Se Donald Trump non fosse solito smentire oggi ciò che ha dichiarato ieri e domani ciò che rettifica oggi, la notizia del possibile ritiro delle truppe americane dall’Italia meriterebbe una riflessione seria e pacata. Il presidente Usa ha lasciato intendere che potrebbe rivedere la presenza militare americana in Italia e in Spagna, accusando i due Paesi di non essere stati abbastanza collaborativi nella guerra contro l’Iran. Per lo stesso motivo, sarebbe pronto a togliere anche 5mila soldati dislocati in Germania.
Al netto della consueta teatralità trumpiana, della formula vaga e di una politica estera americana che da tempo procede per minacce, annunci, ritrattazioni e colpi di teatro, quella frase ha almeno un merito involontario: costringerci a discutere di ciò che l’Italia preferisce non guardare troppo da vicino. Non solo la presenza delle truppe Usa sul nostro territorio, ma il ruolo delle basi americane, il peso della Nato, la nostra autonomia strategica e, soprattutto, la questione più rimossa di tutte: le armi nucleari che gli Stati Uniti mantengono in Italia.
Il punto che l’Italia evita da ottant’anni
Un’alleanza tra Stati, per essere tale, non presuppone necessariamente una parità di forza. Sarebbe ingenuo immaginarlo. Presuppone però almeno una pari dignità politica. L’alleato non è un vassallo, né un territorio di servizio sul quale installare basi, depositi, comandi, radar e velivoli, salvo poi pretendere obbedienza automatica ogni volta che Washington decide che una nuova guerra sia necessaria, inevitabile e giusta.
La minaccia di Trump dovrebbe essere accolta con meno panico e più lucidità. Non perché l’Italia debba diventare antiamericana, né perché si debba negare che la presenza statunitense abbia avuto, nel secondo dopoguerra, anche una funzione di contenimento, stabilizzazione e protezione. Sarebbe ingiusto negarlo. Ma sarebbe altrettanto infantile continuare a raccontarci, dopo ottant’anni, la favola consolatoria di un Paese “liberato” e dunque eternamente debitore.
Le basi americane nello Stivale sono infrastrutture militari, logistiche e strategiche che sono servite alla Nato, agli Stati Uniti e talvolta anche all’Italia. Ma hanno anche collocato il nostro territorio dentro ogni crisi mediterranea, mediorientale e globale nella quale Washington ha deciso di proiettare forza. Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, gli Stati Uniti avrebbero attualmente circa 34mila militari in Italia. Non è un dettaglio tecnico. È un fatto politico.
Le basi Usa in Italia e il mito del debito eterno
Se la permanenza americana è ancora necessaria alla nostra sicurezza, bisogna avere il coraggio di ammettere che non siamo una potenza sovrana pienamente capace di difendersi. Se invece quella permanenza è soprattutto funzionale alla proiezione strategica degli Stati Uniti, allora bisogna avere il coraggio di aggiungere che serve soprattutto a loro.
L’idea che l’Italia e l’Europa vengano rimproverate come scolari disubbidienti perché non si sono allineate a una guerra contro l’Iran è politicamente intollerabile. Il merito involontario di Trump sta proprio nel dire ad alta voce ciò che la diplomazia normalmente avvolge in formule più educate: per una certa visione americana, gli alleati sono tali finché obbediscono. Quando discutono, diventano ingrati. Quando non partecipano, diventano inutili. Quando esprimono prudenza, diventano sospetti.
Allora, se davvero il presidente americano volesse ritirare le proprie truppe dall’Europa, bisognerebbe rispondergli senza isterie né rancori: prego, si accomodi. Con tempi ordinati, accordi chiari e rispetto reciproco, non sarebbe la fine dell’Occidente. Potrebbe persino essere l’inizio di un rapporto più equilibrato, nel quale si smetterebbe di confondere la fedeltà con la subordinazione e l’alleanza con la minorità geopolitica.
Le bombe nucleari americane in Italia
Ma il punto più importante resta un altro: che cosa accadrebbe alle armi nucleari che gli Stati Uniti hanno schierato nelle basi italiane? L’Italia ha firmato il 2 maggio 1975 il Trattato di non proliferazione nucleare, che all’articolo II stabilisce che ciascuno Stato militarmente non nucleare si impegna a non ricevere da chicchessia armi nucleari. Eppure il nostro Paese ospita testate atomiche americane nell’ambito della strategia Nato di condivisione nucleare.
Qui sta la contraddizione politica, prima ancora che giuridica. Senza una vera discussione pubblica, senza un passaggio trasparente davanti ai cittadini, senza un dibattito nazionale all’altezza della posta in gioco, l’Italia continua a essere parte di un sistema nucleare che molti italiani non vogliono e che pochi conoscono davvero. Secondo vecchi sondaggi, una larghissima maggioranza della popolazione sarebbe contraria alla presenza di armi atomiche sul territorio nazionale.
