Legge elettorale, 160 costituzionalisti contro la riforma: ricorsi alla Consulta e il rischio di una corsa al voto anticipato

La nuova legge elettorale non è ancora definitivamente approvata, ma la battaglia si sta già spostando dal Parlamento alla Corte costituzionale. Dopo il via libera del Senato con 113 voti favorevoli, 71 contrari e due astenuti, il testo torna alla Camera per la terza lettura. Ed è proprio mentre la maggioranza prova a chiudere rapidamente la partita parlamentare che cresce il fronte dei giuristi critici verso la riforma.

Sono 160 i costituzionalisti che hanno sottoscritto un appello nel quale vengono evidenziati diversi punti problematici del nuovo sistema. Roberto Zaccaria, già presidente della Rai e professore di Diritto costituzionale, è tra i più duri e sostiene che la legge presenti gravi profili di incostituzionalità. L’obiettivo dichiarato dai critici è portare le questioni davanti alla Consulta prima delle prossime elezioni.

Ma il mondo dei costituzionalisti è diviso. Francesco Clementi considera «un po’ eccessivo» definire incostituzionale l’intero impianto e giudica ragionevole la soglia del 42% prevista per ottenere il premio, pur sottolineando che l’assenza di un ballottaggio e soprattutto alcuni aspetti della riforma potrebbero sollevare problemi.

Il premio che trasforma il 42% in una maggioranza parlamentare

Il cuore politico della riforma è il premio di governabilità. Alla lista o coalizione che arriva prima e raggiunge almeno il 42% dei voti in entrambe le Camere vengono assegnati 70 deputati e 35 senatori aggiuntivi, entro i limiti complessivi stabiliti dalla legge. Se nessuno raggiunge quella soglia, la distribuzione resta proporzionale.

È qui che si concentra una delle contestazioni. I critici sostengono che il meccanismo possa produrre una forte trasformazione dei voti in seggi e richiamano la giurisprudenza costituzionale formatasi sulle precedenti leggi elettorali. Clementi offre invece una lettura differente: una coalizione oltre il 40%, osserva, dispone già di una base elettorale consistente e il premio può rispondere all’esigenza di garantire governabilità. Avrebbe però preferito la presenza di un ballottaggio.

La questione ha una conseguenza politica evidente: quel premio può convenire tanto al centrodestra quanto al centrosinistra. Se cambiano i rapporti di forza, cambia semplicemente chi ne beneficia. Per questo la polemica sul premio attraversa gli schieramenti in maniera meno lineare rispetto allo scontro sulle altre parti della riforma.

La battaglia delle firme: fino a circa 300mila per i nuovi partiti

Ancora più esplosivo è il capitolo delle firme necessarie per presentare le liste. Per le formazioni non rappresentate in Parlamento la soglia sale a 6mila sottoscrizioni per collegio, con un fabbisogno nazionale nell’ordine delle 300mila firme.

Una barriera che ha scatenato la protesta delle formazioni emergenti. Alessandro Onorato, fondatore di Progetto Civico Italia, sostiene che il meccanismo renda estremamente difficile per una nuova forza politica partecipare alle elezioni e denuncia un vantaggio strutturale per i partiti già presenti nelle Camere.

Ed è proprio su questo punto che anche Clementi intravede un possibile problema costituzionale. Favorire chi possiede già una rappresentanza parlamentare, spiega il costituzionalista, non è automaticamente illegittimo. La questione cambia però se la quantità di firme richiesta diventa sproporzionata rispetto al corpo elettorale e finisce concretamente per impedire l’accesso alla competizione.

Il risultato politico è paradossale. Una norma nata ufficialmente per contrastare la frammentazione può diventare una formidabile barriera all’ingresso per qualsiasi nuovo soggetto politico, indipendentemente dalla sua collocazione. E questo può fare comodo ai partiti già insediati sia a destra sia a sinistra.

Il caso Vannacci e il vantaggio dei partiti già presenti

Sul fondo rimane la variabile Roberto Vannacci. La questione dell’esenzione dalla raccolta delle firme dipenderà dall’applicazione definitiva delle norme e dalla condizione parlamentare della sua formazione al momento della presentazione delle liste. Ma politicamente il problema è già evidente: una disciplina costruita per limitare la proliferazione delle sigle rischia di colpire soprattutto chi tenta di entrare per la prima volta nella competizione nazionale.

La protesta di Onorato nasce esattamente da questo punto. Il fondatore di Progetto Civico sostiene che chiedere centinaia di migliaia di sottoscrizioni in un periodo ristretto trasformi la raccolta delle firme da strumento di verifica della consistenza politica in un ostacolo quasi insormontabile.

Le opposizioni hanno fatto propria la battaglia. Giuseppe Conte ha chiesto un intervento del presidente della Repubblica e anche Elly Schlein si è schierata contro la nuova disciplina delle sottoscrizioni.

L’incognita del voto anticipato nella primavera 2027

A rendere ancora più delicato il quadro c’è la data delle prossime Politiche. Nel dibattito parlamentare circola da settimane l’ipotesi di un voto anticipato nella primavera del 2027, mentre una parte dell’opposizione sostiene che l’accelerazione potrebbe servire anche a ridurre i tempi disponibili per eventuali giudizi sulla nuova legge.

È però importante distinguere i fatti dalle interpretazioni politiche: non esiste al momento una decisione ufficiale di Giorgia Meloni di sciogliere anticipatamente le Camere per precedere un pronunciamento della Consulta. L’ipotesi viene discussa negli ambienti politici e attribuita alla strategia della maggioranza, ma resta tale. Anche all’interno del centrodestra le convenienze elettorali non coincidono necessariamente. Clementi, inoltre, ritiene difficile immaginare che la Corte costituzionale non riesca a pronunciarsi prima del voto qualora venisse effettivamente investita della questione.

La vera partita comincia dopo l’approvazione

La riforma deve ancora superare nuovamente la Camera perché Palazzo Madama ha modificato il testo. Solo dopo l’approvazione definitiva e la promulgazione si potrà capire quali contestazioni arriveranno realmente davanti ai giudici e attraverso quali procedimenti. Ma la battaglia politica è già cominciata.

Da una parte la maggioranza difende un sistema che punta a coniugare proporzionale e governabilità. Dall’altra opposizioni, nuovi movimenti e una parte consistente dei costituzionalisti contestano il premio, le modalità di selezione degli eletti e soprattutto gli ostacoli posti alle formazioni non rappresentate in Parlamento.

Il punto più interessante è che la nuova legge non divide semplicemente maggioranza e opposizione. Il premio può favorire domani chi oggi lo contesta; la barriera delle firme protegge dal rischio di nuovi concorrenti tanto i partiti del centrodestra quanto quelli del campo largo.

Ed è forse questo il vero effetto politico della riforma: mentre destra e sinistra combattono pubblicamente sulla legge elettorale, alcune delle sue regole rafforzano proprio i partiti che sono già dentro il Parlamento. A pagare il prezzo più alto rischiano di essere quelli che stanno ancora cercando di entrarci.