Meloni cambia asse su Hormuz e sfida Trump: vertice con Macron, Starmer e Merz apre il fronte europeo

Giorgia Meloni, Ipa @lacapitalenews

Giorgia Meloni prepara una mossa che pesa più del viaggio in sé. La partecipazione al vertice sull’emergenza Hormuz, ospite di Emmanuel Macron a Parigi insieme a Keir Starmer e Friedrich Merz, segna un passaggio politico che va oltre la gestione di una crisi internazionale. È il segnale di un riequilibrio, prudente ma evidente, nei rapporti tra Roma e Washington, in una fase in cui il confronto con il presidente Donald Trump si è fatto più teso e meno prevedibile.

L’ufficializzazione del summit è attesa a breve, ma il quadro è già delineato. Meloni sarà all’Eliseo per discutere di uno dei dossier più sensibili sul tavolo europeo: la sicurezza dello Stretto di Hormuz, snodo strategico per il traffico energetico globale e punto di massima tensione tra interessi occidentali e instabilità mediorientale. La presenza della premier italiana, in questo contesto, assume un significato politico preciso: l’Italia si siede al tavolo dei grandi Paesi europei proprio nel momento in cui il rapporto privilegiato con gli Stati Uniti mostra crepe sempre più visibili.

Il vertice di Parigi e il segnale all’Europa

Il summit a quattro, anche se con modalità ibride tra presenza e collegamenti da remoto, rappresenta un tentativo di costruire una linea comune europea su una crisi che rischia di avere ricadute dirette sulle economie dell’Unione. Hormuz non è soltanto una questione militare o geopolitica, ma un nodo vitale per l’approvvigionamento energetico, e quindi per la stabilità industriale e finanziaria del continente.

In questo quadro, la scelta di Meloni di partecipare in presenza — maturata anche dopo un confronto con il cancelliere tedesco — non è un dettaglio protocollare. È una scelta politica. Significa allinearsi, almeno in questa fase, con Parigi e Berlino, testando un asse europeo che fino a pochi mesi fa appariva meno centrale nella strategia italiana. Dopo mesi di sintonia ostentata con Trump, Palazzo Chigi si muove ora su un terreno più sfumato, cercando di tenere insieme due livelli: la fedeltà all’alleanza transatlantica e la necessità di costruire una risposta europea autonoma.

La crisi con Washington e il piano europeo

Il contesto in cui si inserisce questo vertice è segnato da uno strappo che non è partito da Roma. Il presidente Usa ha infatti alzato i toni nei confronti della premier italiana, mettendo in discussione un rapporto che fino a poco tempo fa veniva descritto come privilegiato. È dentro questa dinamica che va letta la scelta di Meloni: non una rottura con gli Stati Uniti, ma la costruzione di un’alternativa operativa, da utilizzare in un momento di attrito.

Sul tavolo del vertice ci sono ipotesi ancora in fase preliminare. Tra queste, la possibilità di una missione europea nello Stretto di Hormuz, che potrebbe tradursi inizialmente in un contributo limitato, come l’invio di cacciamine, ma che non esclude sviluppi più ampi. Parigi starebbe valutando la riattivazione di una missione già ipotizzata in passato, chiedendo agli alleati un impegno diretto nella messa in sicurezza dell’area.

Gli Stati Uniti spingono per un intervento rapido e concreto, ed è proprio su questo punto che si è registrato uno dei principali motivi di frizione con l’Italia. La linea europea, invece, appare più prudente: prima un cessate il fuoco solido, poi eventuali iniziative operative. È una differenza di approccio che riflette non solo strategie diverse, ma anche priorità politiche non del tutto coincidenti.

Un equilibrio fragile tra Usa e Ue

Per Meloni, il vero nodo resta quello dell’equilibrio. L’Italia non può permettersi di incrinare in modo definitivo il rapporto con Washington, costruito negli ultimi anni come uno dei pilastri della propria politica estera. Allo stesso tempo, non può ignorare la necessità di muoversi in sintonia con i principali partner europei su un dossier che tocca direttamente gli interessi economici del continente.

I segnali che arrivano da Roma confermano questa linea doppia. Antonio Tajani ha parlato di “divergenza di opinioni”, evitando accuratamente il termine crisi. Matteo Salvini ha scelto invece un registro più ironico, prendendo le distanze dalle dichiarazioni del presidente Usa sulla fine del conflitto. La stessa Meloni, in pubblico, continua a richiamare l’unità transatlantica, come dimostrato anche nella recente conferenza stampa con Volodymyr Zelensky.

È una strategia di equilibrio, che passa anche attraverso gesti simbolici e contatti diplomatici. Non è escluso, infatti, che nei prossimi giorni possa arrivare una telefonata con il presidente americano, nel tentativo di ricucire almeno sul piano formale un rapporto che resta strategico. Con il viaggio a Parigi e la partecipazione al vertice su Hormuz, Meloni manda un messaggio chiaro, anche se non dichiarato: quando l’asse con Washington si incrina, l’Europa diventa un’opzione concreta. Non una scelta ideologica, ma una necessità politica da testare sul campo.