Matteo Salvini si riprende la Lega con il 76% dei voti, ma dal congresso di Milano esce un partito tutt’altro che pacificato. Il vicepremier conquista 465 preferenze contro le 146 dello sfidante Massimo Garavaglia e annuncia subito la prossima battaglia dentro il governo Meloni: fermare i finanziamenti all’Ucraina. A incrinare la festa della riconferma ci pensa però Giancarlo Giorgetti, che dal palco contesta la deriva nazionalista del partito e mette sul tavolo il problema del crollo dei consensi nelle roccaforti del Nord.
Alla Fiera di Milano votano 619 delegati, meno dei 706 previsti. Garavaglia raccoglie circa il 24%, un risultato insufficiente per contendere la segreteria a Salvini, ma sufficiente a misurare l’esistenza di una minoranza interna che chiede un cambiamento di linea.
Salvini avverte Meloni: «Non possiamo continuare a mandare soldi all’Ucraina»
Prima ancora della proclamazione, Salvini aveva chiarito come intende utilizzare il nuovo mandato. «Questo congresso, se mi risceglierete come segretario, mi darà il mandato di andare in Consiglio dei ministri a portare la posizione chiara della Lega: non possiamo continuare a mandare soldi all’Ucraina».
Una dichiarazione che apre un nuovo fronte con gli alleati sulla politica estera. Salvini vuole trasformare la posizione contraria agli aiuti economici a Kiev in una richiesta ufficiale al governo, proprio mentre la coalizione deve affrontare la prossima scadenza elettorale.
Il segretario manda anche un messaggio a Forza Italia: «Saremo il secondo partito della coalizione che rivincerà le elezioni». E aggiunge: «Non accetterò più che la Lega venga trattata come alleato di serie B».
Giorgetti prende le distanze: «Credo nella Lega nazionale, non nazionalista»
L’intervento politicamente più significativo arriva da Giancarlo Giorgetti. Il ministro dell’Economia non attacca direttamente Salvini, ma traccia una linea diversa sul futuro del Carroccio.
«Io credevo e credo nella Lega nazionale ma non credo nella Lega nazionalista, credo nella Lega delle identità, che è quello che ci distingue dall’omologazione», dichiara Giorgetti, marcando la distanza tra l’allargamento nazionale del partito e una linea apertamente nazionalista.
Poi affronta il problema dei risultati elettorali. «Va tutto bene? No, non va tutto bene. Lo percepiamo chiaramente che abbiamo dei problemi. Se parti da zero sei contento di fare l’8%. Il problema è che se a Bergamo, dove erano abituati a fare il 50%, fanno il 20%, si incazzano».
Il riferimento a Bergamo non è casuale: proprio la federazione bergamasca figura tra le realtà lombarde che negli ultimi mesi hanno contestato la gestione salviniana. Giorgetti riconosce apertamente il malcontento di quei territori che un tempo garantivano alla Lega percentuali molto più alte.
Il ministro avverte anche sui rischi di un partito troppo concentrato sugli incarichi istituzionali: «Senza la Lega di lotta non si va al governo. Poi attenzione al circolo vizioso, quando stai troppo al governo ti atrofizzi, diventa tremendamente difficile tornare a essere di lotta».
Giorgetti mantiene da anni un rapporto strettissimo con Garavaglia. Il suo intervento non costituisce un sostegno esplicito allo sfidante, ma offre una sponda politica alle richieste di cambiamento della minoranza.
Garavaglia punge Vannacci: «Abbiamo comprato un giocatore e non ha funzionato»
Anche Garavaglia insiste sulla necessità di valorizzare i dirigenti cresciuti all’interno del partito. Lo sfidante di Salvini immagina una squadra composta da Luca Zaia, Claudio Durigon, Giancarlo Giorgetti e dallo stesso segretario riconfermato.
«Noi i fuoriclasse li abbiamo», afferma, prima di lanciare una frecciata a Roberto Vannacci: «Abbiamo provato comprando un giocatore e non ha funzionato. Ma un giocatore è sul mercato e se arriva un’offerta migliore, se ne va. Se invece peschi dal vivaio, lì c’è l’attaccamento alla maglia».
Il congresso presenta anche il nuovo simbolo della Lega, dal quale scompare il nome di Salvini. Il logo mette in evidenza la scritta Lega, conserva l’Alberto da Giussano e introduce la dicitura gialla «Italia federale», recuperando una denominazione che il Carroccio di Umberto Bossi utilizzava già nel 1993.
Salvini attacca i giornalisti, protestano Ordine e sindacato
A Milano esplode infine lo scontro tra Salvini e la stampa. Il segretario definisce alcuni giornalisti «servi», paragona l’affidabilità dei quotidiani agli oroscopi e prende di mira Repubblica, Corriere della Sera e Il Foglio.
Le tensioni erano cominciate già con l’organizzazione del congresso: i cronisti hanno dovuto seguire i lavori da una sala separata, attraverso uno schermo, anziché dalla platea. Salvini ha rivendicato la scelta, alimentando ulteriormente la polemica.
Contro gli attacchi del vicepremier intervengono il presidente dell’Ordine dei giornalisti Carlo Bartoli, la Federazione nazionale della stampa italiana guidata da Alessandra Costante, l’Associazione stampa parlamentare e i comitati di redazione di Repubblica e Corriere della Sera.
Salvini conserva dunque saldamente la segreteria, ma il congresso mette in evidenza tre questioni che continueranno a pesare sulla Lega: il rapporto con il governo sugli aiuti all’Ucraina, la competizione con Forza Italia e la frattura tra la leadership nazionale e una parte dei dirigenti storici del Nord.







