Hormuz, l’Italia prepara le navi da guerra: i cacciamine sono pronti e la Marina mette in conto mesi di missione nel Golfo

Hormuz, l’Italia prepara le navi da guerra. Lo Stretto torna con forza nell’orizzonte italiano e questa volta non come semplice crisi lontana, ma come teatro operativo per una possibile missione militare. A mettere sul tavolo numeri, mezzi e rischi è stato direttamente il capo di Stato maggiore della Marina, l’ammiraglio Giuseppe Berutti Bergotto, che ha descritto una pianificazione prudenziale già pronta: due cacciamine, una nave di scorta e una logistica. In tutto, quattro navi italiane.

Il messaggio è chiarissimo. La Marina c’è, è pronta, ha uomini, mezzi e addestramento per intervenire. Ma quello che emerge dalle parole dell’ammiraglio è soprattutto il livello di pericolo che ruota attorno a Hormuz. Non si parla soltanto di ordigni in mare, ma di una minaccia multipla, fatta di mine, missili e barchini veloci che possono puntare le navi mercantili nel tratto più delicato del traffico mondiale.

L’Italia prepara quattro navi militari per Hormuz

La configurazione ipotizzata dalla Marina non lascia spazio a interpretazioni leggere. L’Italia non manderebbe una semplice nave di appoggio o una presenza simbolica. La pianificazione comprende un gruppo vero e proprio, costruito attorno a due cacciamine, protetto da un’unità di scorta e sostenuto da una nave logistica. Una struttura che rivela subito la complessità dell’operazione.

Berutti Bergotto spiega che l’Italia non si muoverebbe da sola, ma dentro una coalizione internazionale, accanto ad altri Paesi europei già pronti a contribuire con mezzi analoghi. Francia, Regno Unito e il gruppo congiunto Olanda-Belgio rappresentano il quadro di riferimento. Il punto però resta uno: anche dentro una missione multinazionale, l’Italia metterebbe in campo una presenza militare concreta e delicata, in uno dei passaggi più sensibili del pianeta.

Mine, missili e barchini: perché Hormuz è un inferno per la navigazione

Il cuore del problema sta nella natura della minaccia. Hormuz non è solo stretto, è vulnerabile. Parliamo di un passaggio di appena trentatré chilometri, con la corsia centrale riservata al traffico mercantile che corre a circa diciotto chilometri dalle coste iraniane. Una distanza minima, abbastanza ridotta da permettere a un barchino lanciato ad alta velocità di arrivare rapidamente a bersaglio.

L’ammiraglio lo dice senza giri di parole: chiudere Hormuz costa poco. Bastano mine economiche, persino vecchie, per generare un’area di incertezza capace di far crollare la sicurezza della navigazione. E a questo si sommano i missili e le unità d’assalto dei pasdaran, che possono colpire il traffico commerciale in un tratto strettissimo e decisivo per gli equilibri energetici mondiali.

In altre parole, non serve una grande flotta per paralizzare il Golfo. Basta rendere instabile quel corridoio. Ed è proprio questa instabilità che spinge i governi occidentali a studiare una risposta militare coordinata.

La Marina italiana è pronta, ma entrerà in scena solo dopo la fine delle ostilità

Il punto più importante, però, sta nella condizione fissata dalla Marina. Berutti Bergotto chiarisce che un’operazione di sminamento può partire solo quando la fase di conflitto si è chiusa. Non durante gli scontri, non nel pieno delle ostilità, ma dopo. Il motivo è semplice: i cacciamine sono mezzi estremamente specializzati, lentissimi nel lavoro e quindi esposti.

Le operazioni di bonifica richiedono pazienza, precisione e un ambiente il più possibile stabilizzato. In genere si ripuliscono uno o due chilometri l’ora. Significa che in una zona minata i tempi si allungano e il rischio resta altissimo. Per questo motivo i cacciamine devono operare quando il quadro militare non è più apertamente bellico.

