro dell’economia, Giancarlo Giorgetti.

Lo scenario: l’innalzamento automatico dell’età pensionabile

A partire dal 2027, il sistema previdenziale italiano si prepara a un nuovo innalzamento dei requisiti per il pensionamento, legato all’adeguamento automatico alla speranza di vita. L’età per accedere alla pensione di vecchiaia salirà inizialmente a 67 anni e un mese, a cui si aggiungeranno altri due mesi di incremento nel 2028.

Le proiezioni a lungo termine delineano una traiettoria di progressivo rinvio dell’uscita dal lavoro: nel 2029 è atteso un ulteriore aumento di due mesi, seguito da adeguamenti biennali che, se il meccanismo attuale non venisse modificato, potrebbero portare l’età pensionabile a 70 anni nel 2067. È contro questo automatismo che la Lega ha deciso di dare battaglia, con il leader Matteo Salvini che ha indicato come priorità il congelamento della legge Fornero per consentire uscite anticipate rispetto ai requisiti ordinari. E per le risorse si pensa ad una “sovvenzione” dal sistema bancario. Ipotesi che non piace a Forza Italia e su cui FdI non si è espressa chiaramente.  

La proposta di flessibilità: uscita a 64 anni con calcolo contributivo

La soluzione su cui sta lavorando il Carroccio è un canale di flessibilità in uscita che consenta di ritirarsi dal lavoro a 64 anni. Secondo il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon, questa misura risponderebbe anche alle profonde trasformazioni del mercato occupazionale, oggi accelerate dalla diffusione dell’intelligenza artificiale. Offrire una via d’uscita anticipata ridurrebbe inoltre la centralità del dibattito sull’innalzamento dei requisiti dal 2027.

La proposta prevede però una condizione strutturale: l’assegno previdenziale verrebbe calcolato con il sistema interamente contributivo. Se per i lavoratori che hanno iniziato a versare contributi dal 1° gennaio 1996 questo rappresenta già il metodo ordinario, rimangono ancora nodi decisivi da sciogliere, come la definizione di una soglia economica minima di accesso e l’anzianità contributiva richiesta.

Il nodo dei costi e il tramonto di “Quota 41”

La sostenibilità economica rappresenta il principale ostacolo per la riforma. Il semplice congelamento dell’aumento dell’età pensionabile previsto per il 2027 avrebbe un costo superiore al miliardo di euro, al quale andrebbe sommato l’impatto finanziario delle nuove uscite a 64 anni.

Per finanziare la misura, la Lega propone di attingere a un contributo di solidarietà dal settore bancario, un’ipotesi destinata a riaccendere tensioni all’interno della maggioranza, in particolare con Forza Italia. Nel frattempo, lo scenario finanziario sembra chiudere le porte a Quota 41 (la pensione con 41 anni di contributi a prescindere dall’età): per questa storica bandiera leghista non vi sono attualmente risorse sufficienti.

La scure dei tagli: la forte opposizione della Cgil

La proposta dell’uscita a 64 anni incontra la netta opposizione della Cgil, che ne denuncia la pesante penalizzazione economica per i lavoratori che ricadono nel sistema misto (ovvero coloro che hanno iniziato a lavorare prima del 1996). Secondo l’Osservatorio previdenza del sindacato, il ricalcolo interamente contributivo comporterebbe la perdita di centinaia di euro al mese.

I calcoli pubblicati sulla newsletter Collettiva stimano perdite consistenti a seconda della fascia retributiva. Con una retribuzione annua di 35.000 euro (con 40 anni di contributi) l’assegno mensile passerebbe dai circa 1.726 euro del sistema misto a 1.543 euro con il contributivo, determinando un taglio di oltre 182 euro al mese. L’assegno perderebbe il 10,6%. Con una retribuzione di 50.000 euro la perdita stimata sale a 261 euro mensili. Con una retribuzione di 70.000 euro la decurtazione supererebbe i 365 euro al mese.

La perdita reale, avverte il sindacato, rimane comunque variabile e strettamente legata alla storia retributiva e agli anni di contribuzione accumulati prima del 1996.

Uno sguardo al futuro: il “Fondo previdenziale alla nascita”

Parallelamente alle misure di flessibilità in uscita, il ministero del Lavoro guidato da Marina Calderone sta studiando uno strumento per tutelare la previdenza delle future generazioni: un “fondo previdenziale alla nascita“.

Il meccanismo prevede un primo versamento simbolico da parte dello Stato alla nascita. Alimentazione volontaria successiva da parte di genitori, familiari e, infine, dal beneficiario stesso una volta entrato nel mondo del lavoro. Vigilanza affidata alla Covip e gestione operativa in capo all’Inps. La misura, pensata per non sottrarre risorse ad altri interventi e attivabile con stanziamenti contenuti, punta a rispondere al calo demografico e al progressivo invecchiamento della popolazione, che minacciano la tenuta del sistema previdenziale obbligatorio a ripartizione.

Mentre l’Inps, per voce del presidente Gabriele Fava, promuove l’idea accostandola a un “terzo pilastro” per i giovani, i sindacati sollevano dubbi sulla governance. La segretaria generale della Cisl, Daniela Fumarola, pur apprezzando il progetto, suggerisce di non affidare le risorse interamente alla gestione pubblica né di abbandonarle al solo mercato, proponendo invece di valorizzare i fondi negoziali nati dalla contrattazione tra imprese e sindacati.