Cara Giorgia non hai capito nulla, il Quirinale non è l’ultimo gradino del potere ma è il garante di tutti gli italiani

Roma, Comunicazioni del presidente del consiglio Giorgia Meloni alla Camera dei deputati consiglio europeo e crisi in Medio Oriente (foto Ipa @lacapitalenews.it) (5)

C’è una frase che Giorgia Meloni ha pronunciato nei giorni scorsi e che dovrebbe far riflettere chiunque abbia a cuore le istituzioni della Repubblica. «Bisogna infrangere il tabù di un presidente della Repubblica non di centrosinistra». Apparentemente è soltanto una battuta politica. In realtà racconta un’idea precisa dello Stato. L’idea che, dopo aver conquistato Palazzo Chigi, la destra debba completare l’opera arrivando anche al Quirinale.

Ed è qui che nasce il problema.

Non perché il prossimo Presidente della Repubblica debba necessariamente provenire dalla sinistra. Sarebbe un ragionamento povero, vecchio, perfino contrario allo spirito della Costituzione. Il Presidente della Repubblica non è di destra o di sinistra. È il Presidente della Repubblica.

Il Colle non appartiene a una maggioranza

Il Capo dello Stato non rappresenta chi ha vinto le elezioni. Rappresenta la Nazione. È il garante della Costituzione, l’arbitro dei conflitti istituzionali, il punto di equilibrio quando la politica perde la bussola.

La storia repubblicana lo dimostra meglio di qualsiasi teoria. Sandro Pertini era socialista. Giorgio Napolitano proveniva dal Partito comunista. Sergio Mattarella aveva una lunga storia politica alle spalle. Eppure tutti e tre, una volta arrivati al Quirinale, hanno smesso di essere uomini di partito. Hanno saputo scontentare gli amici, difendere gli avversari quando serviva, interpretare il proprio ruolo con la sobrietà che le istituzioni pretendono.

Qualcuno riesce davvero a immaginare Giorgia Meloni fare altrettanto? Io no.

La Meloni in guerra contro Corona è un esempio eloquente

E qui torna inevitabilmente alla mente una domanda: si era mai visto un Presidente del Consiglio trascinare un paparazzo in tribunale? Naturalmente Giorgia Meloni ha tutto il diritto di difendere la propria reputazione davanti a un giudice, così come Fabrizio Corona ha il diritto di difendersi dalle accuse. Ma il punto è un altro. Il Presidente della Repubblica vive sopra il rumore della polemica quotidiana. Non entra continuamente nella mischia. Non combatte guerre personali. Non trasforma ogni scontro mediatico in una vicenda istituzionale. Il punto non è giuridico.

È politico e istituzionale. Il Presidente della Repubblica vive sopra il rumore della cronaca. Non entra nella mischia ogni mattina, non combatte guerre personali, non trasforma ogni critica in uno scontro. Sergio Mattarella non l’ha mai fatto. Sandro Pertini nemmeno. Giorgio Napolitano neppure. Perché chi rappresenta lo Stato deve imparare anche a sopportare ciò che considera ingiusto, senza abbassarsi continuamente sul terreno della polemica.

Occupare le istituzioni

Il Quirinale non è il luogo dove si arriva per completare l’occupazione delle istituzioni. È il luogo dove si smette di appartenere a una parte. È qui che il progetto di Giorgia Meloni mostra il suo limite più grande: non è mai riuscita, nemmeno per un giorno, a smettere di essere la leader di Fratelli d’Italia. Ha governato da capo partito, ha comunicato da capo partito, ha nominato da capo partito e ha combattuto da capo partito. Il Presidente della Repubblica, invece, deve smettere di essere tutto questo.

Perché in quasi quattro anni a Palazzo Chigi non ha mai dato la sensazione di voler essere la presidente del Consiglio di tutti gli italiani. È rimasta la leader di Fratelli d’Italia prestata al governo. Ha continuato a parlare quasi esclusivamente al proprio elettorato, ad alimentare la narrazione del “noi contro loro”, a dividere il Paese tra patrioti ed establishment, tra italiani veri e presunti nemici dell’Italia.

