Mary Trump demolisce lo zio Donald dopo lo scontro con Meloni: «È un uomo debole, misogino e incapace di gestire chi gli resiste»

Mary Trump foto Yahoo @lacapitalenews.it

Lo scontro tra Donald Trump e Giorgia Meloni diventa, per Mary L. Trump, la prova perfetta di una tesi che ripete da anni: dietro la postura aggressiva del presidente americano non ci sarebbe forza, ma fragilità. Non sicurezza, ma paura. Non leadership, ma bisogno costante di dominio. La nipote del tycoon, psicologa clinica e da tempo in guerra aperta con lo zio anche sul piano giudiziario, usa l’attacco alla premier italiana per tornare a descrivere Trump come «un uomo profondamente insicuro», forse «la persona più debole» che abbia mai incontrato.

In un’intervista al Corriere della Sera firmata da Alice Scaglioni, Mary Trump legge gli insulti rivolti a Meloni come il risultato di una miscela tossica: misoginia verso le donne forti, rabbia per l’isolamento internazionale e incapacità di reggere il dissenso. Una diagnosi politica e personale insieme, già anticipata in una recente conversazione con Simona Siri per La Stampa, dove aveva usato parole ancora più dure: «Donald è sempre stato inadatto a ricoprire qualsiasi posizione di potere perché soffre di disturbi psichiatrici gravi e non diagnosticati». E aveva aggiunto: «Oggi è anche peggiorato, perché quando una patologia non viene curata, succede questo: peggiora».

Mary Trump contro Donald: «Non rispetta le donne forti»

Per Mary Trump, l’attacco a Giorgia Meloni non nasce dal nulla. La nipote del presidente americano lo inserisce in uno schema preciso, quasi automatico. «Donald è un misogino. Non rispetta le donne, ha dei problemi con loro, in particolare con quelle forti», afferma al Corriere. La premier italiana, nella sua lettura, sarebbe diventata un bersaglio proprio perché percepita come una figura autonoma, capace di sottrarsi alla logica dell’obbedienza personale che Trump pretende dagli alleati.

Il contesto, secondo Mary, conta. Al G7 il presidente americano sarebbe arrivato indebolito dalla guerra in Iran, definita dalla psicologa «un totale disastro». In quel momento avrebbe visto Meloni prendere le distanze, da «buona partner della NATO», contraria al conflitto e indisponibile a garantire assistenza piena a Washington. Da qui la reazione: non un confronto politico, ma un attacco personale. «Ha fatto quello che ha sempre fatto: ha proiettato», sostiene Mary Trump, convinta che le accuse rivolte alla premier italiana dicano molto più dello stato emotivo dello zio che della realtà dei rapporti tra i due leader.

«Con lui non bisogna cedere»: la lezione ai leader europei

Il punto più politico dell’intervista riguarda la strategia da adottare con Trump. Mary L. Trump respinge la diplomazia dell’accomodamento e critica apertamente chi, come Mark Rutte, avrebbe scelto un atteggiamento troppo conciliante. Lo definisce «particolarmente orribile in questo frangente» e avverte i leader europei: assecondare Trump significa rafforzarlo.

«È una persona debole, se capitoli di fronte a lui, lui trae forza da questo», spiega. La logica del cedere per «proteggere la NATO o l’Italia», secondo lei, non funziona. Al contrario, produce l’effetto opposto: convince Trump di poter spingere ancora più in là la sua pressione. Per questo Mary indica una sola strada: «Un’opposizione unita è sempre la strada migliore da seguire», perché suo zio «non riesce a gestirla».

La formula è brutale, ma chiarissima: con un bullo, sostiene, non si negozia abbassando la testa. Bisogna «tirargli un pugno in faccia». Una metafora politica, ovviamente, ma anche il riassunto di un’intera visione: Trump, nella lettura della nipote, non comprende la mediazione come rispetto reciproco, ma solo come resa dell’altro.

Il declino cognitivo e il bambino mai amato

Mary Trump porta poi il discorso sul piano clinico e biografico, sempre con parole attribuite alla sua valutazione personale. Al Corriere parla di «disturbi psichiatrici non diagnosticati e non curati» e di un «grave declino cognitivo». Ricorda anche che il nonno paterno soffriva di Alzheimer. A La Stampa aveva già elencato quelli che considera segnali evidenti: vuoti di memoria, discorsi che perdono il filo logico, impulsi fuori controllo e una megalomania sempre più marcata, alimentata da frasi come «Ne so più io dei generali» o «So più io sulle armi nucleari degli esperti».

Ma per Mary Trump la radice non sta solo nel presente. Sta nell’infanzia, nella famiglia, nella costruzione di un uomo protetto per tutta la vita da reti di potere e convenienza: prima dal padre, poi dai media newyorkesi, dalle banche degli anni Novanta e infine da Mark Burnett, il produttore di The Apprentice, che avrebbe contribuito a trasformare Trump in un personaggio televisivo credibile anche quando, secondo lei, non lo era.

Il risultato, nella sua lettura, è un leader incapace di affrontare la realtà quando la realtà non si piega alla sua narrazione. Dal Covid alla guerra con l’Iran, ogni crisi avrebbe mostrato la stessa fragilità nascosta sotto la posa dell’uomo forte. Mary Trump chiude il ritratto con la frase più tagliente e insieme più spietata: «Donald è, in sostanza, un bambino terrorizzato che non è mai stato amato».