Vladimir Putin torna a parlare di guerra nucleare e questa volta sceglie Anton Cechov per consegnare il messaggio più inquietante della sua lunga apparizione al club Valdai. «Se all’inizio di uno spettacolo una pistola è appesa a un muro, prima o poi qualcuno sparerà», dice il presidente russo mentre affronta il tema del possibile impiego dell’arma atomica. Subito dopo allarga il ragionamento alla natura stessa dei conflitti: «Bisogna accettare il fatto che le guerre sono state, sono e saranno parte della nostra vita».
Il riferimento alla celebre regola narrativa di Cechov arriva nel passaggio più duro di un intervento nel quale Putin torna ad accusare l’Occidente, rivendica la posizione della Russia sull’Ucraina e avverte l’Europa dei rischi di un confronto diretto con Mosca. «I rischi di utilizzo a livello globale di armi in grado di distruggere ogni forma di vita sono sempre maggiori», sostiene. Per il leader del Cremlino l’escalation potrebbe inoltre accelerare improvvisamente: il punto oltre il quale diventerebbe impossibile tornare indietro, avverte, «può arrivare molto rapidamente per tutti».
Putin e il rischio nucleare: «Prima o poi qualcuno sparerà»
È proprio il passaggio sull’atomica a segnare il momento più delicato dell’intervento. Putin non annuncia l’intenzione della Russia di utilizzare armi nucleari, ma inserisce apertamente questa eventualità nel quadro dei rischi legati all’attuale confronto internazionale. Alla citazione di Cechov aggiunge una considerazione sulla sopravvivenza, sostenendo che la stessa legge valida nel mondo naturale agirebbe anche nelle comunità umane.
Il messaggio arriva durante l’edizione annuale degli incontri del club Valdai, appuntamento nato nel 2004 e diventato negli anni una delle principali occasioni nelle quali Putin espone la propria visione della politica internazionale. L’incontro era previsto inizialmente a Sochi, ma gli organizzatori lo hanno spostato a Istra, una quarantina di chilometri da Mosca, dopo gli attacchi dei droni ucraini nell’area del Mar Nero.
Davanti a circa 120 studiosi provenienti da 40 Paesi, il presidente russo costruisce un lungo atto d’accusa contro l’Occidente. Secondo Putin, dopo il crollo dell’Unione Sovietica Mosca avrebbe cercato di entrare a far parte del sistema occidentale, ricevendo invece come risposta il tentativo di indebolire la Russia e impossessarsi dell’eredità sovietica. Nel mirino finiscono anche le scelte compiute dalla leadership dell’Urss negli ultimi anni della sua esistenza e dalla Russia negli anni immediatamente successivi, con riferimenti indiretti alle stagioni di Mikhail Gorbaciov e Boris Eltsin.
«Con noi hanno iniziato una guerra»: l’attacco all’Europa
Putin torna quindi sull’Ucraina e ripropone la versione sostenuta dal Cremlino fin dall’inizio dell’invasione russa. «Non siamo stati noi a volere e non siamo stati noi a iniziare la guerra», afferma, sostenendo che contro la Russia sarebbe stata iniziata una guerra che avrebbe costretto Mosca «a difendersi con le armi in mano». Una ricostruzione che rovescia quella dei governi occidentali e di Kiev, secondo cui il conflitto nasce dall’invasione su vasta scala dell’Ucraina ordinata dalla Russia il 24 febbraio 2022.
Il presidente russo definisce inoltre l’Ucraina uno Stato che avrebbe perso la propria sovranità e sarebbe ormai guidato dall’esterno. Ma è soprattutto il rapporto con l’Europa a occupare una parte rilevante del discorso. Putin accusa i governi europei di spingere i propri cittadini verso «una pericolosa linea di confronto con la Russia» e avverte che ogni escalation produce inevitabilmente una risposta.
Il Cremlino, almeno nelle parole del suo presidente, continua comunque a lasciare aperta la porta a nuovi negoziati sull’Ucraina. Putin sostiene che Mosca sia pronta ad avviare colloqui e a concluderli rapidamente, ma soltanto sulla base delle condizioni che la Federazione russa considera oggi accettabili. Sul Donetsk mostra invece sicurezza, affermando che Kiev non riuscirà a mantenere a lungo il controllo dei territori ancora in suo possesso e chiedendo quale senso abbia continuare a combattere per conservarli.
Nessuna apertura, invece, sulla proposta di fermare gli attacchi contro infrastrutture economicamente importanti dell’Ucraina in cambio della cessazione dei raid di Kiev contro le raffinerie russe. Putin la definisce «assurda». Un altro avvertimento arriva al Giappone: Mosca, dice, guarda con preoccupazione ai suoi programmi di militarizzazione ed è pronta a reagire.
Il vertice con Trump e Xi e l’incubo di una guerra decisa dall’intelligenza artificiale
Dopo aver evocato il rischio nucleare e attaccato l’Europa, Putin apre uno scenario diplomatico completamente diverso. Propone infatti un incontro trilaterale con Donald Trump e Xi Jinping, precisando però che prima sarebbe necessario concordare un’agenda. Del presidente cinese parla come di un interlocutore con il quale l’intesa personale sarebbe particolarmente forte. Arriva persino a raccontare che riescono a comprendersi bene anche senza interpreti e ricorda che alcuni suoi nipoti parlano cinese.
Poi il discorso torna ancora una volta alla possibilità di una catastrofe nucleare, questa volta attraverso il rapporto tra uomo e intelligenza artificiale. Putin cita il caso di Stanislav Petrov, l’ufficiale sovietico che nel 1983 si trovò davanti all’allarme di un presunto attacco missilistico statunitense. Petrov dubitò dei dati forniti dal sistema e non segnalò l’allarme come un attacco confermato. Successivamente si scoprì che si trattava di un falso allarme.
Per Putin quell’episodio dimostrerebbe quanto possa diventare pericoloso affidare decisioni estreme esclusivamente alle macchine. «Se al suo posto ci fosse stata l’intelligenza artificiale, le cose sarebbero potute andare molto diversamente», osserva.
È il cerchio che si chiude sul tema dominante della giornata. Da una parte Putin sostiene che le guerre continueranno inevitabilmente a fare parte della storia umana. Dall’altra ricorda che, nell’epoca delle armi capaci di distruggere intere società, può bastare una decisione sbagliata per superare quella linea dalla quale, come lui stesso avverte, potrebbe non esserci più possibilità di ritorno.







