La polizia raggiunge Alice Di Vita a Torino per controllare il suo cellulare, dalla Germania arriva l’ennesimo rinvio delle analisi e nell’inchiesta sul duplice avvelenamento di Pietracatella prende corpo una nuova, inquietante ipotesi: il vero obiettivo dell’assassino potrebbe essere stato Sara Di Vita, la quindicenne morta insieme alla madre Antonella Di Ielsi durante le festività natalizie del 2025. Una ricostruzione ancora tutta da verificare, che collegherebbe il delitto alla possibile scoperta, da parte della ragazza, di conversazioni compromettenti del padre con una o più donne. Ma mentre gli investigatori continuano a cercare risposte, un punto deve essere chiarito: la visita degli agenti ad Alice, l’altra figlia della famiglia, non dimostra che la diciannovenne sia sospettata di qualcosa.
A quasi un anno dalla tragedia che ha sconvolto il piccolo centro molisano, l’indagine coordinata dalla Procura di Larino continua a procedere contro ignoti. Non è stato individuato pubblicamente alcun responsabile e, soprattutto, resta ancora da chiarire come la ricina sia stata somministrata alle due vittime. L’attesa per gli esami scientifici si prolunga ulteriormente, mentre gli investigatori tornano a esaminare alimenti, rifiuti domestici, dispositivi elettronici e rapporti personali.
Gli investigatori raggiungono Alice a Torino: controllato il suo smartphone
La novità che ha immediatamente alimentato nuove speculazioni riguarda Alice Di Vita, 19 anni, figlia di Gianni Di Vita e Antonella Di Ielsi, nonché sorella di Sara. La ragazza, che dopo la tragedia ha proseguito gli studi universitari trasferendosi a Torino, è stata raggiunta dagli agenti della Squadra Mobile di Campobasso per alcuni accertamenti sul telefono cellulare.
Secondo quanto emerso, Alice avrebbe consegnato spontaneamente il dispositivo agli investigatori, provvedendo personalmente a sbloccarlo per consentire le verifiche richieste. Un comportamento collaborativo confermato anche dall’avvocato Facciolla, che assiste sia la giovane sia il padre.
L’intervento della polizia non deve però essere confuso con l’attribuzione di una responsabilità penale. Il controllo di uno smartphone può servire a verificare contatti, conversazioni, cronologie e altri dati potenzialmente utili a ricostruire le circostanze di un delitto, anche quando il proprietario del dispositivo non è indagato.
Nel caso di Alice, non risultano comunicati elementi che consentano di considerarla sospettata dell’avvelenamento. Il fatto che abbia continuato a vivere e studiare lontano da Pietracatella non costituisce, da solo, una prova della sua estraneità ai fatti, così come il controllo del telefono non rappresenta un indizio di colpevolezza.
È dunque necessario evitare conclusioni affrettate su una ragazza che ha già perso la madre e la sorella in circostanze drammatiche e che, sulla base delle informazioni disponibili, ha collaborato con gli investigatori.
La nuova ipotesi: Sara era il vero bersaglio dell’assassino?
L’aspetto più inquietante delle ultime indiscrezioni riguarda una possibile diversa ricostruzione del movente. Fino a oggi, gran parte dell’attenzione si è concentrata sulle circostanze della morte di Antonella Di Ielsi e sui rapporti personali e familiari che potrebbero aver avuto un ruolo nella vicenda.
Ora viene riferita una nuova ipotesi investigativa: la quindicenne Sara Di Vita potrebbe non essere stata una vittima collaterale, ma il bersaglio principale dell’avvelenamento.
Secondo questa ricostruzione, la ragazza avrebbe scoperto alcune conversazioni compromettenti tra il padre Gianni Di Vita e una donna con la quale avrebbe intrattenuto una relazione extraconiugale. Non viene esclusa, sempre sul piano delle indiscrezioni, la possibilità che le conversazioni riguardassero più persone. Sara avrebbe poi riferito alla madre ciò che aveva scoperto.
È una ricostruzione estremamente delicata, che al momento non può essere considerata un fatto accertato. Non sono stati resi pubblici riscontri sufficienti per stabilire se la ragazza avesse effettivamente scoperto quelle conversazioni, quale fosse il loro contenuto e se qualcuno potesse avere un interesse a impedirne la divulgazione.
Soprattutto, manca un passaggio fondamentale: perché la scoperta di una presunta relazione extraconiugale avrebbe dovuto portare all’avvelenamento di una ragazza di quindici anni e di sua madre?
È proprio questo il punto sul quale la nuova ipotesi, per quanto suggestiva, deve ancora trovare una spiegazione sostenuta da elementi concreti. La possibile esistenza di un segreto familiare non dimostra né un movente omicidiario né l’identità di chi avrebbe materialmente somministrato la sostanza tossica.
Le analisi sulla ricina slittano ancora: dalla Germania un’altra proroga
Mentre emergono nuove ricostruzioni, sul fronte scientifico arriva un ulteriore rallentamento. Gli accertamenti sui reperti e sugli alimenti sequestrati, affidati agli specialisti del Robert Koch Institut di Berlino, avrebbero ottenuto un’altra proroga di circa un mese.
