Il Melonellum ha chiuso la sua partita parlamentare, ma ne ha aperte almeno altre due: quella dei ricorsi e quella delle alleanze. Per le opposizioni il problema è che nessuna delle due può aspettare la soluzione dell’altra, perché contestare il Melonellum non le esonera dal prepararsi a competere con le regole appena approvate. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ottenuto il via libera definitivo della Camera l’8 ottobre, con 227 voti favorevoli e 164 contrari, seguito dalla promulgazione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella il giorno successivo. Il conflitto, tuttavia, prosegue nelle aule giudiziarie e nei rapporti tra i partiti.
La doppia sfida riguarda soprattutto Elly Schlein, segretaria del Partito democratico, e Giuseppe Conte, presidente del Movimento 5 Stelle. Il campo largo deve provare a cambiare le disposizioni considerate lesive della rappresentanza e, contemporaneamente, costruire una coalizione in grado di vincere anche qualora quelle disposizioni restassero in vigore. Una pronuncia della Corte costituzionale potrebbe correggere il sistema, ma non sceglierebbe il candidato premier e non scriverebbe il programma di governo: sono responsabilità che rimangono nelle mani dei leader.
Melonellum, trecento ricorrenti per arrivare alla Consulta
Il primo appuntamento è fissato per lunedì 12 ottobre, alle 13, alla Camera, dove verrà presentata l’iniziativa promossa da una rete di giuristi. Tra i protagonisti figurano il costituzionalista ed ex presidente della Rai Roberto Zaccaria, l’avvocato Pietro Adami e il professore di diritto costituzionale Enrico Grosso. L’obiettivo è avviare azioni giudiziarie che possano portare le questioni di legittimità davanti alla Consulta.
Secondo la ricostruzione del quotidiano la Repubblica, la mobilitazione punta a coinvolgere circa trecento cittadini in una trentina di tribunali, attraverso un modello di ricorso utilizzabile dai diversi legali e una raccolta di fondi per sostenere le spese delle cause. Sono previsti anche appuntamenti pubblici a Firenze, il 20 ottobre, e a Bari, il 30: il tentativo è accompagnare il contenzioso con una campagna capace di parlare anche a chi non segue quotidianamente il confronto parlamentare.
Il percorso, però, non è automatico. I cittadini non possono rivolgersi direttamente alla Corte costituzionale: saranno i giudici investiti delle cause a valutare se le questioni siano rilevanti per il giudizio e non manifestamente infondate, condizioni necessarie per sollevarle davanti alla Consulta. L’ipotesi di una decisione tra febbraio e marzo 2027 resta una previsione dei promotori, nello scenario più favorevole, e non un calendario giudiziario già stabilito.
Melonellum, premio di maggioranza e candidato premier: i nodi della legge
Le contestazioni annunciate riguardano l’indicazione obbligatoria del candidato alla presidenza del Consiglio e il rischio di introdurre un premierato di fatto attraverso una legge ordinaria; la proporzionalità del premio di maggioranza; il suo funzionamento al Senato, eletto su base regionale; le garanzie della rappresentanza di genere; l’organizzazione della circoscrizione estero per Palazzo Madama e l’inasprimento della raccolta delle firme per le formazioni prive dei requisiti parlamentari richiesti. Si tratta di questioni sulle quali viene prospettato un contenzioso, non di vizi già accertati.
Il Melonellum approvato prevede un premio di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, attribuibile soltanto se la stessa lista o coalizione risulta prima e raggiunge almeno il 42 per cento dei voti validi in entrambe le Camere. Il nome del candidato alla presidenza del Consiglio deve essere inserito nel programma elettorale depositato, non sulla scheda; la legge conserva inoltre espressamente le prerogative del capo dello Stato nella nomina del governo.
Il confronto si concentrerà anche sul rapporto tra queste garanzie formali e gli effetti concreti del meccanismo. Il presidente del Senato Ignazio La Russa, intervenendo il 10 ottobre, ha sostenuto che non vi siano motivi di incostituzionalità, ma la sua posizione non può chiudere preventivamente una discussione sulla quale potranno pronunciarsi i giudici.
I precedenti invitano alla prudenza. Nel 2014 la Corte censurò il premio del Porcellum, privo di una soglia minima di voti; nel 2017, esaminando l’Italicum, non giudicò manifestamente irragionevole il premio assegnato al primo turno al raggiungimento del 40 per cento. Un premio non è dunque incostituzionale per definizione, mentre una soglia numerica non mette automaticamente al riparo qualsiasi sistema: contano l’equilibrio complessivo della disciplina e gli effetti sulla rappresentanza.
