Forza Italia esplode sulle preferenze, Tajani attacca gli alleati: «Con i fascisti serve la forza». Meloni rinvia ancora la riforma

Forza Italia

«I fascisti a Roma li conosco, capiscono solo la forza». Antonio Tajani sceglie parole durissime per scuotere i senatori di Forza Italia e rispondere alla rivolta interna scoppiata sulle preferenze nella nuova legge elettorale, sulle intercettazioni e sui rapporti sempre più tesi con Fratelli d’Italia.

L’assemblea del gruppo azzurro a Palazzo Madama si trasforma rapidamente in un doppio processo. Da una parte i parlamentari accusano Giorgia Meloni di voler imporre le proprie scelte agli alleati senza concedere nulla. Dall’altra contestano allo stesso Tajani una gestione troppo solitaria del partito, incapace di coinvolgere il gruppo prima di affrontare dossier destinati a cambiare gli equilibri della coalizione.

Il segretario prova a reagire invocando compattezza. «Come i Romani: si vince con l’unità della falange», dice ai suoi. Poi chiede di fermare i «chiacchiericci», convinto che le divisioni interne offrano agli avversari uno strumento per indebolire Forza Italia.

Ma la tensione resta altissima. Le preferenze dividono il partito, il rapporto con Fratelli d’Italia si deteriora e anche Matteo Salvini finisce nel mirino. Alla fine Meloni riunisce i due vicepremier a Palazzo Chigi, ma il vertice non produce un accordo. La maggioranza rinvia ancora la partita e sposta al primo settembre il termine per presentare gli emendamenti alla riforma elettorale.

Tajani contro Fratelli d’Italia e la «prepotenza» della Lega

Nel suo sfogo Tajani attacca apertamente gli alleati. Il riferimento ai «fascisti» riguarda il braccio di ferro con Fratelli d’Italia, che pretende l’introduzione delle preferenze nella nuova legge elettorale e spinge Forza Italia verso una soluzione che molti senatori azzurri considerano pericolosa.

Il vicepremier non risparmia neppure la Lega. Ricorda lo scontro sulla Consob e accusa il partito di Salvini di avere provato a imporre la propria linea. «Abbiamo visto la prepotenza della Lega, nel caso Consob hanno provato a forzare, ma uniti abbiamo vinto noi», afferma davanti al gruppo.

Tajani attribuisce poi a Salvini la responsabilità della svolta sulle preferenze. Secondo il suo racconto, Forza Italia stava resistendo alla proposta di Meloni, ma il leader leghista avrebbe cambiato posizione durante l’assenza del segretario azzurro, impegnato nelle celebrazioni di Marcinelle.

«Stavamo vincendo, poi sono andato a Marcinelle, c’è stata una riunione e Salvini ha detto sì», racconta. Una ricostruzione che descrive una maggioranza attraversata da accordi improvvisi, sospetti e reciproche accuse di scorrettezza.

Forza Italia teme le preferenze e sfida il segretario

Il gruppo azzurro non vuole accettare senza reagire la riforma voluta da Fratelli d’Italia. Le preferenze costringerebbero i candidati a una competizione diretta nei territori e modificherebbero profondamente il modo in cui Forza Italia seleziona la propria classe dirigente.

La ministra Elisabetta Casellati ammette che la riforma sembra ormai destinata a passare, ma rifiuta l’idea che il partito debba continuare a subire le decisioni degli alleati. «Non possiamo subire così», avverte.

Paolo Zangrillo contesta invece il merito della proposta. Secondo il ministro della Pubblica amministrazione, le preferenze rischiano di favorire «personaggi loschi» e di trasformare il partito in una macchina elettorale senza qualità.

La critica colpisce direttamente Tajani. «Non diventiamo il partito delle sagre, serve qualità», afferma Zangrillo. Il segretario replica che Forza Italia non dispone più della forza personale di Silvio Berlusconi e deve quindi cambiare il proprio modello organizzativo.

Per spiegare il concetto si rivolge ad Adriano Galliani e usa una metafora calcistica: «Sai bene che al Milan dopo Van Basten avete cambiato modulo». La risposta dell’ex amministratore delegato rossonero scatena le risate: «Sì, è arrivato Lapadula e siamo arrivati settimi».

Dietro le battute emerge però un problema serio. Senza il fondatore, Forza Italia deve scegliere se affidarsi a candidature selezionate dal vertice oppure tornare alla competizione nei collegi, con il rischio di rafforzare notabili, correnti e potentati locali.

Stefania Craxi accusa Tajani: «Non hai difeso il partito»

Tra le voci più critiche emerge quella di Stefania Craxi, capogruppo della componente considerata più vicina a Marina Berlusconi. La senatrice litiga con Tajani dopo un’interruzione e lo accusa di non avere difeso Forza Italia dagli attacchi di Ignazio La Russa.

Il confronto si sposta poi sulla legge elettorale. Craxi contesta al segretario di non avere mai discusso con il gruppo la scelta sulle preferenze e di avere gestito la trattativa senza coinvolgere i parlamentari.

