La guerra in Ucraina sta cambiando pelle ancora una volta, e questa volta a spingere la trasformazione non sono i carri armati, né l’artiglieria, né i caccia. Sono i robot. Mezzi ruotati e cingolati, bassi, veloci, difficili da individuare, capaci di trasportare munizioni, evacuare feriti, posare mine, presidiare postazioni e, adesso, anche di conquistare obiettivi senza il coinvolgimento diretto di soldati. Il salto annunciato da Volodymyr Zelensky ha proprio questo peso: non soltanto tecnico, ma simbolico. Perché se davvero una postazione russa è stata espugnata esclusivamente da mezzi terrestri senza equipaggio e da droni, senza perdite da parte ucraina, allora il conflitto è entrato in una fase nuova.
Il presidente ucraino ha rivendicato un primato destinato a far discutere: “Per la prima volta nella storia di questa guerra una posizione avversaria è stata conquistata esclusivamente da mezzi terrestri senza equipaggio e da droni. Gli occupanti si sono arresi e questa operazione è stata completata senza il coinvolgimento di soldati e senza perdite da parte nostra”. Non ha fornito dettagli operativi, ma il messaggio politico e militare è chiarissimo. Kiev vuole far sapere di aver trovato una strada per compensare il suo svantaggio più grave, quello numerico. Se mancano uomini, bisogna moltiplicare le macchine. E se i fanti non bastano più, allora si mandano avanti gli automi.
La svolta dei droni terrestri sul fronte ucraino
Da oltre un anno e mezzo i droni terrestri sono una presenza sempre più visibile sul campo di battaglia. Ma finora il loro impiego era percepito soprattutto come complementare: mezzi utili, intelligenti, persino preziosi, ma ancora collocati ai margini della guerra vera, quella combattuta dagli uomini. Adesso non è più così. Secondo il comandante delle forze ucraine Oleksandr Syrsky, nel solo mese di marzo il loro utilizzo è aumentato del 50%. Il dato basta da solo a raccontare la velocità del cambiamento.
Non parliamo di pochi prototipi sperimentali, ma di migliaia di veicoli, ruotati e cingolati, teleguidati o dotati di capacità di movimento autonomo, con un livello crescente di coordinamento reciproco. I modelli più avanzati sono in grado di operare in sciame, cioè di muoversi insieme, scambiarsi dati in tempo reale e lavorare in connessione con quadricotteri che fungono da occhi dall’alto e da guida tattica. Non è fantascienza, è una guerra industriale di nuova generazione. Zelensky ha anche elencato alcuni dei modelli più diffusi di progettazione nazionale: Ratel, TerMIT, Ardal, Rys. Nomi che fino a pochi mesi fa dicevano poco o nulla al grande pubblico e che oggi iniziano a diventare il lessico di una nuova fase del conflitto.
Secondo il presidente, gli unmanned ground vehicles, gli Ugv, hanno compiuto 22 mila missioni in prima linea negli ultimi tre mesi. Ventiduemila. Nella sua lettura, questo significa che per 22 mila volte sono state risparmiate vite ucraine. È una formula che ha una sua forza propagandistica, certo, ma che fotografa anche una realtà operativa molto concreta: in molte delle zone più pericolose, quelle battute costantemente da droni kamikaze, artiglieria e cecchini, oggi si preferisce mandare avanti una macchina invece di un uomo.
Come combattono i robot di Kiev
L’impiego più frequente di questi mezzi non è ancora l’assalto frontale, ma la logistica estrema. Ed è già una rivoluzione. I robot terrestri vengono utilizzati per portare viveri e munizioni ai reparti isolati nella cosiddetta zona grigia o nelle città assediate, dove ogni veicolo convenzionale rischia di essere intercettato e distrutto da droni russi filoguidati. In un contesto in cui perfino le retrovie sono sotto tiro, il piccolo mezzo autonomo diventa la soluzione per non lasciare soli gli uomini al fronte.
Allo stesso tempo questi droni di terra fanno da barellieri. Evacuano i feriti, li trascinano fuori dalle aree più esposte, riducono il rischio per i soccorritori. Sono bassi, difficili da vedere dall’alto, spesso mossi da motori elettrici che sfuggono più facilmente ai sensori termici. Anche per questo, nella resistenza ucraina del Donetsk il loro ruolo è diventato quasi vitale. Le truppe asserragliate nelle rovine di Pokrovsk, secondo le ricostruzioni, sopravvivono proprio grazie ai viaggi notturni di questi mezzi guidati a distanza, che consegnano cibo, munizioni e materiali essenziali.
