La frase che gira a destra è di quelle che fanno finta di essere analisi e invece sono già una sentenza: “Con Vannacci si vince, senza Vannacci si perde”. Detta così sembra uno slogan da retrobottega sovranista, ma racconta molto bene il momento. Perché Roberto Vannacci non è più soltanto il generale prestato alla politica, il fenomeno editoriale trasformato in candidato, il militare con lo stivale piantato nel cuore del malumore reazionario italiano. Ora è diventato un problema vero. Per la Lega, per Salvini, per Fratelli d’Italia e per tutto quel pezzo di destra che lo guarda con sospetto, lo critica in pubblico e poi lo studia in privato, chiedendosi se convenga combatterlo o salirci sopra prima che parta il treno.
Attorno a Futuro Nazionale si sta formando una carovana curiosa, molto italiana e molto pericolosa per gli equilibri del centrodestra. Ci sono ex leghisti in libera uscita, parlamentari tentati dal salto, reduci della vecchia destra rimasti senza casa, intellettuali d’area, giornalisti, economisti, imprenditori, aspiranti candidati e professionisti della nostalgia identitaria. Un mondo che fino a ieri sembrava disperso tra corridoi, fondazioni, chat, studi televisivi e rancori personali. Vannacci gli ha dato un nome, una tessera, una bandiera e soprattutto una promessa: tornare a contare.
Salvini ordina il silenzio, ma il rumore aumenta
Matteo Salvini avrebbe dato una consegna semplice: di Vannacci non si parla. Una strategia comprensibile, almeno sulla carta. Se nomini l’avversario lo legittimi, se lo attacchi gli regali centralità, se lo insegui sembri più debole. Il problema è che mentre Salvini prova a praticare il silenzio, il partito gli si muove sotto i piedi. Ogni volta che gli comunicano che un leghista passa con il generale, la risposta sarebbe sempre la stessa: “Meglio”. Formula da capitano che vuole mostrarsi tranquillo mentre la nave imbarca acqua.
Il guaio è che non si tratta più di qualche nostalgico in cerca di collocazione. Vannacci e i suoi puntano apertamente a pezzi della Lega. Si fanno i nomi del vice di Zaia, Alberto Villanova, e di senatori come Elena Murelli e Manfredi Potenti. Alla Camera circola anche quello di Erik Pretto, destinato a un ruolo importante nella Liga veneta. Tutti smentiscono, naturalmente. La politica italiana è il luogo dove nessuno sta mai andando da nessuna parte fino al minuto esatto in cui arriva il comunicato stampa.
La tv apre le porte al generale
Il salto di qualità, però, è mediatico. Edoardo Ziello, definito ormai il vicegenerale della truppa, lo dice senza troppi giri: “Ci cerca La7, Piazzapulita, da Labate, a Mediaset, andiamo fissi: il muro sta cadendo”. È la frase che spiega tutto. Vannacci non vuole restare un fenomeno da comizi e presentazioni di libri. Vuole diventare presenza stabile nel circuito televisivo nazionale. Vuole il salotto, il talk, il prime time, il ring permanente dove ogni provocazione diventa titolo e ogni titolo diventa consenso.
L’obiettivo sarebbe arrivare anche da Mario Giordano, cioè nel cuore di quella televisione di destra emotiva, urlata, securitaria e popolare che per anni ha fatto da amplificatore al salvinismo. Se Vannacci entra stabilmente lì, non ruba soltanto spazio televisivo. Ruba un pezzo di immaginario.
La Lega perde parole, volti e finanziatori
Il paradosso più amaro per Salvini è che Vannacci starebbe attirando anche donazioni importanti, fino a cinquantamila euro, perfino da ambienti vicini al mondo infrastrutturale e ferroviario, cioè uno dei terreni politici del ministro dei Trasporti. Tra i nomi citati c’è Domenico Santoro, fondatore di Esim. Tradotto: il generale non raccoglie solo entusiasmo da tastiera, ma anche soldi veri. E in politica, quando arrivano i soldi, significa che qualcuno comincia a scommettere sul cavallo.
Le tessere di Futuro Nazionale sarebbero oltre cinquantamila. Il sistema scelto è un ibrido perfetto tra vecchia militanza e politica digitale: prima adesione online, poi tessera fisica certificata che arriva per posta. Un dettaglio solo apparentemente tecnico. Perché in quel cartoncino recapitato a casa c’è il gusto antico dell’appartenenza, la sensazione di entrare in qualcosa di organizzato, non solo in una community arrabbiata.
Ravetto, la rosa del ventennio
L’ingresso più vistoso resta quello di Laura Ravetto, definita ormai la rosa del ventennio vannacciano. Il suo passaggio serve al generale per molte ragioni. Porta un volto noto, una donna combattiva, un profilo televisivo, una ex salviniana capace di parlare la lingua della destra da studio Mediaset. Serve anche a costruire una controfigura femminile rispetto ad altri volti identitari della Lega. Una specie di anti-Sardone, utile a dare al movimento un’immagine meno casermesca e più televisiva.