Il malcontento non riguarda soltanto il merito della riforma. Investisce la leadership di Tajani, accusato di decidere con una cerchia ristretta e di informare il partito quando gli accordi con gli alleati risultano ormai quasi chiusi.

Il segretario prova a trovare una mediazione. Davanti ai giornalisti afferma che Forza Italia resta «orientata» a votare l’emendamento di Fratelli d’Italia, ma pretende prima un vero confronto nella maggioranza.

Al tavolo con gli alleati parteciperà anche il senatore Roberto Rosso, incaricato di rappresentare i malumori del gruppo e di evitare che Tajani affronti da solo la trattativa.

Il timore della Consulta e il fantasma del Rosatellum

Tajani aggiunge un altro elemento alla discussione. Sostiene di avere ricevuto da ambienti della Corte costituzionale l’indicazione che una riforma priva delle preferenze potrebbe presentare profili di illegittimità.

L’argomento rafforza la posizione di Meloni e indebolisce la resistenza di Forza Italia. Se la nuova legge elettorale rischiasse davvero una bocciatura della Consulta, gli azzurri avrebbero poche possibilità di opporsi all’introduzione del voto di preferenza.

Claudio Lotito reagisce con ironia: «Magari, così ci teniamo il Rosatellum». L’ipotesi provoca le risate dei senatori, ma Tajani spegne subito l’entusiasmo. Il fallimento della riforma potrebbe aprire una crisi nella maggioranza e provocare la caduta del governo.

È il punto che limita la libertà di movimento di Forza Italia. Il partito può protestare, minacciare e chiedere modifiche, ma non sembra disposto a mettere realmente in pericolo l’esecutivo.

«Da soli non possiamo farcela», ammette Tajani. Al Senato, inoltre, il voto sugli emendamenti sarà palese. I senatori azzurri non potranno sfruttare il segreto dell’urna per affossare la proposta di Fratelli d’Italia senza assumersene pubblicamente la responsabilità.

Intercettazioni e congresso in Campania alimentano la rivolta

La legge elettorale non rappresenta l’unico motivo di tensione. I senatori azzurri contestano anche la linea sulle intercettazioni «a strascico» e chiedono maggiore fermezza nei confronti di Fratelli d’Italia.

A complicare il quadro contribuisce il congresso appena convocato in Campania. Una parte del partito chiede di rimuovere il coordinatore uscente Fulvio Martusciello, coinvolto nell’inchiesta Huawei, mentre correnti e gruppi territoriali si preparano a una battaglia destinata a riflettersi sugli equilibri nazionali.

La rivolta contro Tajani nasce quindi dall’incrocio di più tensioni: la selezione delle candidature, il rapporto con Marina Berlusconi, la gestione dei coordinamenti regionali, il peso dei gruppi parlamentari e la crescente subordinazione percepita nei confronti di Meloni.

Forza Italia teme di perdere la propria identità mentre Fratelli d’Italia consolida il controllo della coalizione. Le preferenze diventano così il simbolo di una battaglia più ampia sulla sopravvivenza politica del partito.

Il vertice con Meloni e Salvini non risolve lo scontro

Nel tardo pomeriggio Tajani torna a Palazzo Chigi per incontrare Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Formalmente il vertice riguarda anche i balneari e le decisioni da assumere dopo la sentenza della Corte di giustizia europea.

La legge elettorale entra però inevitabilmente nella discussione. Le posizioni restano distanti e la maggioranza non trova un punto di caduta. Meloni vuole le preferenze. Salvini ha già aperto alla proposta. Tajani deve invece fare i conti con un gruppo parlamentare che non intende accettare un nuovo cedimento senza ottenere garanzie.

La soluzione consiste nell’ennesimo rinvio. Il termine per presentare gli emendamenti, già oggetto di tensioni e trattative, slitta al primo settembre. La pausa estiva offrirà ai leader altro tempo per cercare un accordo, ma prolungherà anche lo scontro interno a Forza Italia.

La maggioranza rinvia, ma la frattura resta aperta

Il rinvio evita per ora una rottura pubblica. Non cancella però le parole pronunciate da Tajani davanti ai senatori né il malcontento esploso contro la sua leadership.

Il segretario ha attaccato Fratelli d’Italia, accusato la Lega di prepotenza e ammesso che Forza Italia non possiede da sola la forza necessaria per opporsi agli alleati. I suoi parlamentari gli hanno contestato una gestione troppo personale e una difesa insufficiente dell’autonomia del partito.

La riforma elettorale diventa così il primo grande banco di prova per la tenuta degli azzurri nel dopo Berlusconi. Il partito deve scegliere se accettare la linea di Meloni oppure aprire uno scontro che potrebbe mettere a rischio il governo.

Per ora vince il rinvio. Ma la frase di Tajani sui «fascisti» racconta meglio di qualsiasi comunicato il clima nella maggioranza: gli alleati continuano a governare insieme, ma hanno già iniziato a trattarsi come avversari.