Giuseppe Conte entra nel campo largo, ma non accetta di farlo da comprimario. Ospite di PiazzaPulita su La7, il presidente del Movimento 5 Stelle manda un messaggio chiarissimo a Elly Schlein e al Partito democratico: l’alleanza progressista può nascere, il dialogo può andare avanti, la convergenza può rafforzarsi, ma il M5S non intende sciogliersi dentro una tradizione politica che non gli appartiene e soprattutto non considera automatica l’incoronazione del segretario del partito più forte come candidato premier.
È questo il punto politico più rilevante della serata. Conte non rompe con il centrosinistra, anzi conferma la scelta di campo contro la destra. Ma nello stesso momento mette un paletto pesante: il Movimento 5 Stelle rivendica una propria identità, una propria storia e un proprio elettorato, nato fuori dagli schemi della sinistra tradizionale e ancora poco disponibile ad accettare logiche di subordinazione.
Conte frena su Schlein: «Il Movimento non appartiene a una tradizione di sinistra»
La frase chiave arriva quando Conte affronta il tema dell’identità politica del Movimento. «Dire che il movimento non è di sinistra non è un’offesa, è rispetto per una tradizione di sinistra di cui non è parte il movimento, che è una forza giovane, una forza politica», spiega il leader grillino. Poi chiarisce il perimetro: «Siamo entrati in un campo progressista. Se dicessi di sinistra a che cosa si pensa? Avs, al Pd. La sinistra è una nobile tradizione: torti, ragioni, eccetera non ci appartengono. Il campo progressista significa una scelta chiara rispetto ai conservatori e ai reazionari di destra. Siamo qui con una chiara identità, abbiamo fatto la scelta di campo».
Dunque, Conte dice sì al fronte anti-Meloni, ma no a un’alleanza costruita sul primato naturale del Pd. E lo ribadisce quando il discorso scivola sulla futura leadership della coalizione. «Io sarò un costruttore e darò un contributo fattivo per andare a vincere. In questo momento l’elettorato del Movimento 5 Stelle, che viene da un’altra tradizione, si è dato un’identità chiara, è in questo campo, è innovatore del sistema politico, è nato rivoluzionario… questa forza radicale può accettare per principio di incoronare candidato il segretario del partito egemone?». È una domanda retorica, ma anche un avviso politico. Schlein può essere un’alleata, non necessariamente la candidata naturale a Palazzo Chigi.
Campo largo, moderati e nodo Renzi: «Non siamo settari»
Conte evita però di chiudere la porta all’allargamento della coalizione. Anzi, sceglie di presentarsi come regista prudente ma non settario di un possibile fronte alternativo alla destra. Alla domanda sulla fotografia del campo largo e sull’assenza di Matteo Renzi, liquida il tema con una battuta: «No, guardi, non è questione di farsi fotografare con Renzi o no. Guardi, lo chiami qui, mi faccio fotografare, non cambia nulla».
Il problema, spiega, non riguarda la foto, ma la sostanza politica di eventuali nuovi soggetti moderati. «L’ho già dichiarato: non sono settario, non siamo settari. Se vien fuori la possibilità di aggregare anche rappresentanti di moderati, di un polo moderato, di centro cosiddetto, e cioè questo fantomatico centro, siamo favorevoli». Conte cita le diverse iniziative in movimento: Ruffini, Renzi che parla di una possibile trasformazione di Italia Viva, Alessandro Onorato con la rete di amministratori locali. Ma anche qui il sì non è in bianco.
«Se da quell’area dovesse venire un’iniziativa politica consistente, seria, anche più di una, ma perché non la dobbiamo considerare? Poi ovviamente verrà il momento di vedere che cosa hanno seminato, chi si presenta, quali idee. E tutto il discorso dell’affidabilità». Il messaggio è doppio: il Movimento non vuole apparire chiuso, ma non accetterà scorciatoie né operazioni di palazzo senza contenuti riconoscibili.
Patrimoniale, Conte gela la sinistra: «Non funziona»
Sul terreno economico, Conte prende le distanze da una delle parole più identitarie della sinistra radicale: patrimoniale. Non la trasforma in un tabù ideologico, ma la considera uno strumento inefficace e politicamente rischioso. «Il tema della patrimoniale: secondo me, parlarne in questo modo significa fare un favore a chi ha riempito di tasse l’Italia, la massima pressione fiscale agli ultimi 10 anni. Quindi, già dal punto di vista del linguaggio è sbagliato l’approccio», afferma.
