Il Regno Unito ha tracciato la linea rossa: niente social sotto i 16 anni. Il 15 giugno, da Downing Street, il primo ministro Keir Starmer ha annunciato il divieto di accesso alle piattaforme per i minori di quella soglia, e la decisione ha già messo in movimento l’intera Unione Europea. Non siamo più al territorio delle linee guida o dei consigli alle famiglie. La politica è passata ai blocchi di Stato.
La legge arriverà in Parlamento entro Natale e dovrebbe entrare in vigore nella primavera del 2027. Riguarderà Snapchat, TikTok, YouTube, Instagram, Facebook e X, mentre resteranno fuori i servizi di messaggistica come WhatsApp e Signal. Le sanzioni, lo ha precisato Starmer, colpiranno le aziende, non i ragazzini. Londra segue il modello dell’Australia, che ha introdotto il divieto a dicembre 2025 ed è stata la prima al mondo a farlo.
Dietro la stretta c’è un’emergenza che è diventato difficile ignorare. Gli studi si accumulano e dicono una cosa sola: le piattaforme sono costruite per un obiettivo, tenere le persone incollate allo schermo il più a lungo possibile. È un meccanismo che produce dipendenza, e gli effetti sui più giovani sono documentati — ansia, calo dell’autostima, isolamento, sonno rovinato. Davanti a questo, l’Italia e l’Europa si stanno muovendo. Resta la domanda che nessun blocco informatico risolve da sé: un divieto basta a proteggere chi cresce dentro questi strumenti?
I disegni di legge sul tavolo del Parlamento
Mentre Londra sceglie la via radicale, a Roma il Parlamento sta esaminando diverse proposte per fissare un’età minima d’iscrizione e di uso dei social. Le iniziative seguono una tendenza internazionale ormai marcata, ma rispondono prima di tutto a un’urgenza interna.
I testi depositati alle Camere puntano a due cose. La prima è alzare l’età minima: oggi in Italia la soglia per accedere ai social senza consenso dei genitori è fissata a 14 anni, e si vuole spostarla in alto per allinearla al resto d’Europa. La seconda è la verifica dell’età, l’age verification: sistemi certificati che impediscano ai ragazzini di aggirare il blocco digitando una falsa data di nascita.
Questa spinta nasce in larga parte dal fastidio crescente dell’opinione pubblica verso strumenti percepiti come invadenti e alienanti. E poi c’è il tema che scotta, la violenza nelle scuole. Molti episodi di bullismo, cyberbullismo, aggressioni tra giovanissimi nascono, si amplificano o vengono addirittura indotti dalle dinamiche di emulazione che girano sulle piattaforme.
Dal DSA alla sentenza di Los Angeles
Il dibattito italiano si muove dentro la cornice europea. La Commissione ha già messo in campo il Digital Services Act, il DSA, per obbligare le big tech a più trasparenza e alla rimozione dei contenuti dannosi.
Anche oltreoceano il vento è cambiato. A marzo 2026 una giuria di Los Angeles ha stabilito che Meta e YouTube sono responsabili per aver progettato prodotti capaci di indurre dipendenza e comportamenti dannosi nei giovani utenti. È una decisione che può fare giurisprudenza, perché sposta la colpa. Non è più solo una questione di educazione familiare, ma di sicurezza pubblica e di responsabilità d’impresa.
Su questo equilibrio tra norma ed educazione interviene Laura Scalfi – direttrice del Polo Steam Veronesi di Rovereto, tra le esperte di formazione degli adolescenti. «Sono interventi necessari e, in molti casi, urgenti. La protezione dei minori è un principio fondamentale. Il rischio, però, è pensare che la regolazione basti da sola. Le restrizioni vanno accompagnate da un investimento strutturale in educazione digitale. Le scuole hanno un ruolo decisivo: non solo limitare, ma formare cittadini digitali consapevoli, capaci di interpretare con spirito critico gli strumenti che usano».
La sentenza di Los Angeles dice che i social creano dipendenza. Quali sono i rischi che vede ogni giorno tra gli studenti?
«I social hanno una natura ambivalente: danno accesso alla conoscenza, ma competono in modo diretto con l’apprendimento tradizionale e diventano una fonte continua di distrazione. La dipendenza può portare ad ansia, depressione, isolamento. Costruire la propria identità attraverso metriche come like, follower e visualizzazioni alimenta fragilità psicologiche profonde. L’esposizione costante a vite ideali e formattate distorce la percezione di sé».
Di chi è la responsabilità?
«Non può ricadere solo sugli utenti o sulle famiglie. Istituzioni, scuole e genitori devono lavorare insieme, ma la responsabilità è anche delle aziende che gestiscono le piattaforme. Le loro politiche devono evolvere per proteggere i più vulnerabili. La sentenza di Los Angeles è un invito all’azione: dobbiamo pretendere che i social siano strumenti di crescita, non fonti di disagio».
Come affrontate la questione al Polo Steam Veronesi?
«Abbiamo costruito un approccio integrato che segue le linee guida europee. Non insegniamo solo competenze tecniche: facciamo formazione su sicurezza online, benessere digitale, public speaking, e includiamo l’uso consapevole dell’intelligenza artificiale. Lavoriamo stabilmente con psicologi, pedagogisti e famiglie. L’obiettivo è un ecosistema coerente, in cui scuola e casa parlano la stessa lingua e i ragazzi arrivano pronti a competere su scala globale».
La sfida vera viene adesso
La strada aperta dal Regno Unito e quella che l’Italia prova a disegnare con le nuove proposte dicono una cosa chiara: il far west digitale è finito. La salute mentale delle nuove generazioni è diventata una priorità che pesa anche sul piano geopolitico ed economico.
Ma la partita non si vince solo a colpi di clic negati e blocchi informatici. Si vince nella capacità di governare il rapporto tra la tecnologia e la mente di chi la usa. Una cittadinanza digitale europea si costruisce tenendo insieme tre cose che tirano in direzioni diverse: la libertà della rete, la responsabilità delle big tech, il coraggio educativo di scuola e famiglie. Il blocco è il punto di partenza, non il traguardo.
di Luca Falbo







