Le ombre sul 7 ottobre: i ritardi e le omissioni di Benjamin Netanyahu

Benjamin Netanyahu partecipa a una riunione del gabinetto

Alla vigilia di una delle pagine più drammatiche della storia israeliana, Benjamin Netanyahu dormiva profondamente nella sua residenza di Cesarea. La Festa delle Capanne era appena terminata e lo shabbat era iniziato.

L’illusione della serenità di Netanyahu nella notte del massacro

Pochi giorni prima l‘emiro Mohammad Bin Zayed lo aveva messo in guardia su un possibile attacco imminente da parte di Hamas, ma il primo ministro non aveva dato alcuna disposizione speciale, affrontando le ore precedenti al disastro con un’incredibile leggerezza. Quello che si profilava all’orizzonte era l’inizio del momento più buio dei suoi trent’anni di carriera politica, un evento destinato a cambiare per sempre l’assetto del Medio Oriente e a scatenare interrogativi dolorosi su una catena di comando apparsa fin da subito tragicamente inadeguata.

Minuto per minuto: ritardi, buchi e comunicazioni mancate

I verbali e le ricostruzioni ufficiali mostrano un quadro costellato di zone d’ombra. La prima chiamata dell’addetto militare Avi Gil giunge a Netanyahu alle 6 e 29 tramite un’applicazione di messaggistica non registrata, quando l’intelligence dello Shin Bet monitorava già da un’ora i movimenti sospetti nella Striscia di Gaza.

Netanyahu chiese chiarimenti generici

Invece di contattare immediatamente i vertici della sicurezza, come il generale Herzi Halevi o il capo dei servizi interni Ronen Bar, Netanyahu si limita a chiedere chiarimenti generici e a ipotizzare la chiusura dei confini, un’operazione ormai impossibile, data la sproporzione delle forze sul campo. Anche lo spostamento verso il quartier generale di Tel Aviv avviene con un ritardo ingiustificato rispetto alle procedure di emergenza, lasciando l’apparato militare privo di una guida politica tempestiva nelle prime fasi drammatiche dell’invasione.

Le accuse dell’opposizione e lo scaricabarile sui servizi

Mentre la macchina dei soccorsi arranca, la gestione di Netanyahu solleva forti perplessità tra le forze politiche e i cittadini. Le testimonianze dei leader dell’opposizione tratteggiano un primo ministro sostanzialmente inattivo fino al pomeriggio, intento a gestire contatti telefonici secondari con leader esteri come il premier olandese Mark Rutte, piuttosto che impartire direttive strategiche per proteggere le comunità del sud o mobilitare le forze armate.

Dal canto suo, Netanyahu respinge ogni addebito e accusa i vertici della sicurezza di non averlo allertato con sufficiente anticipo, trasformando la tragedia del 7 ottobre in un duro scontro istituzionale in attesa che una commissione d’inchiesta chiarisca responsabilità e omissioni.