Secondo le informazioni riportate, il nuovo orizzonte temporale per la conclusione delle verifiche si sposterebbe verso la fine di dicembre 2026. Un rinvio significativo, considerando che proprio gli esami sui campioni raccolti potrebbero contribuire a chiarire in quale alimento o materiale fosse presente la ricina e attraverso quale modalità le due donne siano state esposte alla sostanza.
La ricina è una tossina estremamente pericolosa e l’individuazione delle sue tracce nei campioni biologici e alimentari richiede accertamenti specialistici. Tuttavia, anche l’eventuale identificazione del veicolo utilizzato per l’avvelenamento non risolverebbe automaticamente il problema dell’autore del delitto.
Per gli investigatori, infatti, sarebbe necessario collegare quel veicolo a una persona, a un comportamento e a una sequenza di eventi compatibile con quanto accaduto durante le festività natalizie.
L’ennesimo slittamento prolunga quindi l’incertezza su un punto decisivo dell’inchiesta: la ricostruzione materiale dell’avvelenamento.
Il mistero dei rifiuti e delle cozze gettate il 24 dicembre
Tra gli accertamenti che continuano a impegnare gli investigatori figurano anche quelli relativi ai rifiuti prodotti e smaltiti nei giorni immediatamente precedenti alla tragedia.
In particolare, sarebbe stato nuovamente ascoltato in Questura a Campobasso un addetto alla raccolta dei rifiuti urbani, chiamato a chiarire alcuni aspetti riguardanti lo smaltimento di scarti alimentari.
L’attenzione si sarebbe concentrata anche su alcune cozze avanzate da un pranzo di lavoro, che sarebbero state gettate nella frazione organica il 24 dicembre. Il particolare viene esaminato nel quadro delle verifiche sugli alimenti e sui materiali che potrebbero avere avuto un ruolo nell’esposizione alla sostanza tossica.
Anche in questo caso, però, occorre distinguere ciò che viene controllato da ciò che è stato dimostrato. Il fatto che gli investigatori cerchino di ricostruire il percorso dei rifiuti non significa che quelle cozze contenessero ricina o che siano state utilizzate per avvelenare le vittime.
La difficoltà è aggravata dal tempo trascorso. Gli alimenti deperibili e gli scarti domestici possono essere stati smaltiti, mescolati ad altri materiali o non essere più disponibili per analisi dirette. Una circostanza che rende ancora più importante il confronto tra le testimonianze, la documentazione raccolta e i risultati degli esami scientifici.
Le presunte relazioni di Gianni Di Vita e le verifiche sui messaggi
La nuova ipotesi che individua in Sara il possibile obiettivo principale riporta inevitabilmente l’attenzione sui rapporti personali di Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre delle due ragazze.
Nelle settimane precedenti erano già circolate indiscrezioni su una presunta relazione extraconiugale, diventata oggetto di domande e ricostruzioni pubbliche. Di Vita aveva scelto di non entrare nei dettagli della propria vita privata, ribadendo che esistono aspetti personali che non dovrebbero essere trasformati in materia di discussione pubblica.
La possibile esistenza di conversazioni riservate potrebbe spiegare perché gli investigatori stiano approfondendo anche i contenuti dei dispositivi elettronici. Tuttavia, un’eventuale infedeltà coniugale non costituisce un indizio di responsabilità per un duplice omicidio.
Allo stesso modo, la supposizione che Sara avesse scoperto determinate chat e ne avesse parlato alla madre richiede verifiche indipendenti. Occorrerebbe stabilire se quei messaggi esistessero, quando fossero stati scambiati, chi ne fosse a conoscenza e se vi siano elementi concreti che li colleghino all’avvelenamento.
Senza questi riscontri, il rischio è quello di trasformare una possibile vicenda privata in una spiegazione del delitto prima ancora che gli investigatori abbiano dimostrato un collegamento.
Pietracatella, un anno di indagini e ancora nessun colpevole
Il duplice avvelenamento di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita resta uno dei casi più complessi e dolorosi della cronaca recente. Due vittime appartenenti alla stessa famiglia, una sostanza tossica letale, accertamenti scientifici particolarmente difficili e un’indagine che continua senza che sia stata pubblicamente individuata la persona responsabile.
La visita degli agenti ad Alice a Torino, la nuova ipotesi su Sara come possibile bersaglio principale e l’ennesima proroga delle analisi tedesche rappresentano tre sviluppi differenti, che non devono essere automaticamente collegati tra loro.
Il controllo del telefono della diciannovenne è un’attività investigativa; l’ipotesi del movente legato alle chat è una ricostruzione ancora da dimostrare; gli esami sui reperti costituiscono invece un accertamento scientifico dal quale potrebbero arrivare informazioni decisive.
Per ora, la domanda fondamentale resta senza risposta: chi ha introdotto la ricina nella vita di Antonella e Sara e perché? Le nuove indiscrezioni aprono ulteriori scenari, ma soltanto elementi verificabili potranno trasformare uno di questi scenari in una ricostruzione giudiziaria attendibile. Nel frattempo, attribuire sospetti a persone sulla base di semplici coincidenze rischia di aggiungere altra sofferenza a una tragedia che non ha ancora trovato giustizia.