La politica identitaria può far vincere le elezioni. Il Quirinale pretende l’esatto contrario.

Governare da capo partito non basta per diventare Capo dello Stato

C’è poi un altro elemento che rende ancora più evidente questa distanza. Meloni sembra vivere qualsiasi critica come un’offesa personale. Ha costruito buona parte del proprio consenso attorno alla figura dell’eterna underdog, della donna lasciata sola contro tutti, della perseguitata dai poteri forti, dai giornali, dalla magistratura, dalle opposizioni. Ancora oggi, pur guidando una delle maggioranze parlamentari più solide degli ultimi decenni, continua spesso a raccontarsi come se fosse all’opposizione.

Il Presidente della Repubblica non può vivere di rivincite personali. Non può trasformare ogni critica in una battaglia. Non può alimentare continuamente il conflitto.

E vogliamo parlare di nomine e di classe dirigente?

Anche le nomine raccontano una precisa idea del potere.

Ogni governo sceglie uomini e donne di fiducia. È sempre accaduto. Ma qui il criterio della fedeltà sembra avere assunto un peso che spesso supera quello della competenza. Le polemiche nate attorno ad alcune designazioni lo dimostrano. Un ginecologo alla Corte di cassazione. Un farmacista alla Corte dei conti. Si può discutere ogni singolo caso, ma resta una sensazione sempre più diffusa: il titolo di studio più richiesto sembra essere “amico della Meloni”. Ed è un’impostazione che appartiene a un capo partito. Non a un Capo dello Stato.

Una destra che occupa il potere e una sinistra incapace di fermarla

Anche la politica estera racconta molto della leadership di Giorgia Meloni. Prima l’abbraccio quasi incondizionato a Donald Trump, salvo poi scoprire che il presidente americano tratta gli alleati con lo stesso cinismo riservato agli avversari. Europeista quando Bruxelles conviene. Sovranista quando serve parlare alla pancia dell’elettorato. Atlantista finché non diventa un problema di consenso interno. Più tattica che visione.

Ma sarebbe troppo facile fermarsi qui. Perché dall’altra parte lo spettacolo è persino più desolante. Giuseppe Conte continua a rincorrere il consenso immediato, oscillando continuamente tra populismo e ambiguità internazionale con imbarazzanti inchini a Putin e un pacifismo senza soluzioni. Elly Schlein non è riuscita a trasformare il Partito democratico in una vera alternativa di governo. Il Pd continua a parlare soprattutto di sé stesso, diviso tra correnti, personalismi e guerre interne. Matteo Renzi, invece, resta il più abile giocatore di palazzo della politica italiana: costruisce poco e smonta moltissimo, come un Enigmista che sembra trovare più gusto nel complicare le partite che nel risolverle.

Un quadro imbarazzante

E mentre i partiti tradizionali si consumano, cresce Roberto Vannacci. Un fenomeno imbarazzante che nasce dalla rabbia, dalla paura, dalla semplificazione estrema, da un clima culturale nel quale tutto diventa lecito pur di raccogliere qualche voto in più. Attorno a lui si raccoglie un mondo che considera la competenza un fastidio, la mediazione una debolezza e la complessità quasi un insulto. Dove l’ignoranza è una medaglia, il cattivismo un pregio, andare oltre un dovere.

È questa la fotografia dell’Italia di oggi. Una destra che sembra considerare il Quirinale l’ultima casella da conquistare. Una sinistra incapace di costruire un’alternativa credibile. Un populismo permanente che divora il dibattito pubblico. Eppure la Costituzione continua a ricordarci una verità semplicissima. Il Presidente della Repubblica non appartiene alla maggioranza che lo elegge. Appartiene a tutti gli italiani. Ed è esattamente questa la qualità che Giorgia Meloni, almeno fino a oggi, non ha mai dimostrato di possedere.