Carceri, scatta la legge sulle dipendenze ma la burocrazia frena le uscite

Carcere – @lacapitalenews.it

Entrata in vigore venerdì 21 agosto la legge fortemente voluta dal governo e approvata a fine luglio dal Parlamento sulla detenzione domiciliare per i detenuti con problemi di tossicodipendenza o alcol dipendenza che scelgono di seguire un percorso di recupero. Si tratta di un provvedimento atteso per fronteggiare un’emergenza sempre più acuta, testimoniata da un tasso di sovraffollamento che il 19 agosto ha toccato il 141,3%, quasi sette punti percentuali sopra i livelli di un anno fa. Pur condividendo l’impostazione di fondo dell’intervento, le opposizioni hanno scelto l’astensione al voto, contestando le modalità attuative e le incertezze applicative della norma.

Tempi burocratici e linee guida da definire

I tempi di concreta attuazione restano la prima incognita. L’avvio effettivo richiede infatti l’insediamento, presso il Dipartimento per le politiche antidroga della Presidenza del Consiglio, di una Commissione centrale composta da specialisti del settore pubblico e privato accreditato. Per la scelta dei membri la legge concede fino a 120 giorni. Successivamente, l’organismo dovrà definire le linee guida nazionali per omogeneizzare i criteri di accertamento della dipendenza e la validità dei progetti terapeutici. Solamente con questo quadro operativo i tribunali di sorveglianza potranno iniziare a valutare le richieste dei condannati fino a otto anni di pena.

Risorse sufficienti solo per 500 persone

A complicare il quadro emerge il nodo delle risorse finanziarie. A fronte di una popolazione carceraria di quasi 64mila persone, le stime del Ministero della Giustizia identificano in circa 10mila i detenuti potenzialmente interessati dalla misura. Tuttavia, lo stanziamento di 19,4 milioni di euro previsto per il 2026 consentirà l’accesso al percorso a un massimo di 500 persone, lasciando l’estensione futura legata a eventuali e successivi incrementi di budget.

Le criticità operative

Sul piano operativo, la circolare avviata ad agosto dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) per mappare i potenziali beneficiari ha sollevato forti perplessità tra gli operatori. Le associazioni di categoria e i garanti territoriali segnalano criticità legate alla riservatezza dei dati clinici scambiati tra strutture sanitarie e penitenziarie, oltre al problema della volontarietà del percorso terapeutico, che nella norma parte su indicazione dell’istituto e non della persona. Pesano infine le storiche carenze di organico dei SerD, i dubbi sull’accesso ai programmi per i reclusi stranieri privi di residenza e la cronica mancanza di posti disponibili nelle comunità d’accoglienza.