Fabio Savi torna davanti alle telecamere e prova a chiudere, ancora una volta, la porta alle ombre che da anni inseguono la storia della Uno Bianca. Nessun servizio segreto, nessuna regia occulta, nessuna strategia del terrore. Solo rapine, sangue, violenza e una spirale criminale diventata, nelle sue parole, “una macchina in discesa senza freni”. Il “Lungo” della banda che tra il 1987 e il 1994 uccise 24 persone e ne ferì oltre cento parlerà a Quarto Grado, su Retequattro, rispondendo alle domande di Francesca Carollo per Speciale Carceri. E lo farà soprattutto per smentire il fratello Roberto, che a Belve Crime aveva rilanciato la tesi dei livelli superiori, delle coperture e degli apparati.
Fabio Savi contro Roberto: “Mi ha tradito”
Il rapporto tra i due fratelli appare ormai distrutto. Fabio Savi non usa formule diplomatiche: con Roberto, dice, non ha più nulla da dirsi. “Il rapporto ormai è rotto e rimane rotto”, afferma. E quando gli viene chiesto se si sia sentito tradito, risponde: “Un pochino sì”. Una frattura che pesa ancora di più perché i due condividono la stessa struttura penitenziaria, ma vivono ormai da estranei.
Fabio respinge punto per punto la versione del fratello. Alla domanda sulle presunte coperture dei Servizi, taglia corto: “Protetto da chi? Non c’è nulla. Sono ancora in galera dopo 32 anni”. Una frase che diventa il centro della sua linea: se davvero qualcuno li avesse protetti, sostiene, non sarebbero finiti tutti dietro le sbarre per il resto della vita.
Savi nega
Savi nega anche che dietro le azioni più feroci della banda ci fosse un disegno eversivo. Per lui la bomba alle poste non aveva alcun significato politico: “Lì c’era un miliardo e mezzo da prendere. E basta”. La violenza, sostiene, non rispondeva a un progetto superiore, ma cresceva dentro il gruppo fino a degenerare.
Torna anche sull’assalto all’armeria di via Volturno, dove vennero uccisi Licia Ansaloni e l’ex carabiniere Pietro Capolungo. Roberto Savi aveva evocato un’esecuzione legata ai Servizi. Fabio nega tutto e ribadisce la versione della rapina: entrarono per rubare armi, Capolungo avrebbe riconosciuto il fratello, avrebbe premuto l’allarme e a quel punto lui sparò. Poi uccise anche la titolare. “Disse la frase sbagliata”, racconta. Una spiegazione brutale, senza attenuanti, che restituisce il gelo di una violenza nuda.
Il Pilastro e la versione dell’agguato
Anche sull’eccidio del Pilastro, Fabio Savi continua a sostenere la vecchia ricostruzione. Ricorda il sorpasso, gli stop dell’auto davanti, Roberto che si sporge dal finestrino e spara perché teme un controllo. “Pensammo avessero chiamato i rinforzi”, dice. Nessuna mano esterna, dunque. Nessun ordine. Nessuna manovra.
È la stessa verità processuale che Fabio Savi difende da anni, mentre le nuove indagini e le parole del fratello Roberto hanno riacceso il sospetto che dietro alcuni episodi della Uno Bianca possa esserci stato qualcosa di più di una banda di poliziotti rapinatori.
Le scuse mai scritte alle famiglie
Nel passaggio più delicato, Savi parla dei familiari delle vittime. Dice di non aver mai scritto una lettera di scuse perché un gesto del genere, compiuto in pochi minuti, avrebbe avuto “il sapore di essere utilitaristico, strumentale”. Racconta di essersi affidato invece alla giustizia riparativa e alla mediazione penale.
Il confronto con i familiari, però, non c’è stato. “C’è stato un netto rifiuto da parte loro. Hanno tutta la ragione del mondo, li capisco”. Poi lascia una porta aperta: “Se loro vogliono, io sono qua”. Non pretende, dice, di tormentarli o di forzare nulla. Ma si dichiara disponibile.
La lettera alla Procura
Fabio Savi dice anche di non temere la nuova inchiesta e di aver scritto alla Procura per offrire la propria disponibilità. “Più che assicurare la massima trasparenza non posso fare”, afferma. Una posizione che arriva dopo settimane di nuove tensioni attorno alla Uno Bianca, tra l’intervista di Roberto Savi, il suicidio di Pietro Gugliotta e i fascicoli ancora aperti sulla possibilità che alcuni episodi non siano stati chiariti fino in fondo.
Il “Lungo” continua a negare ogni verità alternativa. Dietro alla Uno Bianca, ripete, non c’erano apparati, né servizi, né mandanti. C’erano “una targa, un paraurti e fanalini”. C’era la banda. C’erano i fratelli Savi. C’era una violenza senza freni. E c’erano 24 morti che, dopo più di trent’anni, continuano a chiedere una verità definitiva.







