Una presunta relazione sentimentale che potrebbe essere proseguita fino a dicembre, proprio il mese in cui Antonella Di Ielsi e la figlia quindicenne Sara Di Vita accusarono i sintomi dell’avvelenamento da ricina. È l’ultima ipotesi emersa nel giallo di Pietracatella, in Molise, dove a quasi otto mesi dalla morte di madre e figlia la Procura di Larino continua a cercare il punto capace di collegare gli elementi raccolti durante una delle indagini più complesse degli ultimi mesi.
Al centro degli ultimi accertamenti sono finiti Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre di Sara, e un’insegnante di matematica amica di lunga data dell’uomo. Gli investigatori li hanno messi a confronto negli uffici della Squadra Mobile di Campobasso dopo aver riscontrato divergenze nelle rispettive ricostruzioni. Il faccia a faccia è durato circa sei ore, alla presenza della procuratrice di Larino Elvira Antonelli e del dirigente della Mobile Marco Graziano.
Ed è proprio attorno alla natura del rapporto tra Di Vita e l’insegnante che gli inquirenti starebbero cercando ora di fare chiarezza.
Ricina a Pietracatella, l’ipotesi della relazione
Secondo una ricostruzione emersa nelle ultime ore, tra Gianni Di Vita e l’insegnante ci sarebbe stata in passato una relazione sentimentale. Il punto ancora da chiarire riguarda soprattutto quando quel rapporto si sarebbe concluso.
La donna avrebbe sostenuto con il marito di aver interrotto da tempo la relazione. Una delle ipotesi al vaglio, tuttavia, colloca la prosecuzione del legame fino allo scorso dicembre, una coincidenza temporale che gli investigatori devono necessariamente verificare perché proprio durante le festività natalizie Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita manifestarono i primi sintomi dell’intossicazione che le avrebbe successivamente uccise.
Al momento si tratta di un’ipotesi investigativa e nessuna responsabilità può essere attribuita sulla base dell’esistenza, vera o presunta, di una relazione. Il possibile legame assume rilevanza soltanto nella ricostruzione dei rapporti personali e nell’eventuale ricerca di un movente.
Il marito dell’insegnante e quelle ricerche sulla ricina
C’è poi un altro elemento sul quale si concentra l’attenzione. Il marito dell’insegnante lavorerebbe come tecnico di laboratorio nelle serre dell’Istituto Agrario di Riccia, la stessa scuola nella quale lavora la moglie.
Proprio da computer riconducibili all’istituto sarebbero emerse ricerche sulla ricina effettuate nei mesi precedenti alla morte delle due donne. Anche in questo caso, però, il dato deve essere inserito nel suo corretto contesto investigativo: una ricerca informatica, da sola, non dimostra né il possesso della sostanza né tantomeno il suo utilizzo.
La ricina è una tossina estremamente pericolosa ricavabile dai semi della pianta di ricino. Gli investigatori stanno cercando da mesi di capire soprattutto come la sostanza sia entrata nella disponibilità di chi ha provocato l’avvelenamento e attraverso quale modalità sia stata somministrata alle vittime.
Sei ore di confronto tra Gianni Di Vita e l’insegnante
La Procura ha scelto quindi di mettere Di Vita e l’amica uno davanti all’altra per verificare le dichiarazioni rese durante le precedenti audizioni. Il confronto serve proprio a chiarire circostanze sulle quali due persone forniscono versioni incompatibili o significativamente differenti.
Sei ore di domande e risposte che testimoniano quanto gli investigatori considerino importante ricostruire con precisione i rapporti personali attorno alla famiglia nelle settimane precedenti al duplice avvelenamento.
All’uscita dagli uffici della Squadra Mobile, Di Vita non ha voluto spiegare il contenuto dell’interrogatorio. Ai giornalisti che gli chiedevano quali domande gli fossero state rivolte ha risposto soltanto: «Potete darvi delle risposte da soli».
Una frase che non chiarisce il contenuto del confronto e che lascia ancora aperti gli interrogativi sulla direzione imboccata dall’inchiesta.
Oltre cento testimoni e gli esami affidati a Berlino
La Procura di Larino ha costruito in questi mesi un’indagine molto ampia. Gli investigatori hanno ascoltato oltre cento persone e affiancato alle testimonianze una serie di consulenze scientifiche, coinvolgendo anche specialisti internazionali.
Tra gli accertamenti più importanti figurano quelli affidati al Robert Koch-Institut di Berlino, chiamato ad analizzare campioni biologici di Gianni Di Vita e della figlia maggiore Alice per verificare se anche loro fossero entrati in contatto con la ricina.
I primi risultati sarebbero negativi per entrambi. La relazione ufficiale, tuttavia, non risulterebbe ancora depositata e anche questo capitolo richiede quindi prudenza.
Il giallo di Pietracatella resta così senza una soluzione definitiva. La nuova pista sentimentale potrebbe aiutare gli investigatori a ricostruire meglio ciò che accadeva attorno alla famiglia prima della tragedia, ma il punto decisivo resta ancora lo stesso: chi ha avuto accesso alla ricina, come è stata somministrata e perché Antonella Di Ielsi e sua figlia Sara sono morte.
È su queste tre domande che, otto mesi dopo, continua a giocarsi l’intera inchiesta.







