Trump al minimo storico, solo il 33% lo approva e l’89% degli americani vede un governo corrotto: perché gli Stati Uniti non si ribellano?

Donald Trump – Ipa

C’è un numero che racconta l’America di Donald Trump forse meglio di qualsiasi comizio: 89%. È la percentuale di cittadini statunitensi che considera diffusa la corruzione nel proprio governo. Il dato emerge dall’ultima rilevazione Gallup ed è impressionante anche perché attraversa praticamente tutto l’elettorato: la pensa così il 91% dei democratici, il 90% degli indipendenti e addirittura l’83% dei repubblicani.

Non significa, naturalmente, che nove americani su dieci accusino personalmente Trump di essere corrotto: la domanda riguarda la percezione della corruzione nel governo federale. Ma resta un risultato devastante per un presidente che costruì la propria ascesa politica promettendo di drain the swamp, «prosciugare la palude» di Washington.

E c’è un secondo numero che rende il quadro ancora più complicato per la Casa Bianca: 33%. È il gradimento attribuito a Trump da una rilevazione Reuters/Ipsos, mentre si avvicinano le elezioni di metà mandato di novembre. Due dati diversi, che misurano fenomeni diversi, ma che messi insieme descrivono un Paese profondamente sfiduciato nei confronti del potere federale e un presidente arrivato a un passaggio elettorale cruciale in condizioni di forte debolezza.

Trump doveva «prosciugare la palude», la corruzione percepita è al record

Il paradosso politico è evidente. Trump conquistò una parte dell’America presentandosi come l’uomo estraneo al sistema, il miliardario abbastanza ricco da non poter essere comprato e soprattutto il nemico delle élite e degli interessi che, secondo la sua narrazione, avevano trasformato Washington in una palude. La sfiducia degli americani nei confronti delle istituzioni federali, va ricordato, precede ampiamente il trumpismo: già vent’anni fa circa il 73% degli intervistati considerava diffusa la corruzione nel governo. Ma oggi Gallup registra l’89%, contro il 79% del 2025.

È proprio la dimensione bipartisan del fenomeno a renderlo politicamente interessante. Quando anche l’83% dei repubblicani considera la corruzione diffusa, diventa difficile liquidare il dato come semplice riflesso dell’opposizione democratica alla Casa Bianca. Esiste una sfiducia molto più profonda nei confronti dello Stato federale, delle sue istituzioni e della politica americana. Ed è dentro questa sfiducia che Trump continua paradossalmente a muoversi come se fosse ancora un outsider, nonostante occupi la posizione di massimo potere del Paese.

Il 33% approva Trump: il presidente diventa un problema per i repubblicani

Il secondo fronte è quello del consenso personale. Il 33% registrato da Reuters/Ipsos colloca Trump ai livelli più bassi della sua esperienza politica rilevati dall’istituto e arriva nel momento peggiore possibile per il Partito repubblicano. A novembre gli americani voteranno per le elezioni di metà mandato e il Grand Old Party deve difendere i propri equilibri al Congresso mentre il presidente continua a essere il protagonista assoluto della campagna della destra.

Sul giudizio degli elettori pesano anche economia, costo della vita ed energia, mentre i democratici sperano di trasformare le elezioni in un referendum sulla seconda presidenza Trump. Il presidente, del resto, sembra intenzionato a fare esattamente la stessa cosa dalla parte opposta, continuando a polarizzare lo scontro attorno alla propria figura. Una strategia che ha funzionato molte volte, ma che diventa inevitabilmente più rischiosa quando soltanto un americano su tre dichiara di approvare il tuo operato.

Perché allora l’America non si ribella?

La domanda nasce quasi spontaneamente: se nove cittadini su dieci considerano la corruzione diffusa nel governo e appena uno su tre approva il presidente, perché negli Stati Uniti non si assiste a una gigantesca reazione politica contro Trump? Una delle possibili spiegazioni è l’assuefazione. In dieci anni il trumpismo ha progressivamente spostato il confine di ciò che una parte dell’opinione pubblica considera eccezionale nella politica americana, fino a trasformare lo scandalo permanente in una componente ordinaria del dibattito pubblico.

Accuse di conflitti d’interesse, polemiche sull’utilizzo della presidenza, scontri con i giudici, attacchi agli avversari, linguaggio sempre più brutale e continue tensioni istituzionali si susseguono con una velocità tale che ciascun episodio finisce rapidamente per essere sostituito dal successivo. Quello che in un’altra stagione politica avrebbe potuto dominare il dibattito nazionale per settimane viene fagocitato nel giro di pochi giorni. L’accumulo produce così un effetto apparentemente contraddittorio: invece di moltiplicare l’indignazione, rischia di anestetizzarla.

Anche l’83% dei repubblicani vede la corruzione, ma Trump conserva la sua base

È qui che il dato relativo agli elettori repubblicani diventa fondamentale. Considerare Washington corrotta non significa necessariamente attribuire quella corruzione a Trump. Per una parte consistente della destra americana può valere addirittura il ragionamento opposto: il governo federale è corrotto proprio perché esisterebbe un apparato ostile al presidente che Trump continua a promettere di combattere. È uno dei meccanismi più efficaci della sua costruzione politica: essere contemporaneamente al vertice del sistema e presentarsi come il principale oppositore di quello stesso sistema.

A questo si aggiunge la polarizzazione estrema dell’elettorato americano. Un repubblicano può disapprovare singole scelte di Trump, considerare Washington corrotta e avere comunque intenzione di votare per il Grand Old Party perché ritiene l’alternativa democratica ancora peggiore. Lo stesso meccanismo funziona, naturalmente, nel campo opposto. La politica americana è diventata sempre più una scelta tra due blocchi percepiti come incompatibili, nella quale il voto contro l’avversario può pesare quanto, e talvolta più, del consenso verso il proprio candidato.

A novembre arriverà il vero sondaggio sul trumpismo

L’assuefazione, tuttavia, non equivale al consenso. Il 33% di approvazione racconta un presidente molto debole nell’opinione pubblica e apre un problema concreto per i candidati repubblicani impegnati nelle sfide più combattute. Il rischio per il Grand Old Party è che Trump continui a mobilitare la propria base senza riuscire più a conquistare quella fascia di indipendenti e moderati indispensabile per vincere le competizioni decisive.

A novembre arriverà quindi il sondaggio che conta davvero, quello delle urne. Gli americani possono considerare Washington corrotta senza scendere in piazza, possono essere esasperati da Trump e continuare comunque la propria vita quotidiana, oppure possono giudicare negativamente il presidente e votare ugualmente repubblicano. Il sistema democratico offre però un’altra forma di ribellione, molto meno spettacolare delle barricate e infinitamente più concreta: cambiare maggioranza con una scheda elettorale. Saranno le elezioni di metà mandato a dire se l’89% sulla corruzione e il 33% sul gradimento rappresentano soltanto l’ennesima fotografia di un’America disillusa oppure l’anticipazione di un conto politico che sta per arrivare alla Casa Bianca.