L’autunno di Giorgia Meloni rischia di aprirsi con un problema che Palazzo Chigi non può risolvere soltanto attraverso gli accordi tra i leader: la tenuta parlamentare della maggioranza. Lega e Forza Italia arrivano alla ripresa attraversate da tensioni interne che potrebbero scaricarsi sulla nuova legge elettorale, il dossier sul quale la presidente del Consiglio non può permettersi nuovi incidenti dopo la sconfitta subita alla Camera il 15 luglio.
Il problema riguarda interessi politici molto concreti. Dentro la Lega, la componente nordista teme che il nuovo sistema possa ridurre drasticamente il numero degli eletti del Carroccio, soprattutto eliminando quei collegi uninominali che nel 2022 garantirono al partito una quota decisiva della propria rappresentanza parlamentare. In Forza Italia, invece, restano aperte le tensioni sulle preferenze e sul correttivo di genere, mentre un nuovo fronte si è aperto tra Paolo Zangrillo e Antonio Tajani sulla campagna contro la burocrazia lanciata dal partito.
Due crisi differenti che convergono sullo stesso punto: Meloni avrà bisogno dei voti di tutti per approvare la riforma elettorale, ma una parte dei parlamentari della maggioranza potrebbe essere chiamata a votare una legge che rende più difficile la propria rielezione.
Legge elettorale, i numeri che spaventano la Lega
Per capire la tensione nel Carroccio bisogna partire dalle elezioni politiche del 2022. Con poco meno del 9 per cento dei voti, la Lega conquistò 95 parlamentari: 66 deputati e 29 senatori. Il sistema dei collegi uninominali risultò determinante: alla Camera 42 dei 66 eletti arrivarono attraverso il maggioritario, mentre soltanto 23 ottennero il seggio nella quota proporzionale. Al Senato 14 seggi su 29 arrivarono dagli uninominali.
Il nuovo sistema al quale lavora la maggioranza cambierebbe radicalmente questo meccanismo. E con una Lega oggi stimata dai sondaggi attorno al 5-6 per cento, le proiezioni diventano particolarmente pesanti per i parlamentari uscenti.
In uno scenario con il Carroccio al 5 per cento e nessuna coalizione oltre la soglia necessaria per ottenere il premio di maggioranza, gli eletti leghisti potrebbero scendere a circa 30. In Lombardia ne rimarrebbero appena una manciata. Se invece il centrosinistra conquistasse anche il premio, la rappresentanza della Lega potrebbe ridursi ulteriormente, avvicinandosi a una ventina di parlamentari.
Tradotto politicamente: circa due eletti leghisti su tre rischierebbero di non tornare in Parlamento.
I nordisti contro il nuovo sistema: il fronte decisivo è al Senato
È questo il terreno sul quale cresce la resistenza della componente settentrionale, già in contrasto con Matteo Salvini dopo l’uscita di Roberto Vannacci e la nascita di Futuro nazionale. Governatori e dirigenti del Nord chiedono da tempo un riequilibrio della linea del partito, ma sulla legge elettorale alla battaglia politica si aggiunge ora quella per la sopravvivenza parlamentare.
Il fronte più delicato potrebbe trovarsi proprio a Palazzo Madama. Il capogruppo Massimiliano Romeo appartiene all’area critica verso la gestione salviniana e più di due terzi dei senatori della Lega risultano eletti nelle regioni settentrionali.
La riforma concordata da Meloni e accettata da Salvini rischia inoltre di aumentare la dipendenza del Carroccio da Fratelli d’Italia nella distribuzione dei posti collegati all’eventuale premio di maggioranza. Una prospettiva che rende ancora più difficile convincere tutti i parlamentari leghisti a sostenere senza riserve il nuovo sistema.
Forza Italia, nuovo scontro tra Zangrillo e Tajani
Le difficoltà non finiscono con la Lega. Anche Forza Italia attraversa una fase di crescente fibrillazione. Il segnale più recente arriva dal ministro della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo, che ha contestato apertamente il modo in cui il partito ha lanciato la nuova campagna contro la burocrazia.
«Mi sarei aspettato un maggior coinvolgimento dai vertici del mio partito», ha dichiarato Zangrillo, sottolineando la singolarità di un’iniziativa sulla semplificazione amministrativa preparata senza coinvolgere direttamente il ministro competente.
Zangrillo ha ricordato di avere già avviato un anno fa il portale «La tua voce conta» e ha rivendicato i risultati ottenuti sul fronte della Pubblica amministrazione. Secondo i dati citati dal ministro, tra il 2023 e il 2025 la quota di cittadini e imprenditori insoddisfatti della Pa sarebbe scesa dal 54 al 39 per cento, raggiungendo la media europea.
Il ministro ha riconosciuto anche un proprio «difetto di comunicazione», ma il messaggio politico indirizzato a Tajani resta evidente: «Apprezzo la telefonata di Tajani, ma forse sarebbe stato opportuno un investimento più organico».
Meloni e il rischio dei franchi tiratori
Il vero banco di prova arriverà però nuovamente sulla legge elettorale. Il precedente del 15 luglio, quando la Camera bocciò la modifica sulle preferenze sostenuta dalla maggioranza, ha dimostrato che i numeri sulla carta non garantiscono automaticamente quelli nell’urna parlamentare.
In Forza Italia soprattutto diverse parlamentari hanno espresso perplessità sulla soluzione individuata per le preferenze e sulle garanzie relative alla rappresentanza di genere. Il correttivo concordato successivamente dovrebbe superare quell’incidente, ma il testo definitivo deve ancora arrivare e proprio sui dettagli potrebbe riaprirsi lo scontro.
Per Palazzo Chigi il problema è quindi duplice. Meloni deve tenere insieme una Lega nella quale una parte consistente degli eletti teme gli effetti della riforma e una Forza Italia attraversata da tensioni che investono sia il sistema elettorale sia gli equilibri interni attorno alla leadership di Tajani.
La maggioranza conserva i numeri per governare. Ma sulla legge destinata a decidere chi di quei parlamentari potrà tornare a Montecitorio e Palazzo Madama, le appartenenze politiche potrebbero improvvisamente pesare meno dell’istinto di sopravvivenza.
Ed è proprio lì che, in autunno, Giorgia Meloni dovrà cominciare a contare i voti uno per uno.







