Corona si prenota la politica e sfida tutti: “Valgo il 4%, più di Vannacci, Renzi e Calenda”. Intanto porta Falsissimo a teatro e prepara Netflix

Fabrizio Corona nella fiction “Io sono notizia”

Corona si prenota la politica e sfida tutti. L’ex re dei paparazzi fa una cosa che gli riesce da sempre molto bene: stare al centro del rumore e usarlo come benzina. Mentre “Falsissimo” diventa uno spettacolo teatrale, mentre promette nuovi progetti tra podcast, libri e serie tv, mentre continua a misurarsi con oscuramenti, polemiche e accuse di ogni tipo, Corona lascia cadere anche la frase che più di tutte accende il dibattito: la politica lo tenta, eccome se lo tenta. E non con la prudenza di chi lancia una provocazione per farsi notare, ma con la spavalderia di chi sa già che quella dichiarazione finirà per generare titoli, commenti e fastidi.

Dice che i numeri e i sondaggi lo accrediterebbero di quasi un 4 per cento. Dice anche che un dato del genere lo collocherebbe davanti a figure come Roberto Vannacci, Matteo Renzi e Carlo Calenda. E a quel punto aggiunge la frase che pesa davvero: “Non pensarci sarebbe da stupidi”. Il riferimento è al 2027, alle prossime elezioni politiche, che nella sua narrazione non appaiono lontane ma già visibili all’orizzonte. Quanto alla collocazione, Corona prova a smarcarsi dalla gabbia classica: non destra o sinistra in astratto, ma programmi. Poi butta lì anche il dettaglio che rende tutto ancora più esplosivo, cioè la causa aperta con Giorgia Meloni, come a dire che prima di ogni eventuale salto bisognerà risolvere anche quel nodo.

Il salto dalla rete al palcoscenico

Nel frattempo, però, la politica resta una tentazione e non ancora una destinazione. Il presente di Corona si chiama teatro. “Falsissimo in Teatro” è il titolo del tour che lo porterà su dodici palchi italiani, con un allestimento che promette di restare fedele alla grammatica del format: fondo nero, racconto frontale, sguardo in camera trasformato in sguardo verso la platea, parole usate come colpi e pause pensate per tenere il pubblico agganciato. Non è un semplice adattamento dal web al vivo. È piuttosto il tentativo di portare fuori dallo schermo un prodotto che, nel bene e nel male, ha trovato una sua identità molto forte.

Corona insiste su un punto: comunicare non significa soltanto parlare, ma saper usare il corpo, creare empatia, stabilire una connessione immediata con chi ascolta. È questo, secondo lui, il motivo per cui “Falsissimo” funziona. E da qui nasce anche la convinzione che dal vivo possa funzionare perfino meglio. In fondo è una scommessa coerente con il personaggio: se il web gli ha dato una platea potenzialmente infinita, il teatro gli offre il contatto fisico, la presenza, il test più diretto e crudele di tutti. O conquisti la sala o non hai alibi.

Il sottotitolo dello spettacolo, “Scacco matto al potere dei media”, è già di per sé una dichiarazione di guerra. Corona lo usa per rilanciare la sua polemica contro l’informazione tradizionale, che a suo dire non racconterebbe mai fino in fondo le notizie più scomode, quelle di cronaca o di attualità che disturbano davvero. È la solita postura coroniana, certo, ma anche il cuore della sua operazione narrativa: presentarsi come uno che dice quello che gli altri non dicono, che rompe il filtro, che entra dove il sistema preferirebbe non far entrare nessuno.

