Pietracatella, mamma e figlia avvelenate con la ricina: indiscrezioni sui test e computer sequestrato nello studio di Gianni Di Vita

Antonella Di Ielsi e la figlia Sara Di Vita

Prima le indiscrezioni sui test effettuati dal Robert Koch Institut, poi la smentita della procuratrice Elvira Antonelli. Intanto un verbale documenta il sequestro nello studio di Gianni Di Vita: acquisiti un computer e dieci pendrive. Gli investigatori confrontano testimonianze, tabulati e risultati scientifici.

Il caso di Pietracatella entra in una fase particolarmente delicata. Mentre gli investigatori continuano a ricostruire gli ultimi giorni di vita di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, morte alla fine di dicembre dopo l’avvelenamento da ricina, nelle ultime ore si sono rincorse indiscrezioni sugli accertamenti scientifici eseguiti in Germania. La Procura di Larino le ha però smentite.

Nel frattempo emerge un elemento concreto dagli atti dell’inchiesta: gli investigatori hanno acquisito un computer e dieci pendrive nello studio professionale di Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre di Sara. Il commercialista, va ricordato, non risulta indagato nell’inchiesta per il duplice omicidio e gli investigatori lo ascoltano come parte offesa e testimone.

Pietracatella, il giallo dei risultati arrivati dalla Germania

La prima indiscrezione riguarda gli accertamenti affidati al Robert Koch Institut di Berlino. Secondo quanto circolato nelle ultime ore, gli esperti tedeschi avrebbero già fornito alcune indicazioni sulla ricerca degli anticorpi effettuata su Gianni Di Vita e sulla figlia Alice.

Alcune fonti hanno parlato di un risultato negativo per entrambi. Se confermato ufficialmente, il dato assumerebbe particolare importanza soprattutto per Gianni Di Vita, che aveva riferito di avere accusato nausea e vomito nello stesso periodo in cui moglie e figlia manifestarono i sintomi dell’avvelenamento.

La negatività agli anticorpi potrebbe infatti diventare un elemento da mettere a confronto con quel racconto e con gli altri accertamenti effettuati sul commercialista. Ma al momento manca una conferma ufficiale.

La procuratrice Elvira Antonelli ha infatti smentito l’indiscrezione. La Procura ha inoltre negato che gli specialisti tedeschi abbiano già individuato con certezza il vettore attraverso il quale Antonella e Sara avrebbero assunto la ricina.

La Procura frena sulle indiscrezioni

Il susseguirsi di anticipazioni e smentite fotografa quanto sia delicata questa fase dell’indagine. Gli investigatori cercano soprattutto di mettere in relazione due grandi blocchi di elementi: da una parte i risultati scientifici, dall’altra quanto ricostruito attraverso interrogatori, testimonianze, sequestri e analisi del traffico telefonico.

È proprio l’incrocio tra questi dati che potrebbe permettere di ricostruire ciò che accadde nei giorni precedenti alla morte delle due donne.

L’obiettivo principale resta capire dove si trovasse la ricina, attraverso quale alimento o sostanza sia arrivata alle vittime e chi abbia avuto materialmente la possibilità di manipolarla.

Per questo assumono importanza anche gli oggetti e i dispositivi acquisiti durante le perquisizioni.

Computer e dieci pendrive sequestrati nello studio di Gianni Di Vita

Un verbale documenta infatti il sequestro effettuato nello studio professionale di Gianni Di Vita. Gli investigatori hanno acquisito un computer e dieci supporti di memoria, che potranno adesso essere analizzati alla ricerca di file, documenti o altri dati utili.

Dal verbale emerge che l’acquisizione del materiale si inserisce anche nel filone che riguarda i cinque medici indagati dopo la morte delle due donne. Negli atti compare però anche il riferimento a soggetti «ignoti», particolare che rende necessario distinguere i diversi piani investigativi senza attribuire automaticamente al sequestro un significato accusatorio nei confronti del commercialista.

Antonella e Sara, inoltre, frequentavano lo studio. La presenza di loro documenti o dati sui dispositivi potrebbe quindi avere spiegazioni del tutto ordinarie.

Ciò che conta per gli investigatori sarà il contenuto effettivamente recuperato e la sua eventuale relazione con gli altri elementi dell’inchiesta.

Testimonianze e tabulati sotto esame

Parallelamente proseguono le convocazioni. Gli inquirenti stanno tornando su alcune dichiarazioni raccolte nei mesi scorsi per confrontarle con quanto hanno successivamente ricostruito.

L’attenzione riguarderebbe soprattutto la cronologia degli spostamenti e delle comunicazioni avvenute nei giorni di Natale, oltre alle circostanze della cena del 23 dicembre, diventata uno dei momenti centrali dell’indagine.

Gli investigatori stanno incrociando le testimonianze con i dati del traffico telefonico e con gli accertamenti scientifici. Eventuali incongruenze non dimostrano da sole una responsabilità, ma possono spingere la Procura a convocare nuovamente le persone già ascoltate per chiarire contraddizioni, omissioni o ricordi incompleti.

La ricina resta il nodo decisivo dell’inchiesta

La risposta più importante deve comunque arrivare dalla scienza. Gli accertamenti sui campioni raccolti nell’abitazione e quelli affidati agli specialisti tedeschi potrebbero permettere di ricostruire il percorso seguito dal veleno.

La domanda centrale rimane la stessa: come hanno assunto la ricina Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita e perché le altre persone vicine alle due donne non hanno subito le stesse conseguenze?

È su questo punto che dovranno incontrarsi definitivamente analisi scientifiche e indagine tradizionale. Fino a quel momento, soprattutto davanti a indiscrezioni immediatamente smentite dalla Procura, occorrerà distinguere ciò che gli atti documentano da ciò che ancora attende una conferma.