Gli acufeni, chiamati anche tinniti, sono suoni percepiti nelle orecchie o nella testa in assenza di una fonte sonora esterna. Possono manifestarsi come un ronzio, un fischio, un sibilo o un fruscio. In altre parole, il rumore non proviene dall’ambiente circostante: viene percepito soltanto dalla persona interessata. Si parla quindi, nella maggior parte dei casi, di acufene soggettivo.
Esiste anche una forma molto più rara, definita oggettiva, nella quale il suono può essere rilevato anche dall’operatore sanitario e può essere associato a condizioni specifiche. Gli acufeni possono inoltre assumere una caratteristica pulsante, con una sensazione simile al battito cardiaco. L’acufene non è una malattia in sé, ma un sintomo che può essere collegato a numerose condizioni. Secondo la Mayo Clinic, può essere associato a oltre 200 condizioni di salute e in molti casi non è possibile individuare una causa precisa.
Quanto è diffuso l’acufene
Il disturbo è molto comune nella popolazione generale. Le stime della Mayo Clinic indicano che l’acufene interessa circa il 15-30% delle persone, con una maggiore frequenza tra gli adulti più anziani. Tra i fattori più frequentemente associati al problema c’è la perdita dell’udito, compresa quella legata all’età. Anche l’esposizione ripetuta a rumori molto intensi può danneggiare le strutture dell’orecchio e favorire la comparsa del disturbo. Ma c’è una categoria che sembra particolarmente esposta: i musicisti.
Acufene e ipoacusia: tra i musicisti il rischio è molto più alto
Una nuova revisione sistematica con meta-analisi ha analizzato i dati di 28.311 musicisti, raccolti attraverso 67 studi. Il risultato è netto: il 42,6% dei musicisti presentava acufene, contro il 13,2% del gruppo di controllo. La differenza riguarda anche la perdita dell’udito, o ipoacusia: il problema è stato rilevato nel 25,7% dei musicisti rispetto all’11,6% dei controlli.
Lo studio ha inoltre preso in considerazione l’iperacusia, una particolare sensibilità ai suoni. Anche in questo caso la percentuale era significativamente più elevata tra i musicisti: 37,3% contro il 15,3%. Il dato più importante è quindi difficile da ignorare: l’acufene è molto più frequente tra i musicisti rispetto alla popolazione di controllo.
Perché la musica può danneggiare l’udito
La spiegazione principale è legata all’esposizione prolungata a suoni di elevata intensità. Nell’orecchio interno sono presenti delicate cellule sensoriali coinvolte nella trasformazione delle onde sonore in segnali che il cervello interpreta come suoni. Un’esposizione intensa o prolungata può danneggiarle e contribuire alla comparsa di perdita dell’udito e acufene.
Come spiegato nel testo originale: “Quando suoni pericolosamente forti attraversano le orecchie, possono danneggiare o distruggere queste cellule. Questo danno può causare ipoacusia indotta dal rumore e può provocare un malfunzionamento delle cellule, scatenando l’acufene.” Il rischio dipende sia dall’intensità del suono sia dalla durata dell’esposizione. L’Organizzazione mondiale della sanità sottolinea che, aumentando il volume, diminuisce rapidamente il tempo di ascolto considerato sicuro.
100 decibel per 15 minuti: quanto è rischioso ascoltare musica ad alto volume?
Uno dei dati più significativi riguarda proprio il rapporto tra decibel e tempo di esposizione. Secondo le indicazioni dell’OMS, un’esposizione a 85 decibel può essere tollerata per un periodo molto più lungo rispetto a livelli sonori superiori. A 100 decibel, invece, il tempo di esposizione sicura si riduce drasticamente: le precedenti indicazioni OMS indicavano circa 15 minuti al giorno.
Le indicazioni più recenti dell’OMS utilizzano anche un limite settimanale: 80 dB fino a 40 ore a settimana, mentre a 90 dB il tempo scende a quattro ore. A 100 dB la tabella aggiornata indica circa 20 minuti a settimana. Il principio è semplice: più il suono è forte e più a lungo dura l’esposizione, maggiore è il rischio per l’udito. Per i musicisti il problema può essere particolarmente rilevante. Prove, concerti, cuffie, monitor e casse acustiche possono determinare un’esposizione ripetuta a livelli elevati.
Acufene, il problema non riguarda soltanto rock e musica elettronica
La ricerca scientifica ha analizzato anche un’altra questione: esiste un genere musicale più pericoloso per l’udito? La risposta dello studio è no. I ricercatori non hanno infatti rilevato differenze significative nella prevalenza di acufene, ipoacusia e iperacusia tra musicisti di musica classica e musicisti pop o rock. Il rischio, dunque, non sembra dipendere semplicemente dal genere musicale praticato.
Questo dato ridimensiona l’idea secondo cui soltanto chi suona musica particolarmente rumorosa sarebbe esposto ai problemi dell’udito. Il fattore determinante è soprattutto l’esposizione sonora, insieme alla sua durata e frequenza.
Un musicista su quattro ha una perdita dell’udito
La meta-analisi evidenzia anche un altro dato significativo: circa un musicista su quattro presenta una perdita dell’udito. Tra i musicisti che riferivano acufene, il 15,6% lo descriveva come permanente, mentre la maggior parte dei casi era occasionale. Per quanto riguarda l’ipoacusia, il 36,5% dei casi era stato confermato attraverso misurazioni oggettive. Gli autori dello studio sottolineano quindi l’importanza di controlli dell’udito regolari e di una maggiore attenzione alla prevenzione tra i professionisti e gli appassionati di musica.
Acufene dopo un concerto, quando bisogna fare attenzione
Dopo un concerto particolarmente rumoroso può capitare di avvertire temporaneamente un fischio o un ronzio nelle orecchie. L’OMS spiega che l’esposizione a suoni molto intensi può provocare temporaneamente acufene o una sensazione di udito ovattato; esposizioni ripetute o prolungate possono invece provocare danni permanenti. Se il ronzio diventa persistente o si associa a difficoltà uditive, è opportuno rivolgersi a un professionista sanitario per una valutazione.
La prevenzione resta fondamentale: ridurre il volume, limitare la durata dell’esposizione, allontanarsi dalle sorgenti sonore più intense e utilizzare adeguate protezioni uditive sono alcune delle strategie indicate dall’OMS per ridurre il rischio.







