Otto navi fermate ieri. Oggi nessun tentativo di attraversamento. Regge la tregua Usa-Iran, anche se si registrano nuove tensioni legate alla riapertura dello Stretto di Hormuz. Il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha annunciato che non rinnoverà l’esenzione temporanea dalle sanzioni. Questo consentiva l’acquisto di petrolio iraniano in navigazione. Dall’inizio della guerra si stima che siano stati sbloccati 140 milioni di barili stipati su petroliere in mare. Forniture dal valore complessivo di circa 15 miliardi di dollari.
La sospensione dell’embargo scadrà, come previsto, il prossimo 19 aprile. Il Dipartimento del Tesoro americano ha fatto sapere che «è pronto ad applicare sanzioni secondarie nei confronti di chi continua a sostenere le attività dell’Iran». Secondo i principali media Usa un modo per tenere sotto pressione il regime iraniano e convincere ad accelerare le trattative di pace. Il Segretario del Tesoro, Scott Bessent, ha annunciato sanzioni contro una ventina di individui, aziende e compagnie di navigazione in affari con Teheran.
Il blocco navale Usa, Hormuz chiuso alla flotta ombra iraniana
Il blocco navale attuato dalla Marina Usa rende inutilizzabile il corridoio a pedaggio aperto dai pasdaran nello Stretto di Hormuz. Ieri è stato impedito il transito di otto navi tutte segnalate dalle autorità Usa. Secondo il Centcom, il comando militare statunitense nel Medio Oriente, farebbero parte della flotta ombra iraniana. Si tratta di circa 70 tra petroliere, metaniere e cargo, che l’Iran utilizza, «con la complicità di altri paesi» per aggirare le sanzioni e vendere il proprio greggio. I principali porti di destinazione sono in Cina.
Lo sblocco del petrolio sanzionato era partito da una richiesta di Nuova Dehli. L’India è in difficoltà per lo stop agli acquisti dalla Russia imposti da Washington. L’esercito iraniano ha minacciato di bloccare la navigazione nel Golfo di Aden e nel Mar Rosso sfruttando il sostegno militare degli Houti yemeniti che controllano i principali porti del paese e la capitale San’a e che sono in grado di mettere a rischio la navigazione nell’area.
Il prezzo della guerra
Lo stop del traffico marittimo a Hormuz costa alle compagnie di navigazione 1,8 milioni di euro al giorno. Costa inflazione e aumento senza controllo dei prezzi nei paesi che dipendono da queste forniture. La Cina, principale importatore mondiale di greggio, è anche il maggior acquirente di petrolio dall’Iran. Pechino acquista circa l’80% del greggio in partenza dai porti iraniani. Secondo la società di analisi Kpler lo scorso anno la Cina ha acquistato 1,38 milioni di barili al giorno.

Secondo Reuters in queste 4 settimane di stop all’embargo l’India, terzo importatore e consumatore di petrolio al mondo, oltre il 90% del fabbisogno di greggio e del 50% di gas, ha ricevuto 4 carichi partiti dall’impianto petrolifero di Kharg. In Asia lo shock energetico causato dai mancati approvvigionamenti di gas e carburanti sta avendo effetti devastanti. Nelle Filippine, in Thailandia, Vietnam e Bangladesh sono stati razionati il consumo della benzina e dell’energia elettrica. Giappone e Corea del Sud hanno adottato misure straordinarie facendo ricorso alle riserve strategiche nazionali di petrolio e di gas.
La crisi di Hormuz si abbatte sull’Africa
L’Africa subsahariana importa circa il 50% del grano che consuma. La Fao chiede un corridoio umanitario per far passare i carichi di grano e cereali, medicinali e fertilizzanti diretti in questi paesi. Senza fertilizzanti spariscono i raccolti. Per effetto dello stop dei commerci dal Golfo Persico il Programma alimentare mondiale ha già ridotto del 20% gli approvvigionamenti in Somalia, Sudan, Tanzania e Kenya. Nel Sudan devastato dalla guerra civile che importa circa il 60% del grano mancano gas e carburante ed il prezzo del sorgo, il principale alimento locale, è salito del 250% nelle ultime tre settimane.
Sempre la Fao denuncia che in Mauritania, Ciad, Burkina Faso, Niger e Mali i prezzi del miglio, alimento base per circa cento milioni di persone, sono raddoppiati. Non si trovano fertilizzanti e prodotti per l’agricoltura, tutti importati dal Golfo, e le stime parlano di un crollo della produzione vicina al 50%. Altro paese duramente colpito dalla crisi energetica scatenata dalla guerra in Medio Oriente è l’Egitto, che è il primo importatore mondiale di grano, con una popolazione di 118 milioni di abitanti, e ha scorte per 8 settimane. I paesi del Nord Africa hanno bloccato, come hanno fatto India e Cina, le esportazioni delle risorse energetiche strategiche. L’Algeria ha sospeso le vendite all’estero di grano duro, Marocco e Tunisia hanno razionato scorte alimentari e carburante.
Ancora lontana una soluzione diplomatica
In un’intervista alla Bbc il ministro degli Esteri britannico David Miliband ha avvertito del rischio di una crisi umanitaria se lo Stretto di Hormuz non verrà riaperto. Insieme ai ministri degli Esteri dei paesi Ue, Miliband ha chiesto la creazione di un corridoio sicuro per consentire il passaggio di beni essenziali, come cibo e aiuti medici, e ha messo in guardia contro quella che ha definito «bomba a orologeria della carestia» che potrebbe scoppiare a giugno. Il governatore della Banca d’Inghilterra, Andrew Bailey, ha avvertito che la crisi energetica farà aumentare i prezzi in molti paesi con «riflessi critici» sulle singole economie ed il rischio di una recessione economica globale come temuto dal Fondo monetario internazionale.







