Pietracatella, Gianni Di Vita perde la pazienza con i giornalisti: «Lasciatemi in pace. Ci sono cose che devono restare private»

Gianni di Vita

«Non ce la faccio più, sono passati già dieci mesi. Non parlo con voi, alcune cose devono rimanere private». Gianni Di Vita perde la pazienza davanti alle insistenti domande dei giornalisti che continuano a cercarlo per ottenere dichiarazioni sulla morte della moglie Antonella Di Ielsi e della figlia quindicenne Sara Di Vita, avvelenate con la ricina nel dicembre 2025 a Pietracatella, in provincia di Campobasso. L’ex sindaco del paese manifesta apertamente la propria esasperazione per un’attenzione mediatica che, a quasi un anno dalla tragedia, non accenna a diminuire.

Lo sfogo arriva mentre l’inchiesta della Procura di Larino continua a cercare il responsabile del duplice avvelenamento. Le indagini hanno riportato al centro dell’attenzione anche la vita privata di Di Vita, compresa una relazione extraconiugale risalente al passato, sulla quale l’uomo ha già rifiutato di rispondere pubblicamente.

Il marito e padre delle vittime non vuole più discutere con i cronisti della propria sofferenza, dei rapporti familiari e delle vicende personali finite al centro delle ricostruzioni giornalistiche. Il suo rifiuto è esplicito: alcune questioni, sostiene, devono restare fuori dall’esposizione pubblica.

Dieci mesi di domande sulla tragedia familiare

Dalla morte di Antonella e Sara, Gianni Di Vita è diventato una delle figure più esposte del caso Pietracatella. Le domande sulla sua vita privata si sono moltiplicate con il progredire delle indagini, soprattutto dopo le indiscrezioni su una relazione extraconiugale e le dichiarazioni del suocero Salvatore Di Ielsi.

L’ex sindaco aveva già chiarito di non voler affrontare pubblicamente questi argomenti: «Nella maniera più assoluta io non rispondo su queste cose. Non confermo e non smentisco. Di questioni di carattere personale proprio assolutamente non intendo parlare con i giornalisti».

Una posizione ribadita nello sfogo più recente, quando Di Vita ha chiesto di non essere continuamente interpellato sulla tragedia e sulle conseguenze che ha avuto nella sua vita.

Il suo avvocato, Vittorino Facciolla, ha descritto il proprio assistito come una persona «estremamente provata», che «soffre per un dolore atroce». Il legale ha inoltre contestato le ricostruzioni che collegano la passata relazione extraconiugale a un possibile movente del duplice omicidio.

Secondo Facciolla, la relazione risalirebbe a diversi anni prima della morte delle due donne e sarebbe stata riferita agli investigatori fin dalle prime fasi degli accertamenti.

Le indiscrezioni sulla relazione e le parole del suocero

A rendere ancora più difficile la posizione pubblica di Di Vita sono state le dichiarazioni di Salvatore Di Ielsi, padre di Antonella, che ha sostenuto che il genero tradisse la moglie.

Il suocero ha però precisato di non ritenerlo responsabile della morte della figlia e della nipote. Ha raccontato anche di avergli chiesto direttamente se fosse stato lui a provocare l’avvelenamento, ricevendo una risposta negativa.

Gianni Di Vita, interpellato su quelle affermazioni, ha evitato di commentarle. Ha riferito di aver parlato telefonicamente con il suocero, senza aggiungere dettagli sul contenuto della conversazione.

L’attenzione si è concentrata anche su un libro sequestrato nello studio dell’ex sindaco, Tiro al piccione di Giose Rimanelli, nel quale erano stati sottolineati alcuni passaggi relativi a un uomo diviso sentimentalmente tra due donne.

Di Vita ha definito «stupida» la vicenda del libro, spiegando in precedenza che il volume gli era stato prestato. Anche su questo argomento ha rifiutato ulteriori domande.

L’inchiesta sulla ricina prosegue contro ignoti

La Procura di Larino procede per duplice omicidio volontario aggravato dall’uso di veleno. Gianni Di Vita non risulta indagato ed è considerato persona offesa dal reato.

Gli investigatori stanno cercando di ricostruire come la ricina sia stata somministrata ad Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita. Gli accertamenti riguardano gli alimenti consumati dalla famiglia, i reperti sequestrati nell’abitazione e la possibile provenienza della sostanza tossica.

Tra le ipotesi esaminate dagli inquirenti figura anche quella che il veleno potesse essere destinato allo stesso Gianni Di Vita, anziché alla moglie e alla figlia.

Nel frattempo, la polizia ha effettuato verifiche informatiche in alcuni istituti scolastici del territorio, alla ricerca di eventuali ricerche online sulla ricina. Ulteriori approfondimenti riguardano la presenza di piante di ricino nelle zone vicine a Pietracatella.

L’assenza di un responsabile individuato mantiene alta l’attenzione sul caso, mentre Di Vita continua a chiedere che il dolore per la perdita della moglie e della figlia non diventi oggetto di continue domande sulla sua vita privata.