Legge elettorale, lo “Stabilicum” slitta e agita il centrodestra: Forza Italia frena, Meloni prende tempo

Lo “Stabilicum” è già in bilico. La nuova legge elettorale immaginata dal centrodestra per blindare la governabilità e ridurre il rischio di maggioranze ballerine non correrà con la velocità annunciata nelle scorse settimane. Dopo il vertice a Palazzo Chigi tra Giorgia Meloni, Antonio Tajani, Matteo Salvini, Maurizio Lupi, Roberto Calderoli, Giovanni Donzelli e Alessandro Battilocchio, la road map cambia passo: ufficialmente la premier continua a chiedere il completamento della prima lettura prima di agosto, ma nei fatti la maggioranza ragiona su un percorso meno traumatico, con un primo via libera soltanto in commissione e il voto finale dell’Aula rinviato a settembre.

Il cambio di ritmo non è un dettaglio tecnico. Dentro il centrodestra la riforma divide, pesa sugli equilibri futuri e riapre il dossier più sensibile: cosa accadrebbe se alle prossime elezioni nessuno vincesse davvero? La nuova legge dovrebbe assegnare un premio di maggioranza alla coalizione vincente, ma proprio quel meccanismo agita Forza Italia, che non vuole consegnarsi mani e piedi a uno schema troppo rigido. Gli azzurri chiedono di ridurre l’entità del premio e di cambiare il listino bloccato, cioè uno dei punti più delicati della riforma.

Forza Italia frena e Meloni non forza

La frenata porta soprattutto la firma politica di Forza Italia. Antonio Tajani e Gianni Letta avrebbero chiesto al presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Nazario Pagano, di procedere con prudenza, anche per venire incontro ai dubbi della famiglia Berlusconi. Il segnale è chiaro: gli azzurri non vogliono rompere con Giorgia Meloni, ma non intendono nemmeno approvare a scatola chiusa una legge che potrebbe ridurre i loro margini di manovra.

Il punto politico è tutto qui. Se il centrodestra vincesse nettamente, lo “Stabilicum” potrebbe rafforzare la coalizione e garantire una maggioranza più stabile. Se invece il risultato fosse incerto, Forza Italia preferirebbe non trovarsi intrappolata in un meccanismo troppo automatico. Da qui la richiesta di correggere il premio di maggioranza e rivedere il listino bloccato. In altre parole, meno automatismi e più spazio politico nel caso di un Parlamento senza vincitori assoluti.

Meloni, almeno pubblicamente, lascia intendere di voler intervenire poco. Ripete che la legge elettorale è materia parlamentare. Ma il rinvio racconta anche altro: la premier prende tempo, osserva le tensioni interne e valuta se davvero convenga modificare il Rosatellum mentre i sondaggi e le simulazioni raccontano uno scenario meno lineare del previsto.

Il tavolo con le opposizioni e il no quasi scontato

La maggioranza proverà comunque ad aprire un tavolo con le opposizioni. I capigruppo del centrodestra dovrebbero contattare le minoranze per avviare un confronto sulla riforma. È una mossa quasi obbligata, utile anche a respingere l’accusa di colpo di mano, ma l’esito appare già scritto: il centrosinistra difficilmente accetterà una trattativa su una legge che potrebbe cambiare gli equilibri del voto a ridosso della fine della legislatura.

Il rischio politico per Meloni è evidente. Se l’opposizione alzasse le barricate, Montecitorio potrebbe restare inchiodato sul testo fino a ottobre. A quel punto il Senato avrebbe poche settimane per esaminare la riforma prima della sessione di bilancio. E il calendario diventerebbe una trappola. La nuova legge andrebbe approvata preferibilmente entro il 2026, anche perché dal Quirinale arriverebbe una linea di cautela: meglio evitare interventi sulla legge elettorale nell’anno del voto.

Il centrodestra guarda i numeri e teme il pareggio

A pesare sul dossier non ci sono soltanto i tecnicismi. C’è soprattutto la matematica politica. La simulazione che circola nei vertici della maggioranza proietta le percentuali attuali dei sondaggi, tenendo conto delle Europee del 2024 e delle Politiche del 2022. Il risultato racconta uno scenario insidioso: se si votasse domani, il campo largo vincerebbe di pochi seggi alla Camera e con un margine più solido al Senato.

Vincerebbe, sì, ma non troppo. Ed è proprio questo margine stretto a rendere la partita più complicata. Per Meloni, una legge elettorale costruita per garantire stabilità potrebbe diventare un’arma a doppio taglio se il centrodestra non arrivasse primo con un vantaggio netto. Per Forza Italia, invece, un risultato incerto potrebbe aprire spazi di manovra che una riforma troppo rigida rischierebbe di chiudere.

La vera partita è il dopo voto

La discussione sullo “Stabilicum” racconta quindi molto più della legge elettorale. Racconta i rapporti interni al centrodestra, il peso politico di Forza Italia dopo Silvio Berlusconi, il ruolo di Marina Berlusconi nell’immaginario della galassia azzurra e la prudenza con cui Meloni guarda al futuro. Nessuno, nella maggioranza, vuole intestarsi apertamente una frenata. Ma molti sembrano temere una riforma che, invece di garantire stabilità, potrebbe togliere libertà proprio a chi oggi la sostiene.

Per questo lo slittamento a dopo l’estate non è solo una questione di calendario. È il segnale che lo “Stabilicum” non è ancora stabilissimo. E che nel centrodestra, prima ancora del confronto con le opposizioni, bisogna capire se tutti vogliono davvero la stessa legge.