La strage di Amendolara riporta sotto i riflettori non soltanto il sistema del caporalato, ma anche uno degli aspetti più oscuri e meno raccontati dello sfruttamento agricolo: l’uso di droghe, antidolorifici ed eccitanti per spingere i braccianti oltre i limiti della resistenza fisica.
A far emergere nuovamente il tema è stata una delle testimonianze raccolte dagli investigatori dopo il rogo costato la vita a quattro lavoratori stranieri. «Sì, Ali aveva fumato hashish. Succedeva spesso», ha raccontato Alaymar, unico sopravvissuto della tragedia, riferendosi ad Ali Raza, uno dei due uomini accusati di avere provocato l’incendio del minivan.
La droga nei campi e il sistema del caporalato
Chi lavora da anni accanto ai braccianti migranti sostiene che il fenomeno non rappresenti affatto un’eccezione. Nelle campagne del Sud Italia circolano da tempo racconti che parlano di sostanze utilizzate non tanto per sballarsi quanto per continuare a lavorare nonostante la fatica, il dolore e i ritmi disumani imposti dal sistema.
«Ti fanno diventare uno zombie», raccontano alcuni lavoratori. L’obiettivo non sarebbe la ricerca dello sballo, ma la possibilità di affrontare giornate interminabili sotto il sole, spesso senza pause adeguate e con paghe da fame.
In questo contesto la droga diventa uno strumento di controllo. Un modo per mantenere produttivi uomini e donne che altrimenti non riuscirebbero a reggere condizioni di lavoro estreme.
Borgo Mezzanone e la sostanza chiamata Royal 225
A denunciare pubblicamente il fenomeno è stato anche Soumaila Diawara, attivista maliano impegnato nella tutela dei lavoratori migranti. Diawara ha raccolto testimonianze e documentato quello che sostiene di avere trovato all’interno di Borgo Mezzanone, il più grande ghetto agricolo d’Italia.
Tra baracche, container e costruzioni di fortuna vivono migliaia di persone che ogni giorno raggiungono i campi della Capitanata. Proprio lì, racconta Diawara, qualcuno gli avrebbe proposto una sostanza chiamata Royal 225.
«Costa pochi euro. Dicono che serve a lavorare di più e a non sentire la fatica», racconta l’attivista, che afferma di aver acquistato il prodotto per documentarne l’esistenza e raccogliere ulteriori testimonianze. Le sue denunce riportano alla luce un fenomeno che associa sempre più spesso sfruttamento lavorativo e dipendenza da sostanze utilizzate per aumentare la resistenza fisica.
Dall’Agro Pontino alla Calabria: un problema che torna
La vicenda richiama inevitabilmente l’inchiesta “No Pain” della Procura di Latina, che nel 2021 accese i riflettori sull’utilizzo del Depalgos, un potente antidolorifico oppioide distribuito a numerosi lavoratori agricoli dell’Agro Pontino.
Secondo gli investigatori, quel farmaco non serviva a curare patologie ma a permettere ai braccianti di continuare a lavorare nonostante dolori, infortuni e condizioni fisiche compromesse. L’indagine portò a processo un medico e un farmacista e mostrò come il controllo della manodopera possa passare anche attraverso il controllo del corpo.
A confermare questo scenario arrivano anche le testimonianze raccolte durante il corteo organizzato ad Amendolara dopo la tragedia. Tra queste c’è quella di Kaur, ex bracciante agricolo che racconta di avere assunto una sostanza dopo un infortunio sul lavoro. «Mi hanno detto che mi avrebbe aiutato a continuare», spiega. Dopo averla assunta una sola volta, però, qualcosa è cambiato. «Ho avuto paura. Ho perso il controllo».
Parole che descrivono un mondo spesso invisibile agli occhi dell’opinione pubblica ma ben conosciuto da chi vive ogni giorno nei campi. Un universo fatto di sfruttamento, caporalato, lavoro nero e, secondo molte testimonianze, anche di sostanze che aiutano a trasformare uomini stremati in forza lavoro sempre disponibile.







