Sigarette più care per tagliare il diesel, governo nel caos: Salvini e Tajani fermano Meloni. Ma la tassa può tornare

La maggioranza finisce in fumo davanti all’ipotesi di far pagare ai fumatori lo sconto sul diesel. Per frenare il caro carburanti, Fratelli d’Italia aveva studiato un aumento delle accise sulle sigarette capace di portare il prezzo dei pacchetti fino a un euro in più. Matteo Salvini e Antonio Tajani, però, hanno fatto muro durante il vertice a Palazzo Chigi e hanno costretto Giorgia Meloni a ritirare la misura prima ancora che potesse entrare nel decreto. «Ma a chi è venuto in mente di ridurre le tasse alzando altre tasse?», avrebbe tuonato il leader della Lega, sintetizzando il paradosso che ha mandato in tilt l’esecutivo.

Il governo cercava in fretta una copertura per abbassare il prezzo del gasolio e disinnescare una bomba politica che esplode proprio alla vigilia dell’esodo estivo. Le casse pubbliche non offrono margini e ogni centesimo tolto alla pompa deve arrivare da qualche altra parte. Qualcuno nella maggioranza ha quindi indicato la strada più antica e apparentemente più semplice: colpire i tabacchi, una platea enorme e abituata a subire rincari periodici senza che lo Stato debba inventare nuovi strumenti fiscali. Il piano, però, si è schiantato contro i veti degli alleati e ha lasciato dietro di sé sospetti, accuse e una domanda che nessuno vuole assumersi la responsabilità di affrontare: chi ha avuto l’idea?

Fino a un euro in più a pacchetto

Le proiezioni chieste ai tecnici del Dipartimento delle Finanze non prevedevano un ritocco simbolico. Secondo le ipotesi circolate a Palazzo Chigi, il prezzo delle sigarette avrebbe potuto salire fino a un euro per pacchetto, generando un gettito che poteva raggiungere mezzo miliardo di euro. Una cifra superiore rispetto alle risorse necessarie per finanziare il primo intervento sui carburanti e sufficiente a trasformare la misura in una vera stangata per milioni di fumatori.

Il viceministro dell’Economia Maurizio Leo, esponente di Fratelli d’Italia, aveva chiesto ai tecnici di preparare le tabelle e calcolare gli effetti dell’aumento. Questo non dimostra che abbia concepito personalmente il piano, ma conferma che l’ipotesi aveva superato la fase delle semplici indiscrezioni ed era già entrata nel circuito operativo del ministero. Tra i possibili ispiratori circola anche il nome del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari, uno degli uomini più vicini a Meloni, mentre Palazzo Chigi invita a cercare l’origine della proposta nella Ragioneria generale dello Stato.

Giancarlo Giorgetti ha preso le distanze dal progetto e non ha fatto nulla per salvarlo durante il confronto con i leader della coalizione. Il ministro dell’Economia conosce però perfettamente il problema: senza nuove entrate, il governo non può abbassare le accise sui carburanti senza allargare il deficit o sottrarre risorse ad altre misure. La tassa sul fumo offriva una copertura immediata, ma politicamente rischiava di trasformarsi in un suicidio.

Salvini e Tajani uniti contro la tassa

Per una volta Salvini e Tajani si sono ritrovati dalla stessa parte. Il leader leghista ha bocciato l’idea come una presa in giro fiscale: togliere una tassa per introdurne o aumentarne un’altra non rappresenta una riduzione della pressione, ma soltanto uno spostamento del conto da una categoria di cittadini all’altra. Tajani, poco prima di raggiungere Palazzo Chigi, aveva registrato un video nel quale ripeteva tre volte «meno tasse». Accettare l’aumento sui tabacchi avrebbe smentito nel giro di poche ore la linea pubblica di Forza Italia.

L’intesa è durata lo spazio necessario per affossare il provvedimento. Quando si è aperta la discussione sulle coperture alternative, Salvini ha riproposto un intervento sugli extraprofitti di banche e società energetiche. A quel punto Tajani si è infuriato. Forza Italia considera da sempre una tassa di questo tipo una misura punitiva contro le imprese e il tema ha già provocato scontri durissimi anche con Marina Berlusconi. L’asse tra i due vicepremier si è quindi spezzato immediatamente e Meloni ha rimandato al ministero dell’Economia il compito di trovare un’altra soluzione.

