Tre anni dopo, il 7 ottobre 2023 continua a inseguire Benjamin Netanyahu. Non soltanto come il giorno più sanguinoso della storia di Israele, ma come una domanda politica alla quale il premier non è mai riuscito a dare una risposta capace di chiudere i conti con il Paese: come è stato possibile che Israele non riuscisse a impedire l’attacco di Hamas?
Ora quella domanda entra direttamente nella campagna elettorale. Il 27 ottobre gli israeliani torneranno alle urne e il ricordo del massacro rischia di diventare uno dei fattori decisivi del voto. Netanyahu continua a rivendicare quanto Israele ha fatto nei tre anni successivi, ma una parte del Paese gli presenta ancora il conto di ciò che accadde prima e durante quella mattina.
Il 7 ottobre e l’accusa più pesante contro Netanyahu
Le commemorazioni hanno riportato in primo piano le ferite che la guerra non ha cancellato. Sul Monte Herzl, Yaakov Godo, padre di Tom Godo, ucciso nel kibbutz Kissufim, si è rivolto direttamente al premier: «Non l’hai protetto e non hai protetto le 1.200 persone massacrate. Vergogna».
È il cuore dell’accusa politica rivolta da tre anni a Netanyahu. Il premier ha sempre preferito concentrare il discorso pubblico sulla risposta militare, sulla lotta contro Hamas e sulla sicurezza futura di Israele. I suoi avversari sostengono invece che manchi ancora una piena assunzione di responsabilità politica per il fallimento che consentì l’attacco.
Netanyahu continua intanto a mantenere una linea durissima sulla Striscia di Gaza. Durante le commemorazioni ha ribadito che Israele non intende abbandonarla, mentre il ministro della Difesa Israel Katz ha dichiarato che circa 4.000 miliziani coinvolti negli attacchi sarebbero stati eliminati e che ne resterebbero altri 2.000.
L’allarme su un possibile nuovo attacco prima delle elezioni
La sicurezza torna così al centro della campagna elettorale. David Zini, capo dei servizi segreti interni scelto da Netanyahu, ha lanciato l’allarme sulla possibilità che Hamas prepari un attacco prima delle elezioni. Lo stesso premier aveva già avvertito nei giorni scorsi che i nemici di Israele starebbero cercando di colpire nuovamente il Paese.
L’opposizione considera però questi messaggi anche uno strumento politico. Netanyahu ha costruito per anni una parte importante della propria leadership sulla promessa di garantire sicurezza agli israeliani. Il problema, questa volta, è che evocare una nuova minaccia può produrre anche l’effetto contrario: ricordare agli elettori che proprio sotto il suo governo Israele subì l’attacco del 7 ottobre.
È il paradosso della campagna elettorale di Netanyahu. La sicurezza resta probabilmente la sua arma politica più potente, ma il 7 ottobre rappresenta contemporaneamente la più grave contestazione della sua capacità di garantirla.
L’opposizione prova a mandare Netanyahu a casa
Dall’altra parte si sta formando quella che i suoi protagonisti definiscono la «coalizione del cambiamento». Yair Lapid ha riunito Gadi Eisenkot, Naftali Bennett, Yair Golan e Avigdor Lieberman nel tentativo di costruire un fronte capace di battere Netanyahu.
L’operazione non è semplice. Le differenze politiche tra i protagonisti sono profonde e i sondaggi, per ora, non assicurano automaticamente una maggioranza al fronte anti-Netanyahu. Lapid punta però a ripetere quanto accadde nel 2021, quando riuscì insieme a Bennett a relegare Netanyahu all’opposizione.
Il possibile candidato alla guida del governo sarebbe Gadi Eisenkot, ex capo di stato maggiore e figura del centro moderato. Anche la sua vicenda personale pesa inevitabilmente nella campagna: durante la guerra ha perso un figlio e due nipoti, tutti soldati.
Sul terreno elettorale il confronto rischia quindi di andare ben oltre la tradizionale divisione tra destra e sinistra. Israele dovrà decidere anche quale giudizio dare sui tre anni trascorsi dal massacro e soprattutto su chi governava quando avvenne.
Il 7 ottobre non è più soltanto una data sul calendario. Per Netanyahu è diventato il giorno che nessuna vittoria militare successiva è riuscita a cancellare completamente. E il 27 ottobre saranno gli elettori israeliani a stabilire quanto quella ferita peserà dentro l’urna.