La Marina italiana, comunque, si dichiara pronta da subito. Non a entrare a ostilità in corso, ma a partire appena il governo darà l’indicazione politica e il contesto internazionale offrirà una finestra operativa praticabile.

Hormuz, l’Italia prepara le navi da guerra: sei mesi per ripulire lo Stretto

A rendere ancora più pesante lo scenario ci sono le valutazioni che arrivano dagli Stati Uniti. Secondo quanto riferito da due funzionari del Pentagono al Congresso, gli iraniani avrebbero nascosto una ventina di ordigni e la bonifica dello Stretto potrebbe richiedere sei mesi. Sei mesi. Un tempo enorme, che da solo fa capire quanto sarebbe lunga, complessa e logorante una missione di questo tipo.

Qui non si tratta di una sortita lampo o di una presenza di facciata. Qui si parla di un’operazione paziente, lunga, logorante, condotta in una zona dove basta pochissimo per riaccendere il caos. Ogni mina da individuare, verificare e neutralizzare richiede tecnologia, sangue freddo e una protezione militare costante.

I cacciamine italiani, l’orgoglio tecnico della Marina

L’ammiraglio rivendica la capacità italiana nel settore e, in effetti, la Marina considera lo sminamento uno dei propri punti di forza. L’Italia dispone di otto cacciamine della classe Gaeta, costruiti in vetroresina, aggiornati negli anni e ancora tecnologicamente avanzati. Operano con mezzi a pilotaggio remoto, droni subacquei e sistemi autonomi capaci di cercare gli ordigni sui fondali, identificarli e distruggerli.

In alcuni casi intervengono anche i sommozzatori del Comsubin, soprattutto nelle fasi più delicate della ricognizione e della neutralizzazione finale. Non è un lavoro da improvvisare. È una delle attività più tecniche e più rischiose che una Marina possa svolgere, soprattutto in un’area dove ogni minuto di lentezza aumenta l’esposizione al fuoco nemico o a nuove minacce.

Perché Hormuz pesa anche sull’Italia

A prima vista potrebbe sembrare una crisi lontana. In realtà non lo è affatto. Lo ha spiegato lo stesso Berutti Bergotto: anche se l’Italia importa dal Golfo solo il 5 per cento del proprio fabbisogno petrolifero, i prezzi dell’energia rispondono al mercato globale. E infatti sono già aumentati del 40 per cento in pochissimo tempo.

Questo significa che tutto ciò che accade tra Golfo Persico e Indo-Pacifico arriva rapidamente anche nel Mediterraneo e, quindi, nelle tasche degli italiani. Hormuz è uno dei grandi colli di bottiglia del commercio mondiale. Se si inceppa lì, il contraccolpo colpisce ovunque: carburanti, energia, trasporti, inflazione.

Ed è proprio qui che il discorso militare si salda a quello economico. Difendere la libertà di navigazione non significa solo presidiare una rotta lontana, ma cercare di evitare che la crisi esploda anche sul fronte dei prezzi e dei consumi.

La decisione spetta al governo, ma il segnale è già partito

Formalmente, la scelta resta politica. L’ammiraglio lo ribadisce più volte: decidere se mandare le navi a Hormuz spetta esclusivamente al governo. Ma il segnale operativo è già partito. La Marina ha mostrato la propria disponibilità, ha spiegato quali mezzi potrebbe schierare, ha descritto il rischio e ha fatto capire che l’Italia, dentro una coalizione internazionale, è pronta a fare la sua parte.

Il dato che resta è questo: quattro navi militari italiane sono già dentro una pianificazione concreta per il Golfo. Non siamo più al livello delle ipotesi astratte o delle formule diplomatiche. Siamo davanti a una crisi che comincia a prendere la forma delle mappe navali, dei tempi di bonifica, dei convogli e delle scorte armate.

E quando si inizia a parlare così, significa che il mare davanti a Hormuz non è più solo una notizia estera. È già diventato un dossier italiano.