Ogni volta la stessa storia. Jannik Sinner alza un trofeo, incassa un assegno, domina il ranking mondiale e puntualmente parte il festival italiano dell’invidia fiscale. “Eh, grazie, vive a Montecarlo”. “Eh, ma lì non paga le tasse”. “Eh, facile diventare ricchi così”. Una specie di rito nazionale che scatta automatico ogni volta che un atleta italiano smette di comportarsi da studente fuorisede e comincia a guadagnare cifre fuori scala.
Il problema è che, come spesso accade quando il populismo incontra la fiscalità internazionale, la realtà è un po’ più complicata dei meme indignati su Facebook. Perché i tennisti professionisti non vengono tassati semplicemente dove risiedono, ma soprattutto nei Paesi in cui giocano e vincono. E i numeri del 2026 di Jannik Sinner raccontano una storia molto meno scandalosa di quella che certi moralisti da tastiera vorrebbero vendere.
Quanto ha guadagnato davvero Sinner nel 2026
Nei primi cinque mesi dell’anno il numero uno del tennis mondiale ha incassato quasi 5,8 milioni di euro lordi soltanto in montepremi. Una cifra enorme, certo. Ma da quella montagna di soldi bisogna togliere le tasse già pagate in giro per il mondo. E non sono bruscolini.
Agli Australian Open, per esempio, Sinner arriva in semifinale e porta a casa 765 mila euro lordi. Peccato che l’Australia si trattenga subito il 32,5%. Risultato: al campione italiano restano poco meno di 517 mila euro netti.
Poi arriva Doha, in Qatar, dove il regime fiscale locale permette di incassare integralmente i 66.804 euro del torneo senza tassazione. Ma appena il circuito si sposta negli Stati Uniti cambia tutto di nuovo.
Gli Stati Uniti si prendono una fetta enorme
A Indian Wells, in California, Sinner vince il torneo e conquista un assegno da 991 mila euro. Lo Stato americano, però, si prende circa il 37%. Morale: al tennista restano circa 624 mila euro netti.
Stessa storia a Miami, dove il montepremi è identico e identica è la stangata fiscale. Ancora quasi 400 mila euro che spariscono prima ancora che il denaro finisca sul conto corrente del campione altoatesino.
Poi arriva Montecarlo, il torneo di casa. Ed è qui che scatta immediatamente il riflesso condizionato italiano: “Ecco, lì non paga niente”. Tecnicamente è vero. Il premio da 974.370 euro non viene tassato perché Sinner risiede nel Principato di Monaco. Ma raccontarla così, isolando soltanto quel torneo, è un po’ come guardare una partita dal minuto 87 e sostenere di aver capito tutto.
Madrid, Roma e le tasse già pagate
Dopo Montecarlo arriva Madrid. Altro trionfo, altro assegno milionario: 1.007.165 euro lordi. Ma anche lì il fisco spagnolo presenta il conto. Per i residenti extra Unione Europea la tassazione è del 24%. Risultato: circa 765 mila euro netti.
Poi Roma, dove Sinner vince davanti al pubblico italiano e si prende ancora oltre un milione lordo. Stavolta la tassazione italiana è del 20% e il netto scende a poco meno di 806 mila euro.
Alla fine dei conti, nei primi cinque mesi del 2026 il campione italiano ha già versato oltre 1,4 milioni di euro di tasse sparse per il pianeta. Il suo incasso netto reale si aggira attorno ai 4,3 milioni. Tantissimi soldi, ovviamente. Ma molto diversi dalla favola del “non paga nulla”.
La vera questione: gli sponsor
Attenzione però: il nodo vero non sono i montepremi. Quelli, nel tennis professionistico, vengono quasi sempre tassati alla fonte nei Paesi dove si gioca. Il punto vero sono le sponsorizzazioni. Ed è lì che la residenza a Montecarlo pesa eccome.
Per un atleta come Sinner, infatti, i guadagni più giganteschi arrivano fuori dal campo: Nike, Rolex, Head, Fastweb, Gucci e tutti i colossi che orbitano attorno al numero uno del ranking mondiale. È su quei contratti multimilionari che il regime fiscale del Principato diventa strategico.
E qui arriva l’ipocrisia tutta italiana. Perché quando un imprenditore apre una holding in Olanda viene definito “internazionale”. Quando un cantante sposta la residenza a Lugano diventa “furbo”. Quando invece lo fa uno sportivo, improvvisamente parte il tribunale morale collettivo.
Montecarlo e il grande tabù italiano
La verità è che Montecarlo è da decenni la capitale europea degli sportivi milionari. Tennisti, piloti di Formula 1, ciclisti, calciatori: vivono lì perché il sistema fiscale è infinitamente più conveniente rispetto a quello italiano, francese o spagnolo.
E no, non è un reato. È perfettamente legale. Piaccia o no.
Il punto semmai è un altro: perché l’Italia continua a perdere contribuenti ad altissimo reddito? Perché ogni volta che qualcuno raggiunge certi livelli economici cerca immediatamente una via d’uscita fiscale? È una domanda molto più scomoda del solito “eh ma Montecarlo”.
Il campione che divide l’Italia
Sinner nel frattempo continua a vincere e a spaccare il Paese in due categorie molto italiane. Da una parte chi lo considera un orgoglio nazionale assoluto, il ragazzo glaciale e disciplinato che ha portato il tennis italiano dove non era mai arrivato nessuno. Dall’altra quelli che, davanti ai suoi milioni, sentono improvvisamente il bisogno di trasformarsi in ispettori tributari improvvisati.
Curioso poi che molte delle polemiche arrivino proprio mentre il sistema sportivo internazionale funziona così praticamente ovunque. Djokovic vive a Montecarlo. Medvedev pure. Tsitsipas idem. Norris, Leclerc e Verstappen in Formula 1 fanno la stessa identica cosa. Nessuno cade dal pero.
Il populismo fiscale da bar
Il problema è che in Italia esiste una categoria immortale: il populismo fiscale da bar. Quello per cui chiunque guadagni troppo debba automaticamente diventare sospetto. Non importa se ha già pagato milioni di tasse nel mondo. Non importa se il suo sistema fiscale segue regole internazionali precise. Non importa nemmeno che Sinner sia uno degli atleti più puliti, rigorosi e professionali mai usciti dallo sport italiano. No. Per qualcuno resterà sempre “quello che vive a Montecarlo”.
Eppure i numeri raccontano una storia diversa. Sinner nel 2026 ha già lasciato oltre 1,4 milioni ai vari fiscali internazionali. Ha una pressione media sui montepremi vicina al 25%. Non è poco. Certo, non è la tassazione italiana da dipendente medio strangolato dalle addizionali. Ma nemmeno la caricatura del miliardario che non versa un euro.
Il vero punto è un altro
La questione vera forse è che l’Italia continua ad avere un rapporto complicatissimo con il successo economico. Adoriamo i campioni finché vincono per la bandiera. Poi però, appena scopriamo quanto guadagnano davvero, scatta immediatamente il bisogno di processarli fiscalmente.
Sinner, nel frattempo, continua a fare quello che sa fare meglio: vincere. E probabilmente gli interessa molto meno delle polemiche italiane. Anche perché, classifica ATP alla mano, il mondo del tennis lo giudica sui trofei. Non sul domicilio fiscale.







