Una sconfitta pesante per Donald Trump, resa ancora più bruciante dal luogo da cui arriva: quella Corte Suprema degli Stati Uniti che proprio il presidente ha contribuito in maniera determinante a spostare a destra durante il suo primo mandato. Con una maggioranza nettissima, sette giudici contro due, la più alta corte americana ha bloccato l’attuazione delle nuove restrizioni sul voto postale volute dall’amministrazione in vista delle cruciali elezioni di midterm di novembre.
La decisione non cancella definitivamente la battaglia di Trump contro il voto per posta, ma impedisce che le nuove procedure vengano applicate alle elezioni ormai imminenti. E il dato politico è evidente: a fermare la Casa Bianca non sono stati soltanto i giudici progressisti. Alla maggioranza si sono uniti anche magistrati conservatori, compreso Brett Kavanaugh, nominato dallo stesso Trump durante il suo primo mandato. A dissentire sono stati soltanto Clarence Thomas e Samuel Alito, due dei componenti più conservatori della Corte.
Trump voleva cambiare le regole del voto postale prima delle midterm
Al centro dello scontro c’è un ordine esecutivo con cui la Casa Bianca aveva imposto regole più stringenti per il voto postale, sistema utilizzato da una quota enorme dell’elettorato americano e da anni nel mirino di Trump, che sostiene possa favorire frodi e irregolarità.
Una delle novità più controverse prevedeva che gli Stati caricassero gli elenchi degli elettori su un portale del Servizio postale americano ancora in fase di realizzazione. Il sistema avrebbe dovuto verificare le informazioni necessarie alla distribuzione e alla gestione delle schede.
Il problema era rappresentato non soltanto dai tempi strettissimi, ma anche dal meccanismo previsto per la verifica. Secondo la denuncia proveniente dall’interno del sistema postale, la politica dello «zero per cento errori» avrebbe potuto provocare il rigetto di interi lotti di schede qualora anche un solo codice a barre non fosse risultato corrispondente alle informazioni presenti nel portale.
Con conseguenze potenzialmente enormi sul voto. Alcuni Stati, inoltre, hanno già cominciato a spedire le schede. La Carolina del Nord lo ha fatto il 4 settembre e altri sono pronti a partire. Cambiare le procedure a poche settimane dalle urne avrebbe quindi rischiato di precipitare il sistema elettorale nel caos.
Il rischio di migliaia di schede respinte
A denunciare pubblicamente il pericolo era stato il senatore democratico del Connecticut Richard Blumenthal, dopo le segnalazioni di un whistleblower interno al sistema postale. «Il Servizio postale ha progettato un sistema per privare del diritto di voto milioni di americani», aveva accusato il senatore.
Il Postal Service ha respinto questa ricostruzione, assicurando che «la posta elettorale sarà gestita in modo sicuro e consegnata in modo affidabile». Ma le perplessità sul nuovo sistema sono arrivate fino ai tribunali.
Prima la giudice distrettuale Indira Talwani, a Boston, poi Carl J. Nichols, a Washington, avevano fermato l’applicazione delle modifiche. E il secondo pronunciamento aveva assunto un significato particolare: Nichols era stato nominato proprio da Trump durante il suo primo mandato. Secondo il giudice, il piano presidenziale eccedeva «l’autorità conferita dal Congresso al Servizio postale». Ora è arrivata la decisione della Corte Suprema.
La Corte Suprema dice no: sette giudici contro due
La maggioranza ha stabilito che «è improbabile che l’amministrazione possa avere successo nel merito della sua contestazione» relativa alla procedura già bloccata dai tribunali inferiori. Una formula tecnica che si traduce, almeno per novembre, in una sonora battuta d’arresto per Trump.
Ancora più interessante è la posizione di Kavanaugh. Il giudice nominato dal presidente ritiene che esista «almeno una ragionevole probabilità» che alcune azioni dell’amministrazione possano rientrare nelle sue competenze. Ma applicare adesso quelle modifiche sarebbe, secondo il magistrato, «arbitrario e capriccioso», perché le autorità statali e locali non avrebbero materialmente il tempo necessario per adeguarsi. Tradotto politicamente: Trump perde la battaglia delle midterm, ma la guerra sul voto postale potrebbe non essere finita.
Perché il voto per posta è così importante per Trump
Il presidente combatte da anni contro questo sistema elettorale. Trump sostiene che il voto postale renda più semplice commettere frodi, fino alla possibilità di votare più di una volta, e ha più volte manifestato l’intenzione di limitarlo drasticamente.
La questione è anche politicamente delicatissima. Tradizionalmente il voto per posta è stato utilizzato in misura importante dagli elettori democratici, anche se lo stesso Trump ne ha fatto uso. Proprio per questo qualsiasi intervento sulle procedure a ridosso delle elezioni diventa immediatamente terreno di scontro tra repubblicani e democratici.
E le midterm di novembre rappresentano un passaggio cruciale per la seconda presidenza Trump: gli americani saranno chiamati a ridisegnare gli equilibri del Congresso e il risultato determinerà quanto spazio di manovra resterà alla Casa Bianca nella seconda parte del mandato.
Una sconfitta che arriva dalla Corte a maggioranza conservatrice
È soprattutto il risultato di 7 a 2 a rendere politicamente significativa la decisione. La Corte Suprema americana ha una solida maggioranza conservatrice e tre dei suoi componenti sono stati nominati da Trump durante il primo mandato. Eppure, sulla possibilità di modificare adesso le procedure del voto postale, la Casa Bianca non è riuscita a convincere neppure gran parte dell’ala conservatrice.
Il verdetto assume ancora maggiore importanza perché soltanto ad agosto la Corte aveva adottato un primo provvedimento provvisorio favorevole alla direttiva. Adesso la situazione cambia: per le elezioni di novembre le nuove restrizioni non entreranno in vigore. Trump dovrà quindi affrontare le midterm senza quella stretta sul voto postale che aveva cercato di introdurre. Dopo novembre, però, la battaglia potrebbe ricominciare. E le parole di Kavanaugh lasciano già intravedere il prossimo terreno di scontro: le presidenziali del 2028.