Per quanto noto, in Italia sarebbero presenti decine di bombe nucleari B61, stoccate tra la base di Aviano, in Friuli Venezia Giulia, e quella di Ghedi, in Lombardia. Sono armi americane, non italiane. Non sono sotto il controllo pieno dell’Italia. E questo significa che, in caso di conflitto, il nostro territorio non sarebbe soltanto un alleato degli Stati Uniti: sarebbe anche un bersaglio strategico.
Aviano, Ghedi e la domanda che nessuno vuole fare
Il punto non è soltanto quante bombe ci siano, né quale sia il modello esatto delle testate. Il punto è un altro: chi decide davvero? Chi controlla davvero? Chi risponde davanti ai cittadini italiani del fatto che alcune aree del nostro Paese possano diventare obiettivi prioritari in caso di escalation nucleare?
Non abbiamo neppure la consolazione di dire che quelle armi siano nostre. Sono comandate dagli Stati Uniti, inserite in una cornice Nato e collegate a velivoli militari americani e alle capacità operative dell’Alleanza. Gli F-16, per quanto risulta, sono stati o sono in via di sostituzione con gli F-35. Ma la domanda politica resta identica: è accettabile che un Paese formalmente non nucleare ospiti armi nucleari straniere senza che questo tema venga discusso apertamente come una scelta nazionale?
Quando l’Italia cercò la sua bomba atomica
Non è sempre stato scontato che le armi nucleari legate alla difesa dell’Italia fossero sotto controllo americano. Nel dopoguerra, anche le Forze Armate italiane cercarono di dotarsi di una capacità nucleare autonoma. Il programma crebbe tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, dentro un clima internazionale segnato dalla Guerra fredda e dalla paura di un’avanzata sovietica.
Le prime armi nucleari schierate in Italia furono sistemi missilistici tattici americani, pensati per rallentare un’eventuale offensiva proveniente dall’Est. La logica era brutale: usare il territorio italiano come spazio di contenimento, anche a costo di trasformare intere aree del Paese in campi di battaglia nucleare. In seguito arrivarono anche missili con testate nucleari, ma il controllo rimase statunitense.
Il ministro della Difesa Paolo Emilio Taviani, il 29 novembre 1956, dichiarò che il governo stava cercando di persuadere gli alleati a rimuovere le restrizioni che impedivano alle nazioni Nato di accedere alle nuove armi. Tradotto: l’Italia voleva la sua bomba, o almeno voleva contare di più nella gestione dell’arsenale nucleare.
Dai Jupiter alla crisi di Cuba
La pressione politica portò nel 1959 all’accordo con gli Stati Uniti per l’installazione dei missili balistici Jupiter a Gioia del Colle, in Puglia, con un sistema a doppia chiave che dava all’Italia un margine di controllo maggiore rispetto ad altri assetti militari. Il primo missile arrivò il primo aprile 1960, e non era un pesce d’aprile. Era un pezzo di Guerra fredda piazzato nel cuore del Mediterraneo.
Quel capitolo durò poco. Dopo la crisi di Cuba, gli Stati Uniti ritirarono i missili Jupiter dall’Italia e dalla Turchia nell’ambito del compromesso che permise di evitare lo scontro nucleare con l’Unione Sovietica. L’Italia fu quindi coinvolta nella crisi cubana molto più di quanto l’opinione pubblica dell’epoca potesse immaginare.
In seguito, Roma tentò una strada autonoma: la conversione dell’incrociatore Giuseppe Garibaldi e lo sviluppo del missile balistico Alfa, testato con successo a Salto di Quirra, in Sardegna, il 6 aprile 1976. Poi prevalse la scelta opposta. Con l’adesione al Trattato di non proliferazione nucleare, l’Italia chiuse i propri programmi e accettò definitivamente di restare dentro l’ombrello atomico americano.
La liberazione dai liberatori
Ecco perché la minaccia di Trump, se non fosse avvolta nel consueto fumo da spettacolo, potrebbe perfino essere utile. Non per inseguire pulsioni antiamericane, ma per chiederci finalmente quale rapporto vogliamo avere con gli Stati Uniti. Un rapporto tra alleati adulti o un rapporto tra protettore e protetto? Una partnership strategica o una dipendenza mascherata da fedeltà?
Abbiamo celebrato per decenni il 25 aprile come festa della Liberazione. Giustamente. Ma forse un giorno, se mai l’ultimo soldato straniero lascerà stabilmente il nostro territorio, potremo permetterci anche una seconda riflessione: quella sulla liberazione dai liberatori. Non come gesto ostile verso l’America, ma come approdo maturo di un Paese che smette di considerarsi minorenne nella storia.
Il problema non è chiedere agli Stati Uniti di andarsene domani mattina. Il problema è che l’Italia non può continuare a non sapere, non discutere, non decidere. Perché la sovranità non si misura nei discorsi solenni, ma nelle scelte che uno Stato è in grado di assumere quando la guerra bussa alla porta. Tenere bombe atomiche altrui in casa propria, fingendo che siano solo un dettaglio tecnico, non è una scelta. È una rimozione collettiva.