Ma la novità più pesante riguarda il combattimento. Gli ucraini sembrano avere scelto una linea diversa da quella sperimentata a lungo dagli eserciti Nato. L’Occidente aveva immaginato unità miste, con uomini e robot avanzanti insieme. Kiev, invece, tende a separare i due piani: agli automi vengono affidate missioni autonome, spesso senza fanteria al seguito. Ci sono già cingolati armati di mitragliatrici o lanciagranate che presidiano singoli tratti di fronte e si attivano soltanto nel momento in cui i droni volanti segnalano un’infiltrazione nemica. Una di queste sentinelle meccaniche, si racconta, avrebbe respinto i russi per 45 giorni consecutivi. È un dettaglio che racconta bene il nuovo equilibrio: non più solo macchine al servizio degli uomini, ma macchine che sostituiscono, almeno in alcuni compiti, la presenza umana.
L’episodio evocato da Zelensky non nasce dal nulla. Già alla fine del 2024, nell’area di Lyptsi, si era vista una prova generale di questo nuovo modo di combattere: un attacco sincronizzato di robot ruotati e droni alati contro una collina controllata dai russi. Le macchine avevano colpito dal cielo e dal suolo, arrivando persino a posare mine alle spalle dei difensori per chiudere ogni via di ritirata. Due capisaldi sarebbero caduti in poco più di un’ora. Se allora sembrava un episodio ancora sperimentale, oggi appare come l’anticipazione di quello che sta arrivando.
Mosca risponde, ma Kiev oggi appare avanti
Naturalmente i russi non sono rimasti a guardare. Già molti anni fa Vladimir Putin aveva spinto sulla progettazione di robot d’attacco, impiegati in scala ridotta anche in Siria. Ma quei primi sistemi erano grossi, poco affidabili, più vicini a piccoli carri armati automatici che a piattaforme flessibili e adattabili. In Ucraina non hanno dato una prova brillante. Adesso però Mosca ha messo in campo una nuova generazione di mezzi, più simili a quelli di Kiev.
Il modello più fotografato è il Kuryer, disponibile in molte varianti: sminatore, lanciarazzi, mortaio mobile, piattaforma armata con diversi tipi di mitragliatrice. Negli ultimi mesi c’è stato un proliferare di prototipi. Alcuni sono dotati di laser per distruggere trappole esplosive nascoste nel terreno. Altri lanciano quadricotteri per estenderne il raggio d’azione. Altri ancora cercano di proteggere le truppe dai droni volanti usando missili controcarro o antiaerei. Insomma, anche Mosca ha capito che la nuova partita si gioca lì.
La differenza, almeno per ora, sembra stare nell’efficacia e nell’integrazione operativa. L’impressione è che gli ucraini abbiano un vantaggio tattico, soprattutto nella logistica del fronte e nella capacità di adattare rapidamente questi mezzi a necessità concrete e immediate. I russi guardano più all’assalto e al supporto d’attacco; Kiev li usa anche come sistema nervoso delle linee più esposte. E in questa guerra di attrito, chi riesce a mantenere vive e rifornite le posizioni avanzate guadagna tempo, respiro, resistenza.
Mosca, comunque, non nasconde l’ambizione di recuperare. Entro la fine del 2027 vuole portare a 150 mila il numero dei militari dedicati ai droni di ogni tipo. Gestiranno un’armata di automi da schierare in cielo e sulla terra. È un progetto che racconta una cosa semplice e inquietante: il robot non è più un accessorio del campo di battaglia, ma il cuore della sua prossima evoluzione.
La primavera dei robot, dunque, è già cominciata. E il punto non è più chiedersi se queste macchine cambieranno la guerra, ma quanto in fretta lo faranno. In Ucraina la risposta sembra essere arrivata prima del previsto. E se una postazione può cadere senza che un solo soldato metta piede nell’assalto, allora il futuro del conflitto è già qui. Con meno uomini in prima linea, più automi nel fango e una guerra sempre più affidata a chi riesce a trasformare la tecnologia in sopravvivenza.







