Quanti uomini di Vladimir Putin si sono infiltrati negli apparati italiani? La domanda può sembrare brutale, ma dopo l’arresto di due ex agenti dell’Aisi e l’apertura di un’inchiesta che coinvolge anche militari ancora in servizio non appartiene più al territorio della fantapolitica.
La Procura di Roma accusa Gavino Raoul Piras e Vincenzo Di Pasquale, entrambi ex appartenenti ai servizi segreti interni, di avere raccolto e ceduto informazioni a favore della Russia in cambio di denaro. Gli investigatori contestano a vario titolo reati che comprendono spionaggio, rivelazione di notizie riservate e accesso abusivo a sistemi informatici. Nell’inchiesta compaiono anche quattro militari in servizio, sospettati di avere alimentato il circuito informativo utilizzato dai due ex 007.
Piras nega di avere trasmesso materiale segreto. Il suo avvocato sostiene che lavorasse come analista indipendente, raccogliesse notizie da fonti aperte e non abbia mai veicolato informazioni classificate. Sarà l’inchiesta a stabilire le responsabilità. Ma gli atti già emersi descrivono un sistema che va molto oltre l’iniziativa estemporanea di un pensionato con nostalgia del vecchio mestiere.
Un ex agente fuori dai servizi, ma ancora dentro la rete
Piras aveva lasciato l’Aisi da oltre dieci anni. Eppure, secondo l’accusa, continuava a muoversi con la familiarità di chi conosce uomini, procedure, linguaggi e debolezze dell’apparato. Avrebbe mantenuto contatti con personale della Difesa, raccolto documenti sensibili e dialogato con un esponente russo coperto da immunità diplomatica.
Gli investigatori hanno documentato modalità che appartengono al repertorio classico dello spionaggio: pizzini, telefoni nascosti, schede di memoria occultate e incontri riservati. L’inchiesta avrebbe ricostruito anche richieste relative ad armamenti destinati all’Ucraina, piani di riarmo, sistemi missilistici, strutture nucleari iraniane e priorità strategiche della Nato e dell’Unione europea.
Il governo ha reagito espellendo due addetti militari dell’ambasciata russa a Roma, Ivan Petrovich Gorbachev e Mikhail Vasilyevich Astakhov, indicati come coinvolti nelle attività considerate incompatibili con il loro status diplomatico. La Farnesina ha parlato di una grave interferenza contro le istituzioni italiane e la sicurezza nazionale.
La domanda più inquietante, però, non riguarda ciò che Piras avrebbe fatto dopo il pensionamento. Riguarda ciò che ha potuto continuare a fare. Come ha potuto un ex agente, uscito da anni dall’intelligence, contattare personale ancora operativo e ottenere materiale classificato? Chi gli ha aperto le porte? Chi ha sottovalutato i suoi rapporti? Quali controlli accompagnano gli uomini che lasciano i servizi ma conservano relazioni, informazioni, accessi personali e credibilità dentro gli apparati?
Un servizio segreto può difendersi da una spia straniera. Trova molte più difficoltà quando la spia conosce già la casa, parla la stessa lingua dei suoi uomini e sa esattamente quali leve azionare.
Il vero scandalo non è il traditore, ma la rete che lo alimenta
Il caso Piras assume un peso diverso se gli inquirenti confermeranno che militari in servizio gli fornivano documenti. Un uomo solo può rubare un fascicolo. Una rete può produrre informazioni per anni.
Secondo l’impostazione accusatoria, i due ex agenti ricavavano dati da più fonti e li vendevano ai referenti russi. L’indagine non descrive dunque un singolo passaggio di carte, ma un’attività organizzata, capace di mettere in collegamento ex membri dell’intelligence, personale della Difesa e diplomatici stranieri.
È qui che la vicenda diventa una questione politica e istituzionale. La Russia non avrebbe avuto bisogno di penetrare direttamente nei sistemi dello Stato: le sarebbe bastato comprare la disponibilità di italiani che in quei sistemi avevano lavorato o continuavano a lavorare.