La battaglia dei numeri e la sfida ai media

A sostegno di questa narrazione, Corona mette sul tavolo i numeri. E lo fa nel suo stile: aggressivo, competitivo, quasi muscolare. Respinge l’idea che le ultime puntate di “Falsissimo” siano andate male e rivendica gli 800mila iscritti raggiunti in meno di un anno, prima ancora dell’esplosione del caso Signorini. Poi passa al confronto, che è sempre il suo terreno preferito. Cita Alessandro Cattelan, definito “il più grande conduttore italiano”, e Gianluca Gazzoli, descritto come il primo podcaster del Paese, per sostenere che nessuno avrebbe i suoi numeri e la sua media. Rivendica un milione di visualizzazioni in una settimana per l’ultima puntata e liquida le critiche come una lettura interessata o faziosa.

Al di là della spacconeria, c’è però un punto che Corona coglie e usa bene: oggi il peso di un personaggio pubblico si misura sempre di più anche nella capacità di muovere pubblico fuori dai circuiti tradizionali. Non solo televisione, non solo stampa, ma comunità digitale, riconoscibilità, trasferibilità del seguito da una piattaforma all’altra. E infatti il passaggio dal web al teatro, insieme all’idea di un nuovo podcast capace di raccogliere l’eredità di “Falsissimo”, va letto proprio così: costruire un ecosistema personale, una macchina autonoma in cui il brand Corona continua a vivere, replicarsi, reinventarsi.

Dentro questo schema c’è anche la seconda stagione di “Io sono notizia” per Netflix e un nuovo libro. Progetti che raccontano una fame di scena mai domata e una lucidità notevole nel presidiare linguaggi diversi. Corona si muove come uno che ha capito perfettamente che oggi non basta avere visibilità: bisogna moltiplicarla, modularla, trasformarla in prodotti diversi, tenendo vivo il conflitto che alimenta l’attenzione.

La tentazione politica e il mito dell’uomo contro il sistema

Ed è forse proprio qui che si innesta la tentazione politica. Perché il personaggio che si racconta come nemico dei media tradizionali, smascheratore di meccanismi, interprete di un malcontento diffuso e capace di parlare “alla gente” è già, in qualche modo, una figura che si muove sul confine tra spettacolo e consenso. Corona lo sa e infatti non chiude la porta. Anzi, la socchiude con intenzione. Il suo messaggio è semplice: se muovo questi numeri, se raccolgo questo tipo di reazioni per strada, se mi viene attribuito un potenziale elettorale non marginale, perché dovrei fingere di non pensarci?

Naturalmente dentro questa costruzione c’è molto di Fabrizio Corona: l’ego, la provocazione, il gusto di alzare l’asticella e di costringere tutti a reagire. Ma c’è anche un elemento più serio, che riguarda il tempo che stiamo vivendo. In una stagione in cui la politica si è già nutrita di personaggi mediatici, outsider, figure divisive e imprenditori del consenso personale, l’ipotesi di una discesa in campo di Corona non può essere liquidata solo come uno show. Sarebbe forse prematuro, forse improbabile, forse velleitario. Ma non ridicolo per definizione, e questo basta già a dire molto del clima.

Corona si prenota la politica e sfida tutti

Quando poi gli si chiede quale sia il modo per non cadere nella trappola delle fake news, Corona risponde con una frase quasi sorprendentemente lineare: guardare la stessa notizia da più fonti e ragionare, senza lasciarsi convincere in automatico. “A volte basta solo accendere il cervello”, dice. È una chiusura che sembra semplice, quasi banale, ma gli serve perfettamente per ribadire il suo ruolo preferito: quello di chi si presenta non solo come provocatore, ma come uno che invita il pubblico a dubitare del racconto dominante.

Ed è questo, probabilmente, il punto che rende ancora oggi Fabrizio Corona un personaggio così ingombrante. Non perché abbia davvero risolto il problema dell’informazione, né perché sia diventato improvvisamente credibile come leader politico, ma perché continua a occupare lo spazio dove si incrociano spettacolo, rabbia, narrazione antisistema e fame di attenzione. Un posto affollato, rumoroso, spesso tossico, ma evidentemente ancora molto fertile. E lui, lì dentro, si muove come sempre: da protagonista assoluto o, almeno, da uno che pretende di esserlo.