Il leader del M5S distingue tra obiettivo e mezzo: sì a equità fiscale, progressività e redistribuzione; no a una battaglia simbolica che, secondo lui, finirebbe per produrre poco gettito e molta propaganda contro il centrosinistra. «Non c’è stata una lite. Ci può essere una discussione, dobbiamo sederci a un tavolo. C’è chi ha detto assolutamente sì patrimoniali, chi come Elly ha detto: vedremo. E io dico: guardate che è sbagliato impostarla in questi termini: l’equità fiscale sì, la progressività sì. Sicuramente dobbiamo operare una seria redistribuzione, perché oggi abbiamo una diseguaglianza forte nel paese, per non parlare di una diseguaglianza globale».
Poi porta l’argomento sul piano della sua esperienza di governo: «Quando ero a Chigi mi sono messo a studiare una patrimoniale. Non funzionava affatto. Non ha funzionato in Svezia. Nel 2007 l’hanno abolita, nel 1997 in Danimarca, Francia, nel 2018. Sa cosa succede? Che quando la vai a scrivere è bello, poi che cosa succede: che quei grandi patrimoni hanno una mobilità di capitali pazzesca, hanno intestazioni fiduciarie, hanno la possibilità di andare all’estero si muovono continuamente, quindi il gettito è stato minore. Lo stesso è successo in Belgio, in Olanda. In Francia sono scappati via 60.000 ricchi». È una presa di posizione destinata a pesare nel confronto programmatico con Pd e Avs.
L’attacco a Meloni sui migranti: «La sostituzione etnica la sta facendo lei»
Conte riserva una delle stoccate più dure a Giorgia Meloni sul tema dei flussi migratori. Il leader del M5S accusa la premier di aver costruito per anni una retorica allarmistica sull’immigrazione e poi di aver aumentato gli ingressi regolari attraverso i decreti flussi. «Meloni parlava di un’invasione, per quanto riguarda i decreti flussi. E poi di sostituzione etnica. Pensate che nel in sei anni, e parliamo dell’ultima programmazione triennale 26-28, prima ha previsto nel decreto flussi 450.000 migranti, adesso 500.000. Se li mettiamo insieme sono 950.000. I 300.000 sbarcati irregolari.
Lei sta realizzando la famosa sostituzione etnica, che poi è una pagliacciata, ma la sta realizzando lei». L’attacco punta a smontare la narrazione identitaria della destra: secondo Conte, Meloni avrebbe agitato lo spettro dell’invasione quando era all’opposizione e oggi, al governo, gestirebbe numeri molto alti di ingressi per esigenze economiche e produttive. La parola “pagliacciata”, riferita alla teoria della sostituzione etnica, serve a marcare la distanza culturale dal linguaggio usato in passato dalla premier e da una parte della destra. Ma l’obiettivo politico è ancora più diretto: accusare Meloni di incoerenza tra propaganda e governo.
Trump, Meloni e la critica alla subalternità internazionale
Conte interviene anche sul caso Trump-Meloni, usando toni duri nei confronti del presidente americano ma soprattutto criticando la postura internazionale della presidente del Consiglio. «Al primo no Meloni è stata massacrata da Trump. Adesso in quelle immagini che abbiamo visto, ha dovuto pietire una qualche attenzione, con lui che aveva un atteggiamento sussiegoso e molto umiliante per un leader italiano», afferma. La lettura è chiara: per Conte, il problema non sta soltanto nell’attacco di Trump, ma nella costruzione di un rapporto troppo sbilanciato verso Washington.
In questo passaggio il presidente del M5S prova a intestarsi una linea di difesa della dignità nazionale, accusando Meloni di aver cercato un legame privilegiato con il leader americano senza ottenere reale rispetto politico. È un tema che si collega al messaggio più ampio della serata: il Movimento vuole distinguersi sia dalla destra di governo sia da un centrosinistra percepito come troppo pronto a rinunciare a una propria autonomia.
Progressisti verso l’alleanza, ma la leadership resta il vero nodo
Conte non nega che il percorso verso l’alleanza progressista sia avviato. Anzi, quando parla dei rapporti con Pd e Avs usa toni più distensivi. «Io non trovo ostacoli insormontabili. Per il lavoro che è stato fatto già al Parlamento, per il confronto che c’è stato anche continuo, direi che siamo avviati in un clima che sarà sempre più convergente. Ovviamente ci sono dei punti su cui dovremmo trovare una sintesi, ad esempio in politica estera. Sul conflitto israelo-palestinese siamo abbastanza convergenti».
Il punto, dunque, non è se costruire un’alleanza, ma come costruirla e con quale equilibrio interno. Conte apre ai moderati, dialoga con Schlein, riconosce la necessità di una coalizione larga, ma rifiuta l’idea che il Movimento debba accettare per principio la leadership del Pd. È qui che si giocherà la partita più difficile: tenere insieme identità diverse senza trasformare il campo progressista in una somma di sigle o, peggio, in un’alleanza guidata da un automatismo di forza. Il presidente del M5S si candida a fare il costruttore, ma la sua intervista a PiazzaPulita dimostra che non intende fare il notaio della leadership altrui.