Il denaro emerge come uno degli strumenti principali. Nelle conversazioni riportate dagli investigatori compare una logica rudimentale e terribile: tutto si può ottenere, purché qualcuno paghi. Non ideologia, quindi, ma commercio del segreto. Non grandi convinzioni geopolitiche, ma informazioni sulla sicurezza nazionale trasformate in merce.
Questo non riduce la gravità del fenomeno. La aumenta. Un fanatico può restare fedele a una sola causa. Chi vende al miglior offerente rappresenta una falla permanente.
L’Italia ha già conosciuto casi di spionaggio a favore di Mosca. Il precedente più noto riguarda l’ufficiale di Marina Walter Biot, arrestato mentre consegnava documenti a un militare russo in cambio di denaro. Il caso Piras, però, apre uno scenario ancora più allarmante: la possibilità che Mosca abbia coltivato nel tempo una rete composta da persone con esperienza negli apparati e accesso indiretto a uomini ancora in servizio.
Dai documenti segreti ai visti: l’Italia come porta d’ingresso
Un’altra inchiesta romana aggiunge un tassello inquietante. La magistratura accusa l’ex ambasciatore italiano in Uzbekistan Piergabriele Papadia de Bottini di Sant’Agnese e la sua collaboratrice Tatiana Tarakanova di avere gestito un sistema di rilascio illecito di visti Schengen a cittadini russi.
Secondo gli investigatori, i richiedenti avrebbero pagato somme comprese tra 4 mila e 16 mila euro per ottenere visti turistici di lunga durata anche senza possedere i requisiti richiesti. Papadia è finito in carcere con le accuse di corruzione e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. La difesa respinge l’ipotesi che l’ex diplomatico lavorasse per i servizi russi.
Le due indagini restano separate e non esistono, allo stato, elementi pubblici che dimostrino un collegamento operativo tra Piras e Papadia. Ma entrambe raccontano la stessa vulnerabilità: la capacità di cittadini russi di trovare all’interno delle istituzioni italiane qualcuno disposto ad aprire una porta. Nel primo caso la porta conduceva ai documenti, ai dossier e alle reti della Difesa. Nel secondo conduceva all’area Schengen.
Il rischio non riguarda soltanto uomini d’affari o oligarchi interessati a viaggiare in Europa. Un sistema di visti venduti senza controlli adeguati può favorire anche l’ingresso di soggetti legati agli apparati di sicurezza russi, consentendo loro di muoversi nel territorio europeo con documenti formalmente validi.
È qui che la vicenda smette di apparire come un insieme di casi individuali e assume i contorni di una strategia. Mosca usa diplomatici, ex agenti, funzionari, denaro e relazioni personali. Cerca accessi, non necessariamente ideologi. Individua chi può fornire un documento, una credenziale, un contatto o un visto. Poi paga. L’Italia deve ora evitare due errori. Il primo consiste nel liquidare tutto come la storia di pochi corrotti. Il secondo consiste nel trasformare ogni sospetto in una caccia alle streghe.
Servono controlli seri, verifiche patrimoniali, monitoraggio dei rapporti mantenuti dagli ex appartenenti agli apparati e una revisione delle modalità con cui il personale in servizio accede, copia e trasmette materiale riservato. Serve soprattutto capire se Piras e Di Pasquale rappresentassero il vertice di una rete oppure soltanto il punto che gli investigatori sono riusciti a vedere.
Quanti infiltrati di Putin esistono nei nostri servizi? Oggi nessuno può dare un numero. Ma le inchieste dicono già qualcosa di altrettanto grave: la Russia ha cercato uomini dentro e attorno agli apparati italiani, e in alcuni casi li avrebbe trovati. La vera domanda non riguarda più la presenza del pericolo. Riguarda quanto tempo lo Stato abbia impiegato per riconoscerlo e quante altre porte siano rimaste aperte mentre guardava altrove.