Il vertice si è chiuso senza una copertura, senza una misura definitiva e con una maggioranza ancora più divisa. Tutti vogliono abbassare il prezzo dei carburanti, ma nessuno vuole indicare chi debba pagare il conto. La Lega punta su banche ed energia, Forza Italia difende le imprese, Fratelli d’Italia cerca risorse ovunque senza intaccare le promesse della premier. Giorgetti, nel mezzo, prova a impedire che la corsa agli annunci faccia saltare i conti pubblici.

Meloni teme il caro benzina e l’avanzata di Vannacci

Dietro la fretta della presidente del Consiglio non c’è soltanto l’emergenza economica. Il caro carburanti offre alle opposizioni un’arma potentissima e riporta alla luce i vecchi video nei quali Meloni, quando sedeva all’opposizione, prometteva di abbattere progressivamente le accise. Ogni aumento alla pompa rende quelle immagini più imbarazzanti e alimenta l’accusa di avere tradito una delle battaglie simboliche di Fratelli d’Italia.

Ma il pericolo che agita maggiormente Palazzo Chigi arriva da destra. Roberto Vannacci cavalca il malcontento degli automobilisti, attacca il governo sui rincari e prova a rosicchiare consenso proprio nell’elettorato che aveva premiato Meloni e Salvini. La premier non vuole lasciargli spazio e insiste per rispondere rapidamente, come già accade sul tema della sicurezza. Il problema è che sul carburante non bastano slogan, decreti e conferenze stampa: ogni sconto costa miliardi e deve rispettare vincoli di bilancio sempre più stretti.

Il tentativo di tassare le sigarette nasce anche da questa ansia politica. Serviva una copertura veloce, semplice da riscuotere e capace di finanziare una misura immediatamente visibile ai distributori. Nessuno, però, aveva calcolato fino in fondo l’effetto devastante sulla maggioranza e sulla propaganda di un governo che continua a promettere meno tasse.

Giorgetti frena: «Aspettiamo il mercato»

Mentre Meloni spinge per intervenire, Giorgetti invita alla prudenza. Il ministro ricorda che il prezzo del Brent ha mostrato segnali di discesa e chiede di valutare le modalità più efficaci prima di impegnare nuove risorse. Il suo ragionamento appare lineare: se le quotazioni internazionali dovessero stabilizzarsi, un intervento miliardario potrebbe rivelarsi inutile o sproporzionato; se invece la crisi dovesse peggiorare, pochi centesimi di sconto verrebbero bruciati in pochi giorni.

Giorgetti prova a mantenere un equilibrio tra l’urgenza politica e la sostenibilità dei conti. Sa che il governo dovrà affrontare una manovra difficile, le richieste di riduzione delle tasse avanzate da Tajani e le pressioni della Lega per nuovi interventi. Aprire adesso un buco strutturale sulle accise potrebbe costringere il Tesoro a recuperare risorse attraverso altri aumenti, tagli o nuovo debito.

Questa linea irrita i meloniani, che vorrebbero una risposta più muscolare e temono di apparire immobili davanti agli aumenti. A metà agosto Fratelli d’Italia punta a convincere Giorgetti a preparare un decreto «strutturale», non un semplice tampone. Una misura pesante, capace di incidere davvero sul prezzo alla pompa, anche a costo di mettere sotto stress le casse dello Stato.

La tassa sulle sigarette non è morta

Il piano è saltato, ma nessuno lo ha sepolto. L’aumento delle accise sui tabacchi è finito in un cassetto, pronto a riemergere se il Tesoro non troverà coperture alternative. Le proiezioni esistono, i tecnici hanno già calcolato il gettito e l’idea conserva un vantaggio irresistibile per qualsiasi governo in difficoltà: garantisce denaro immediato e colpisce una categoria sulla quale lo Stato interviene da decenni anche in nome della tutela della salute.

Per ora Meloni ha evitato la rivolta di Salvini e Tajani, ma non ha risolto il problema. Il gasolio resta caro, i fondi non si trovano e la maggioranza non condivide neppure il nome del soggetto al quale presentare il conto. Banche, società energetiche, fumatori o contribuenti: qualunque scelta scatenerà una guerra interna.

Il governo promette meno tasse, ma per abbassarne una deve aumentarne un’altra. Ed è proprio questo cortocircuito ad avere mandato in fumo l’ultima riunione di Palazzo Chigi. Le sigarette, almeno per oggi, non aumentano. Domani, però, il pacchetto potrebbe tornare sul tavolo insieme al prossimo pieno di benzina.