Spionaggio russo, la rete degli insospettabili: cittadini pagati in criptovalute per dossier, telecamere sui taxi e documenti Nato

Presidente Putin

Non servono agenti segreti con identità false, valigette cifrate e incarichi dentro ministeri o comandi militari. Lo spionaggio russo può reclutare anche persone comuni, imprenditori in cerca di denaro, cittadini disposti a raccogliere informazioni apparentemente secondarie in cambio di criptovalute. È il quadro che emerge dalle motivazioni con cui la gup di Milano Angela Minerva ha condannato due imprenditori di 36 e 64 anni a due anni e sei mesi e a due anni e due mesi.

I due, titolari di una società immobiliare in Brianza, si sarebbero messi a disposizione dell’intelligence russa attraverso Telegram. Non riuscirono a consegnare risultati concreti sul fronte più ambizioso, ma avviarono un’attività intensa: dossieraggi, ricerche su sistemi di videosorveglianza, progetti per installare telecamere sui taxi e tentativi di recuperare documenti classificati della Nato sul conflitto in Ucraina.

La giudice riconosce nelle loro condotte una strategia più ampia. I servizi russi non cercherebbero soltanto persone già inserite negli apparati militari o di sicurezza dei Paesi rivali, ma anche cittadini corruttibili, utili di volta in volta per ottenere dati, immagini, contatti e accessi.

Spionaggio russo, il reclutamento parte da Telegram

L’inchiesta ricostruisce l’inizio dei contatti nel marzo 2023. L’imprenditore più giovane offre spontaneamente la propria collaborazione all’Fsb, il servizio di sicurezza russo. Scrive di possedere competenze, strutture, tecnologia e capacità operative. Dall’altra parte risponde un interlocutore rimasto senza nome, ma considerato legato all’intelligence di Mosca.

La disponibilità non rimane una dichiarazione generica. L’uomo promette attività concrete e racconta di potersi muovere tra Milano e Roma. In una conversazione annuncia un viaggio nella Capitale per incontrare persone in grado di procurargli documenti Nato. I servizi russi chiedono proprio materiale classificato relativo alla guerra tra Russia e Ucraina e offrono denaro in cambio.

Il progetto non raggiunge l’obiettivo, ma per la gup il mancato successo non cancella la gravità della condotta. I due avevano accettato di lavorare per uno Stato straniero e si muovevano per raccogliere informazioni sensibili, costruire relazioni e individuare strumenti utili agli interessi russi.

Taxi trasformati in una rete di telecamere mobili

Tra le idee più inquietanti compare un piano rivolto alle cooperative di taxi di Milano. I due imprenditori proponevano l’installazione gratuita di dash cam, piccole videocamere montate sul cruscotto. Presentavano l’iniziativa come un servizio per aumentare la sicurezza dei conducenti, ma dietro il progetto emergeva un interesse molto diverso: controllare e utilizzare le immagini raccolte.

Migliaia di taxi avrebbero potuto trasformarsi in una rete capillare di sorveglianza mobile. Ogni vettura avrebbe registrato strade, edifici, ingressi, spostamenti e persone in zone diverse della città. In una chat il trentaseienne riassume l’idea senza giri di parole: mettere telecamere sui taxi, potenzialmente a migliaia.

I due si interessavano anche alla mappatura dei sistemi di videosorveglianza di Milano e Roma. Non cercavano soltanto le aree coperte dalle telecamere, ma anche quelle prive di controllo. Volevano individuare immobili collocati in zone cieche, acquistarli o gestirli attraverso affitti brevi e offrirli a russi facoltosi interessati a soggiornare senza lasciare tracce visibili nei sistemi cittadini.

Il dossieraggio sull’imprenditore dei droni

La sentenza dedica un intero capitolo all’attività svolta contro un imprenditore attivo nel settore dei droni. Secondo la ricostruzione giudiziaria, i due avrebbero raccolto informazioni, seguito movimenti e preparato un vero dossier su richiesta dei servizi russi.

Il settore dei droni riveste un valore strategico evidente nel contesto della guerra in Ucraina. Proprio per questo l’interesse verso l’imprenditore assume un peso particolare. L’attività non avrebbe prodotto conseguenze operative decisive, ma mostra come la rete cercasse bersagli civili dotati di competenze, tecnologie o relazioni potenzialmente utili.

Durante questa attività i due entrarono anche in contatto con un generale dell’Esercito in pensione, presidente di un centro studi geopolitico. L’ufficiale li mise in guardia con chiarezza: avevano accettato di fornire informazioni a uno Stato straniero e si erano esposti a rischi gravissimi. L’avvertimento, però, non fermò il loro attivismo.

Il metodo più pericoloso perché sembra innocuo

Nelle 49 pagine di motivazioni, la giudice individua il vero elemento d’allarme. Operazioni di questo tipo possono apparire dilettantesche, marginali e persino inconcludenti. Proprio questa apparenza le rende più difficili da individuare.

Le azioni di basso profilo non attirano subito l’attenzione degli apparati di sicurezza. Un imprenditore che propone videocamere ai tassisti, cerca immobili in zone poco sorvegliate o raccoglie informazioni su un’altra azienda può sembrare impegnato in normali attività commerciali. Dietro quelle iniziative, però, può nascondersi una raccolta sistematica di dati destinata a una potenza straniera.

La sentenza esclude l’aggravante della finalità terroristica ed eversiva, ma conferma l’accusa di corruzione del cittadino da parte dello straniero. Il punto politico e investigativo resta enorme: Mosca non avrebbe bisogno di infiltrare soltanto ministeri, basi militari o centri di comando. Può costruire una rete diffusa di collaboratori occasionali, pagati per svolgere singoli compiti senza conoscere il disegno complessivo.

È lo spionaggio degli insospettabili. Meno spettacolare delle operazioni raccontate nei romanzi, ma proprio per questo molto più difficile da riconoscere prima che i dati siano già finiti nelle mani sbagliate.