L’omicidio di Vittorio Boiocchi, storico capo ultrà dell’Inter assassinato a Milano il 29 ottobre 2022, torna al centro di un’udienza particolarmente tesa. Pietro Andrea Simoncini, uno degli imputati nel processo, ha accusato apertamente il genero Marco Ferdico di aver organizzato l’agguato, descrivendo il comportamento dell’altro uomo coinvolto nell’esecuzione, Daniel D’Alessandro, soprannominato Bellebuono, nelle ore precedenti al delitto. Una ricostruzione che contiene accuse pesantissime e che apre nuovi contrasti tra le versioni dei protagonisti.
Simoncini ha cercato di ridimensionare il proprio ruolo nella preparazione dell’omicidio, pur riconoscendo di aver partecipato alla spedizione culminata nella morte di Boiocchi. Ha inoltre respinto le dichiarazioni che lo descrivono come un uomo vicino alla criminalità organizzata calabrese, sostenendo che Ferdico avrebbe ingigantito il suo passato per presentarlo come una persona esperta e affidabile nell’esecuzione di azioni violente.
Omicidio Boiocchi, Simoncini contro Ferdico: «Era lui il vero regista»
Durante l’udienza, Simoncini ha attribuito a Marco Ferdico la responsabilità di aver guidato l’organizzazione dell’agguato. Secondo il suo racconto, sarebbe stato il genero a prendere le decisioni principali, mentre altri avrebbero già provveduto a recuperare la pistola e la motocicletta utilizzate per raggiungere il luogo dell’omicidio.
L’imputato ha anche ridimensionato il significato dei sopralluoghi precedenti al delitto, sostenendo che i partecipanti si sarebbero limitati a passare nella zona e a consultare successivamente Google Maps. Una versione che contrasta con l’immagine di un piano preparato nei dettagli e che dovrà essere valutata insieme alle altre testimonianze e agli elementi raccolti dagli investigatori.
Il rapporto tra suocero e genero emerge come uno dei punti più conflittuali dell’intera vicenda. Simoncini ha sostenuto che Ferdico fosse considerato un «infame» negli ambienti calabresi da lui conosciuti, senza però saperne spiegare con precisione le ragioni. Un’affermazione che avrebbe provocato una reazione visibilmente contrariata dello stesso Ferdico durante il collegamento con l’aula.
Bellebuono e le ore prima degli spari: «Aveva abusato di cocaina»
Il racconto di Simoncini si è concentrato anche sul comportamento di Daniel D’Alessandro, indicato come l’uomo che avrebbe materialmente sparato a Vittorio Boiocchi. Secondo l’imputato, Bellebuono avrebbe assunto una quantità eccessiva di cocaina il giorno dell’omicidio, mostrando un atteggiamento che Simoncini ha descritto con parole particolarmente forti.
«Bellebuono era un diavolo», ha dichiarato, aggiungendo di aver avuto dei ripensamenti mentre il piano entrava nella fase decisiva. Ha raccontato che la decisione di agire quel 29 ottobre sarebbe maturata improvvisamente e che, durante il tragitto in motocicletta, i due sarebbero anche caduti, danneggiando il mezzo.
Simoncini ha contestato inoltre un particolare della ricostruzione dell’agguato: sostiene di non aver scarrellato la pistola e di aver gridato ripetutamente di fermarsi prima che D’Alessandro aprisse il fuoco. La sua versione, naturalmente, rappresenta una dichiarazione difensiva da confrontare con gli altri elementi processuali.
Le accuse di legami con la ‘ndrangheta e la replica di Simoncini
Un altro passaggio delicato dell’udienza ha riguardato i presunti rapporti di Simoncini con ambienti della criminalità organizzata calabrese. Secondo dichiarazioni attribuite a Marco Ferdico e Andrea Beretta, l’uomo sarebbe stato presentato come una persona con esperienza in contesti violenti legati alle faide delle Preserre.
Simoncini ha negato qualsiasi affiliazione alla ‘ndrangheta e ha respinto anche il racconto secondo cui avrebbe partecipato a un precedente omicidio in Calabria. Ha riconosciuto di essere stato sottoposto in passato a un esame per la ricerca di residui di sparo, ma ha escluso un proprio coinvolgimento nel delitto richiamato durante l’udienza.
Nelle ricostruzioni investigative compare inoltre un suo rapporto di parentela con Domenico Tassone, indicato dagli inquirenti come appartenente alla famiglia Idà-Emanuele e coinvolto nell’inchiesta antimafia Jerakari. Il legame familiare, tuttavia, non dimostra alcuna appartenenza criminale di Simoncini, che ha ribadito di non essere affiliato a organizzazioni mafiose.
I soldi, i contrasti familiari e il ruolo di Gianfranco Ferdico
Sul fondo dell’agguato emergono anche difficoltà economiche e tensioni tra le persone coinvolte. Simoncini avrebbe avuto bisogno di denaro e, secondo la ricostruzione discussa in aula, sarebbe stato disposto a partecipare all’azione in cambio di un compenso di 15mila euro.
Gianfranco Ferdico, padre di Marco, ha raccontato di aver allontanato Simoncini dalla propria abitazione dopo aver appreso del suo possibile coinvolgimento nel progetto omicidiario. L’uomo ha sostenuto di non voler ospitare una persona pronta a commettere un gesto simile. Simoncini, da parte sua, ha cercato di distinguere la posizione di Gianfranco da quella del figlio, descrivendolo come una persona finita nella vicenda contro la propria volontà.
Il processo continua così a ricostruire non soltanto le responsabilità nell’assassinio di Vittorio Boiocchi, ma anche i rapporti di potere e le rivalità interne al mondo ultrà che avrebbero preceduto l’agguato. Le dichiarazioni di Simoncini aggiungono nuovi elementi di conflitto, senza risolvere tutte le contraddizioni tra gli imputati.







