Garlasco: la versione di Stasi, la certezza dei pm e i dubbi di Marco Poggi. Tutto ruota intorno all’impronta 33

L’impronta 33 è diventata il simbolo della nuova inchiesta sul delitto di Garlasco. Una traccia fotografata sulle scale che conducono alla cantina della villetta di via Pascoli e che, a distanza di quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, continua a dividere consulenti, investigatori, avvocati e familiari.

Nell’intervista esclusiva concessa a Quarto Grado, Marco Poggi ha raccontato per la prima volta come è venuto a conoscenza di quella traccia che la Procura di Pavia attribuisce ad Andrea Sempio. Un passaggio che ha colpito particolarmente gli osservatori perché il fratello della vittima ha ammesso di aver inizialmente pensato che l’impronta fosse insanguinata.

«Mi hanno detto che l’impronta 33 era di Andrea Sempio. Nella foto quella impronta era rossa tanto che ricordo di essere uscito da quel sit pensando che ci fosse del sangue. Poi ho capito che quel rosso non era sangue», ha raccontato.

Una frase che pesa. Perché lo stesso Marco Poggi ha aggiunto un’altra considerazione destinata a far discutere: «Se fosse insanguinata diventerebbe difficile da spiegare».

Perché l’impronta 33 è così importante

La traccia si trova sulla parete destra delle scale interne che portano alla cantina, non lontano dal punto in cui venne trovato il corpo di Chiara Poggi.

Secondo la Procura di Pavia, quella impronta rappresenta uno degli elementi più significativi della nuova indagine che vede Andrea Sempio indagato per omicidio.

Gli investigatori ritengono infatti che la posizione della traccia, insieme ad altri elementi repertati sulle scale, possa essere compatibile con il passaggio dell’assassino subito dopo l’aggressione.

Nelle carte dell’inchiesta viene inoltre evidenziata la vicinanza con una piccola traccia ematica attribuita alla vittima e con un’altra impronta individuata sui gradini.

Per gli inquirenti, insomma, l’impronta 33 non sarebbe un dettaglio marginale ma un possibile tassello della dinamica del delitto.

La versione di Marco Poggi e quella di Sempio

Marco Poggi ha però ricordato che quella zona della casa non era affatto proibita agli amici.

Durante uno degli interrogatori degli ultimi mesi, gli investigatori gli hanno chiesto di ricostruire i luoghi frequentati abitualmente dal gruppo di ragazzi che frequentava la villetta.

«Oltre alla stanza di Chiara dove c’era il computer di famiglia e al salottino dove guardavamo la televisione, ho spiegato che i miei amici potevano essere passati anche dalle scale interne perché portavano a una cantina che usavamo come magazzino. C’erano anche giochi in scatola. Non so dire chi sia sceso di preciso tra i miei amici».

Una ricostruzione che coincide con quanto sostenuto da Andrea Sempio fin dall’inizio. L’indagato ha sempre spiegato che quelle scale erano strette e ripide e che, quando scendeva in cantina, appoggiava spesso la mano al muro per mantenere l’equilibrio.

Lo scontro tra Procura e difesa

È proprio qui che nasce la battaglia tecnica tra accusa e difesa.

Per i consulenti della Procura l’impronta presenta quindici punti di corrispondenza con la mano di Andrea Sempio.

La difesa dell’indagato contesta però questa conclusione e sostiene che le minuzie realmente identificabili sarebbero molte meno, al punto da non consentire un’attribuzione certa.

Lo scontro non riguarda soltanto l’identità del proprietario della traccia, ma soprattutto la sua natura.

Se quell’impronta fosse stata lasciata da una mano sporca di sangue, assumerebbe infatti un significato completamente diverso rispetto a una semplice impronta lasciata durante una visita precedente.

La teoria della Procura e quella di Stasi

Gli accertamenti eseguiti nel 2007 non rilevarono sangue sull’intonaco grattato attorno alla traccia. Tuttavia alcuni investigatori dell’epoca hanno ricordato che quell’impronta appariva diversa dalle altre.

Il tenente colonnello Aldo Mattei, allora responsabile della sezione impronte del RIS di Parma, ha spiegato che sembrava «lasciata da una mano bagnata», mentre altri consulenti hanno sottolineato la presenza di segni assimilabili a piccoli schizzi.

La Procura ritiene che proprio questi elementi meritino ulteriori approfondimenti.

Ancora più netta la posizione della difesa di Alberto Stasi. Secondo i consulenti dell’unico condannato per il delitto, l’impronta sarebbe «intrisa di sudore e sangue» e incompatibile con un semplice appoggio occasionale durante una discesa in cantina.

Una tesi che viene respinta dagli avvocati di Sempio e che sarà inevitabilmente al centro della futura battaglia processuale.

Per questo motivo, a quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, l’impronta 33 continua a rappresentare uno dei punti più controversi dell’intera inchiesta. E le parole di Marco Poggi, che per la prima volta ha raccontato il suo impatto con quella fotografia rossa, hanno aggiunto un nuovo tassello a un mistero che resta ancora lontano da una soluzione definitiva.