Il dettaglio più rivelatore è quasi comico: nel giorno del passaggio, Ravetto avrebbe telefonato ai quotidiani per cambiare le fotografie d’archivio che non le piacevano. Sembra una vanità laterale, invece dice molto del clima. Futuro Nazionale nasce tra pose da battaglia, comunicazione ipercontrollata, ambizione personale e voglia di scalata. Un misto di futurismo, cipria e manganello comunicativo. Può finire in gloria o in farsa, ma intanto occupa spazio.
I dimenticati della destra annusano l’occasione
Vannacci attira anche lo “sgabuzzino” della destra, cioè quel mondo di ex aennini, meloniani mancati, nostalgici non ricollocati e intellettuali d’area che non hanno trovato posto nel nuovo potere di Giorgia Meloni. Si sarebbe avvicinato Fabio Granata, profilo colto e storico della destra postmissina, amico di Pietrangelo Buttafuoco. Si è avvicinato anche Francesco Biava, capo della segreteria di Gianni Alemanno. E attorno al generale cominciano a ruotare giornalisti come Francesco Borgonovo, vicedirettore della Verità, pronto a moderare incontri.
Rossano Sasso, deputato di Futuro Nazionale, aggiunge un’altra categoria al catalogo: “Anche magistrati”. È il sogno di ogni movimento nascente: non essere più soltanto protesta, ma diventare rete. Avere parlamentari, opinionisti, tecnici, giuristi, imprenditori, volti femminili, territori, soldi, tv e un capo riconoscibile.
La destra che Meloni non ha assorbito
Il fenomeno Vannacci racconta anche un limite del melonismo. Fratelli d’Italia ha vinto, governa, occupa palazzi, nomine, partecipate e ministeri. Ma proprio per questo ha lasciato fuori una parte di destra che non cercava solo potere, cercava riconoscimento identitario. Gente che voleva sentirsi finalmente al centro della storia e invece si è ritrovata spettatrice mentre altri prendevano incarichi, poltrone, sottogoverno e visibilità.
Vannacci parla a loro. Agli esclusi della vittoria. Ai nostalgici senza invito. A quelli che guardano Meloni trattare con Bruxelles, indossare l’abito istituzionale, gestire compromessi e pensano che la rivoluzione promessa sia diventata amministrazione.
Mediaset e il wrestling con il fondotinta
C’è poi la dimensione televisiva pura. Mediaset sembra particolarmente attratta da questo nuovo teatrino: Ravetto contro Sardone, Vannacci contro Salvini, ex leghisti contro leghisti, destra di governo contro destra di movimento. È wrestling politico con il fondotinta, perfetto per il talk show permanente. Facile, urlato, riconoscibile, pieno di facce e frasi da clip.
La destra italiana sta perdendo peso proprio mentre occupa il potere. E questo è il paradosso. Più governa, più deve moderarsi. Più si modera, più crea spazio per chi urla da fuori. Salvini lo sa benissimo perché per anni è stato lui quello fuori dagli schemi. Ora si ritrova ministro, ingabbiato, costretto a fingere di essere ancora il ribelle mentre Vannacci gli sfila da sotto il naso la parte del contestatore.
La polka dei parlamentari
Alla Camera e al Senato tutti smentiscono, ma tutti guardano. È una polka continua di nomi, telefonate, avvicinamenti, tentazioni e rassicurazioni ufficiali. Si parla di Murelli, Potenti, Pretto, Villanova, Gruppioni. Si parla perfino di possibili doppi salti carpiati di ex leghisti già finiti in Forza Italia, come Attilio Pierro e Davide Bergamini. Magari non accadrà tutto. Magari molti resteranno dove sono. Ma il punto politico non è solo chi passa. È il fatto che tutti debbano chiedersi chi sarà il prossimo.
Quando un partito arriva a quel punto, la paura è già entrata nei corridoi.
Salvini davanti al suo mostro politico
Il problema di Salvini è crudele perché Vannacci è, in parte, una creatura del salvinismo. Ne raccoglie la lingua, la postura, l’ossessione identitaria, la rabbia contro il politicamente corretto, la retorica del popolo tradito. Solo che la porta più in là, senza il peso del governo e senza la stanchezza di un leader che ha già consumato molte stagioni.
Per questo il silenzio ordinato da Salvini rischia di servire a poco. Non nominare Vannacci non lo fa sparire. Anzi, gli permette di crescere come minaccia fantasma. Ogni ingresso, ogni apparizione televisiva, ogni donazione, ogni tessera diventa un segnale. E il segnale è sempre lo stesso: un pezzo di destra non vuole più farsi guidare dal vecchio Capitano.
La frase iniziale torna allora come un presagio: “Con Vannacci si vince, senza Vannacci si perde”. Forse è solo propaganda. Forse è una bolla. Forse è il solito fuoco di paglia italiano. Ma intanto Salvini convoca ritiri, i suoi guardano altrove, le tv invitano il generale e la destra ha già cominciato a chiedersi se il Mondo al contrario non sia diventato, per qualcuno, il verso giusto per arrivare al potere.







