La prima audizione al Congresso sulla guerra in Iran si trasforma in uno scontro frontale tra il Pentagono e i parlamentari. Al centro della scena, il capo della Difesa Pete Hegseth, chiamato a spiegare strategia, costi e prospettive del conflitto voluto dal presidente Donald Trump. Ma più che fornire risposte, l’audizione si è trasformata in un confronto teso, fatto di accuse, frasi taglienti e numeri lasciati in sospeso.
Audizione al Congresso tra tensione e retorica
Davanti alla commissione Difesa della Camera, Hegseth ha scelto una linea netta: difendere l’operato dell’amministrazione e respingere ogni critica. Ha parlato di “vittoria totale”, di un nemico che non avrà concessioni e di una guerra necessaria. Ma quando gli è stato chiesto quanto durerà ancora il conflitto, ha evitato qualsiasi previsione, limitandosi a citare precedenti storici come Iraq, Afghanistan e Vietnam.
Il tono, a tratti, è apparso sopra le righe. Il capo del Pentagono ha reagito alle contestazioni con risate teatrali e momenti di nervosismo, tanto da essere richiamato all’ordine dal presidente della commissione, esponente del suo stesso partito. Un segnale che la tensione non è solo tra maggioranza e opposizione, ma attraversa anche il fronte politico che sostiene la Casa Bianca.
Spese militari e numeri mancanti: i 25 miliardi che pesano
Il passaggio più delicato riguarda i costi della guerra. A fornire una cifra è stato il responsabile del controllo di gestione del Pentagono, Jules Hurst: circa 25 miliardi di dollari già spesi, in gran parte per munizioni. Una cifra significativa, che rischia di alimentare le critiche anche all’interno della base politica del presidente.
Hegseth ha tentato di ridimensionare il dato, sostenendo che la spesa sarebbe inferiore, ma senza fornire numeri alternativi. Ancora più netta la sua chiusura sulla prospettiva futura: nessuna indicazione su quanto ancora costerà il conflitto. Un silenzio che pesa quanto una risposta, soprattutto in un contesto in cui la sostenibilità economica della guerra è sempre più sotto osservazione.
Scontro politico e dubbi sulla strategia contro l’Iran
Il confronto si è acceso ulteriormente quando i parlamentari hanno incalzato Hegseth sulla coerenza della strategia militare. Il democratico Adam Smith ha messo in evidenza una contraddizione: se la minaccia nucleare iraniana era imminente, come sostenuto all’inizio del conflitto, perché ora si parla di infrastrutture “annientate”?
La risposta del capo del Pentagono non ha convinto. Alle obiezioni sui risultati ottenuti e sulla reale efficacia delle operazioni militari, Hegseth ha replicato che i critici “non stanno cogliendo il punto”, senza però chiarire quale sia l’obiettivo finale della guerra.
Altri interrogativi hanno riguardato le scelte operative, come il rischio legato allo Stretto di Hormuz e lo spostamento delle unità navali poco prima dell’inizio del conflitto. Anche in questo caso, le risposte sono rimaste vaghe, alimentando ulteriori dubbi sulla pianificazione strategica.
Hegseth ha scelto lo scontro diretto
Sul piano politico, Hegseth ha scelto lo scontro diretto: ha accusato i democratici e parte dei repubblicani di diffondere “parole irresponsabili e disfattiste”, sostenendo che il vero problema non sia la guerra, ma il clima politico interno. Una linea che rafforza la difesa dell’amministrazione Trump, ma che non contribuisce a chiarire i punti critici del conflitto.
L’audizione si è chiusa senza risposte definitive, lasciando aperti tutti i nodi principali: durata della guerra, costi reali e obiettivi strategici. Il confronto proseguirà al Senato, dove il capo del Pentagono sarà chiamato a rispondere di nuovo, in un clima che si preannuncia altrettanto teso.







