Ho due figli, non voglio morire». Smit Machchhar riesce a pronunciare poche parole mentre perde sangue e un passeggero cerca disperatamente di tenerlo in vita. Ha ferite al volto, alle mani e all’addome, ma il comandante indiano del volo FlyDubai ha già compiuto il gesto che potrebbe aver salvato più di 180 persone. Ferito a coltellate dall’uomo che lo ha aggredito nella cabina di pilotaggio, ha trovato la forza di sbloccare la porta rinforzata prima di accasciarsi. Quel movimento ha permesso a tre passeggeri israeliani di entrare e affrontare l’aggressore mentre il Boeing stava scendendo pericolosamente.
Un anno prima Machchhar aveva raccontato in televisione il suo modo di intendere il lavoro. Seduto davanti alle telecamere, lontano dalla cabina di pilotaggio, aveva rivolto un consiglio ai viaggiatori: trattate bene l’equipaggio, perché quelle donne e quegli uomini sono lì per aiutarvi e possono salvarvi la vita. Non poteva immaginare che sarebbe stato proprio lui a trasformare quelle parole in qualcosa di terribilmente concreto.
FlyDubai: le coltellate e l’ultimo gesto prima di cadere
La porta della cabina è uno degli elementi decisivi della vicenda. Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, i sistemi di sicurezza degli aerei di linea sono stati rafforzati proprio per impedire l’accesso dall’esterno alla zona riservata ai piloti. In una situazione normale quella barriera protegge l’equipaggio. Durante l’aggressione sul volo FlyDubai rischiava invece di impedire qualsiasi intervento dall’esterno.
Machchhar combatte contro l’aggressore, viene colpito ripetutamente e comprende che deve permettere agli altri di raggiungere la cabina. Riesce così a sganciare il meccanismo della porta blindata. Tre passeggeri entrano e intervengono contro l’uomo, mentre la situazione del comandante appare subito gravissima.
A prestargli i primi soccorsi è anche un dentista che si improvvisa medico d’emergenza. È a lui che il pilota affida quelle poche parole sui suoi bambini e sulla volontà di sopravvivere. Le immagini riprese con i telefoni durante quei minuti mostrano Machchhar con il volto insanguinato e una mascherina per l’ossigeno. Musaev Shota, uno dei testimoni, racconterà che il comandante presentava ferite al volto, alle mani e all’addome.
L’intervento riesce a stabilizzarlo. Il Boeing viene infine portato a terra da due piloti fuori servizio e Machchhar viene successivamente trasferito dall’Arabia Saudita agli Emirati Arabi Uniti. Le sue condizioni migliorano fino alla notizia più attesa: il comandante è fuori pericolo.
Modi e Netanyahu lo celebrano, ma lui non si sentiva un eroe
La storia del pilota arriva rapidamente ai vertici politici di India e Israele. Il primo ministro indiano Narendra Modi ne sottolinea «l’immenso coraggio» e la determinazione dimostrata nel tentativo di proteggere le vite degli altri. Benjamin Netanyahu celebra a sua volta Machchhar insieme ai passeggeri intervenuti dopo l’allarme lanciato da una donna che aveva sentito le urla provenire dalla cabina.
Dietro l’immagine dell’eroe emerge però il ritratto di un uomo che nella vita quotidiana cercava di lasciare il lavoro fuori dalla porta di casa. Machchhar ha 38 anni, è originario di Mumbai e per undici anni ha lavorato con SpiceJet. L’esperienza lo aveva portato anche a diventare addestratore ed esaminatore. Nel 2022 aveva poi lasciato l’India per trasferirsi a Dubai.
Chi lo conosce lo descrive come una persona tranquilla. Un suo ex vicino di casa, Janit Shah, ha ricordato un uomo di talento che parlava sempre con calma. Un carattere che emergeva anche dalle parole dello stesso Machchhar quando raccontava il rapporto con il mestiere. Una volta lasciata la cloche, spiegava, non voleva più discutere di aviazione. Spesso evitava persino di dire agli altri di essere un pilota. A casa c’erano i figli ad aspettarlo e la tensione del volo doveva rimanere fuori.
Doveva lavorare nell’azienda tessile di famiglia
C’è un particolare che rende ancora più singolare la sua storia: Smit Machchhar non è uno di quei piloti che raccontano di aver guardato gli aerei fin da bambini sognando un giorno di sedersi ai comandi. Il suo futuro sembrava completamente diverso. Aveva studiato chimica e il percorso più naturale avrebbe dovuto portarlo nell’azienda tessile della famiglia.
La passione per il volo arrivò dopo. «Diventare pilota non era il mio sogno d’infanzia», aveva ammesso in un’intervista del 2025. Ricordava ancora perfettamente la prima tratta, da Bangalore a Delhi, e soprattutto lo stress provocato dalla consapevolezza della responsabilità che aveva assunto.
Anche il suo rapporto con i ritardi raccontava molto del modo in cui interpretava quel lavoro. Negli anni gli era capitato di posticipare partenze o arrivi per piccoli problemi tecnici e per emergenze sanitarie. La puntualità, spiegava, veniva dopo un’altra cosa: sapere che tutti i passeggeri avrebbero lasciato l’aereo camminando sulle proprie gambe.
Sul volo FlyDubai quella filosofia è diventata una questione di vita o di morte. Machchhar è stato ferito mentre cercava di fermare l’aggressore, ma prima di perdere le forze ha aperto quella porta. Poi, mentre gli altri combattevano per salvare l’aereo, lui ha chiesto soltanto di poter tornare dai suoi due figli.







