Il campo largo cerca il candidato capace di sfidare Giorgia Meloni, ma ogni possibile soluzione rischia di aprire un problema ancora più grande. Se Elly Schlein e Giuseppe Conte non riuscissero a trovare un equilibrio sulla leadership, la tentazione sarebbe affidarsi a un «terzo nome», un federatore capace di tenere insieme Pd, Movimento 5 Stelle, Avs e le altre componenti della coalizione. Ma proprio questa soluzione, apparentemente semplice, potrebbe trasformarsi nella più complicata.
A mettere in fila gli ostacoli è Marcello Sorgi, che sulla Stampa parte dalla condizione indispensabile per qualsiasi candidatura alternativa: Schlein o Conte, e probabilmente entrambi, dovrebbero accettare di rinunciare alla corsa per Palazzo Chigi. Un passaggio che nessuno può considerare scontato.
La segretaria guida il maggiore partito dell’opposizione e difficilmente potrebbe accettare senza conseguenze interne che il candidato premier venga scelto fuori dalla sua leadership. Conte, allo stesso modo, non sembra intenzionato a consegnare automaticamente al Pd la guida della coalizione.
Il «terzo nome» rischia di diventare un candidato contro Schlein
Il problema non riguarda soltanto chi potrebbe essere scelto, ma chi vincerebbe politicamente dietro quella candidatura.
Tra i nomi circolati c’è quello di Silvia Salis, sindaca di Genova. Secondo l’analisi di Sorgi, però, la sua eventuale corsa rischierebbe di apparire legata soprattutto all’iniziativa di Matteo Renzi, con il paradosso del «tra i due litiganti il terzo gode».
Ancora più delicata sarebbe l’ipotesi Roberto Gualtieri. Il sindaco di Roma possiede esperienza di governo, un profilo istituzionale e una collocazione europeista, ma la sua candidatura cambierebbe immediatamente gli equilibri dentro il Pd. Secondo Sorgi, con Gualtieri si rafforzerebbero la minoranza dem e settori che fanno riferimento alla precedente classe dirigente del partito, fino all’area storicamente vicina a Massimo D’Alema. La sconfitta politica sarebbe inevitabilmente quella di Schlein.
Lo stesso problema, con equilibri differenti, potrebbe presentarsi con Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli, o con il presidente della Puglia Antonio Decaro. Nessun «terzo uomo» sarebbe realmente neutrale.
Primarie del campo largo, la soluzione può diventare un problema
Restano le primarie, apparentemente il metodo più semplice per stabilire chi debba guidare la coalizione. Ma anche in questo caso la partita presenta numerose incognite.
Una consultazione aperta con Schlein, Conte e uno o più candidati alternativi potrebbe infatti trasformarsi in una battaglia tra partiti e correnti. Un terzo candidato potrebbe sottrarre voti alla segretaria del Pd favorendo indirettamente Conte oppure, al contrario, indebolire il leader del Movimento 5 Stelle e consegnare la vittoria a Schlein.
A quel punto le primarie non servirebbero più soltanto a scegliere il candidato premier, ma diventerebbero una gigantesca conta interna al centrosinistra.
La storia, ricorda Sorgi, offre diversi precedenti. Nel 1996 fu Romano Prodi a diventare il punto di equilibrio della coalizione, ma la sua candidatura nacque attraverso una precisa battaglia politica e senza primarie. Nel 2006 lo stesso Prodi affrontò una consultazione nella quale le candidature alternative servirono anche a misurare il peso delle diverse componenti della coalizione.
Diverso il caso di Pier Luigi Bersani, che nel 2013 arrivò alle elezioni da segretario del partito più forte e candidato alla guida del governo, salvo poi essere rapidamente travolto dalle conseguenze della «non vittoria» elettorale.
Il nodo resta Schlein-Conte
Il punto è che un federatore non può essere semplicemente estratto dal cilindro. Per funzionare dovrebbe avere sufficiente autorevolezza da guidare l’intera coalizione, essere accettabile tanto per il Pd quanto per il Movimento 5 Stelle e, nello stesso tempo, possedere un profilo politico abbastanza forte da affrontare Giorgia Meloni.
Un equilibrio difficilissimo. Un candidato troppo vicino a Schlein sarebbe difficilmente digeribile per Conte; uno vicino al Movimento potrebbe provocare una rivolta nel Pd; un nome perfettamente equidistante rischierebbe invece, come osserva Sorgi, di risultare politicamente «sbiadito».
Prima ancora di scegliere tra Salis, Gualtieri, Manfredi, Decaro o un nome che non è ancora emerso, il campo largo deve quindi risolvere la questione fondamentale: stabilire quale rapporto di forza debba esistere tra Pd e Movimento 5 Stelle e soprattutto convincere chi perderà la sfida per la leadership ad accettarne il risultato.
Perché una cosa appare difficilmente evitabile: se il centrosinistra vuole arrivare a un candidato unitario, qualcuno dovrà vincere e qualcun altro dovrà perdere. Continuare a rinviare quella resa dei conti rischia invece di lasciare a Meloni il vantaggio più importante: conoscere già il proprio candidato mentre l’opposizione continua a discutere su come scegliere il suo.







