C’è una percentuale che spaventa Palazzo Chigi: il 15%. È un numero che potrebbe condizionare pesantemente l’iter della legge elettorale, attesa per fine agosto al Senato.
Il cerchio magico della premier considera questa soglia un autentico spartiacque: se la somma dei voti di Forza Italia e Lega non supererà il 15%, il centrodestra quasi certamente non riuscirà a raggiungere la quota del 42%, ovvero l’asticella necessaria per ottenere il premio di maggioranza.
In uno scenario ottimistico, Fratelli d’Italia stima di poter raggiungere il 26%: mancherebbe quindi il 16% all’obiettivo (con l’1% garantito da Noi Moderati). Tuttavia, le ultime rilevazioni indicano gli alleati azzurri e leghisti in calo, una tendenza che rischia di mandare in frantumi ogni possibile compromesso all’interno della coalizione già nelle prossime settimane.
I numeri dei sondaggi
Analizzando il quadro alla luce della super media dei sondaggi elaborata da Youtrend a fine luglio, Forza Italia si attesta all’8% e la Lega al 5,9%. Il totale fa 13,9%, un dato in costante discesa.
Nonostante a FdI venga attribuito il 26,7%, anche con il contributo di Maurizio Lupi la coalizione resterebbe al di sotto della soglia del 42%. Eppure, Palazzo Chigi sembra intenzionato a tirare dritto.
Un calcolo ben preciso
La strategia dei vertici del governo si basa su un calcolo ben preciso: anche se la maggioranza fallisse l’obiettivo del 42%, la crescita di forze esterne ai due poli (come Roberto Vannacci a destra, Carlo Calenda al centro e Potere al Popolo a sinistra) potrebbe frenare la corsa del centrosinistra, negando il bonus anche al Campo Largo.
Resta l’incognita sulla potenziale nascita di un nuovo soggetto politico guidato da Alessandro Di Battista che potrebbe sottrarre voti al M5S. Ad ogni modo, la super media assegna attualmente all’alleanza Pd, M5S, Avs, Italia Viva e +Europa il 44,5%.
La teoria del doppio forno
Muovendosi sull’ipotesi che il centrosinistra non raggiunga la soglia richiesta, la legge attuale prevede che, in assenza di una coalizione capace di accaparrarsi il 42%, scatti un sistema proporzionale puro.
È qui che entra in gioco il “Piano B” della presidente del Consiglio: la teoria del “doppio forno”, ovvero la ricerca di un’alleanza post-elettorale con chi è rimasto fuori dai blocchi principali. Pur trattandosi di uno schema lontano dalle promesse di coerenza e di “no agli accordi post-voto”, non si tratterebbe comunque di una classica intesa di larghe intese.
Per Meloni la strada preferenziale condurrebbe a un patto con Carlo Calenda, anche se non è detto che i numeri di Azione possano bastare. Per questo motivo non si esclude l’apertura di una delicata trattativa con Futuro Nazionale.
Il malumore di Lega e Forza Italia
Il “pericolo 15%” apre dubbi profondi anche tra gli alleati di FdI: ha senso per leghisti e berlusconiani consegnarsi a una riforma che rischia di renderli irrilevanti?
Antonio Tajani e Matteo Salvini hanno provato a rassicurare i propri parlamentari, preoccupati dall’addio ai collegi uninominali e dall’introduzione delle preferenze, promettendo che saranno “ricompensati” con numerosi seggi all’interno del listone previsto per il premio di maggioranza. Senza il bonus vincitori, infatti, la Lega (attestata al 5-6%) otterrebbe solo 30-35 eletti, ovvero un terzo rispetto alla rappresentanza attuale.
Per questo motivo, l’ala lombarda del Carroccio chiede garanzie sulle liste prima del voto di settembre a Palazzo Madama. Analoghe perplessità si registrano in Forza Italia, dove persistono i dubbi di Marina Berlusconi su un sistema con preferenze che rischierebbe di consegnare a Tajani il controllo totale degli eletti.
La resa dei conti in Parlamento
Nonostante i timori diffusi, la premier punta a proseguire l’iter, convinta che il voto palese al Senato possa favorire l’approvazione del provvedimento. Resta invece un’incognita la conta finale alla Camera dei Deputati, dove l’azione dei franchi tiratori potrebbe rivelarsi determinante.
Per scongiurare imboscate, la presidenza del Consiglio ha già fatto filtrare una minaccia precisa ai gruppi parlamentari tramite i due vicepremier: in caso di bocciatura, si aprirebbe immediatamente la crisi di governo per tornare alle urne entro febbraio.
Un’opzione che avrebbe un forte impatto “previdenziale” sui deputati e senatori alla prima legislatura: un voto anticipato a febbraio impedirebbe di maturare il diritto alla pensione parlamentare, che scatta solo con elezioni celebrate a partire da aprile. I parlamentari si troveranno così davanti a un dilemma: tutelare la pensione o ribellarsi a una riforma che ne complica la ricandidatura?