Melonellum e civici, la mossa di Conte sulle firme
Mentre i giuristi preparano i ricorsi, Conte interviene sul terreno delle alleanze. Il senatore Luigi Nave ha lasciato il gruppo parlamentare del Movimento 5 Stelle per aderire alla componente di Alleanza Verdi e Sinistra nel gruppo Misto, un passaggio destinato ad aprire la strada a una nuova componente utile ai socialisti guidati dal segretario del Partito socialista italiano Enzo Maraio e a Progetto Civico Italia, promosso dall’assessore di Roma Capitale Alessandro Onorato. Il Movimento ha precisato che Nave «è e resta del M5s», escludendo quindi il significato di una rottura politica.
L’obiettivo è consentire alle formazioni interessate di presentarsi con 1.500 sottoscrizioni anziché con il minimo ordinario di 6.000 per collegio plurinominale. Nella prima applicazione della legge, il requisito della presenza parlamentare viene riferito al momento dell’entrata in vigore, una disposizione che spiega l’urgenza dell’operazione. Non viene ottenuta un’esenzione totale dalla raccolta delle firme, ma una riduzione significativa dell’impegno organizzativo.
La scelta ha anche un valore politico: Conte offre un contributo concreto alla partecipazione di possibili alleati e si accredita come interlocutore delle forze civiche e socialiste. Sarebbe eccessivo dedurne un accordo già concluso sulla leadership o un sostegno assicurato alle primarie, ma la manovra rafforza i rapporti del Movimento oltre il proprio perimetro elettorale. Il partito contesta gli ostacoli introdotti dalla legge e utilizza, nel frattempo, gli strumenti parlamentari disponibili per attenuarne gli effetti.
Melonellum, l’abbraccio con Schlein lascia aperta la scelta della guida
Il riavvicinamento tra Schlein e Conte è apparso anche il 10 ottobre, a Roma, alla festa del quotidiano il manifesto, dove i due leader si sono abbracciati. Sul metodo per scegliere il candidato premier, tuttavia, le posizioni restano differenti: Conte sostiene che «si faranno le primarie», mentre Schlein si dichiara disponibile, continuando a privilegiare un’intesa tra gli alleati. La coalizione non dispone ancora di una procedura condivisa.
Anche i tempi del programma raccontano approcci diversi. La segretaria del Pd indica l’obiettivo della fine dell’anno, mentre il presidente del Movimento ritiene sufficienti un paio di settimane di confronto serio; sull’aiuto militare all’Ucraina, invece, le divergenze rimangono. La contestazione del Melonellum offre un terreno comune, ma non elimina i problemi che una possibile maggioranza dovrebbe affrontare una volta arrivata al governo.
Alla Festa dell’Ottimismo organizzata a Firenze dal quotidiano Il Foglio, Schlein aveva già respinto l’idea di essere sostituita o affiancata da una figura incaricata di rendere la coalizione più rassicurante per il centro, insistendo sulla necessità di costruire un’agenda comune a partire dai salari e dal costo dell’energia. Allargare l’alleanza, del resto, non significa avere già stabilito chi debba guidarla o quale equilibrio debba esistere tra le sue componenti.
La mossa di Conte sui civici acquista così un significato ulteriore: mentre il Pd rivendica il peso del proprio consenso, il Movimento dimostra di poter contribuire alla costruzione della coalizione attraverso relazioni e iniziative parlamentari. Entrambi cercano di rendersi indispensabili, ma il passaggio dalla reciproca necessità a un’intesa sulla guida resta da compiere.
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Salvini frena sulle elezioni anticipate: l’orizzonte è il 2027
Il calendario delle elezioni condiziona l’intera partita. Il leader della Lega e vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini, intervenendo il 10 ottobre a Milano, ha frenato sulle ipotesi di voto anticipato e di accorpamento con le amministrative, sostenendo che il governo debba lavorare «fino all’autunno 2027». Una posizione che impedisce di presentare le urne in primavera come una decisione già assunta dalla maggioranza.
Schlein ha invece affermato che «prima si vota, meglio è», riconoscendo però che anche l’organizzazione delle eventuali primarie dipenderebbe dalla collocazione delle elezioni. La disponibilità alla competizione non coincide ancora con la definizione del percorso attraverso il quale arrivarci, mentre l’incertezza sui tempi rende più difficile rinviare le scelte senza pagarne un prezzo.
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La questione, per il campo largo, non riguarda soltanto quanti mesi rimangano prima delle urne, ma come vengano utilizzati. Contestare una legge nelle sedi previste è una scelta pienamente legittima; trasformare l’attesa della Consulta in una sospensione delle decisioni politiche sarebbe invece un errore. Programma, candidatura e rapporti tra partiti richiedono una risposta anche se il Melonellum dovesse restare integralmente in vigore.
Il Melonellum sta già mettendo alla prova due capacità delle opposizioni: difendere la propria idea di rappresentanza e dimostrare di poter governare insieme. La prima può mobilitare giuristi e cittadini; la seconda impone a Schlein e Conte di negoziare, scegliere e assumersi responsabilità. I giudici potranno intervenire sulle regole, ma nessuna sentenza potrà costruire al loro posto l’alternativa a Meloni.









