Gabriel Garko torna a parlare del suo passato e lo fa senza più maschere. Ospite di Ciao Maschio, l’attore ha ripercorso gli anni più complicati della sua carriera, raccontando il peso di un’immagine costruita intorno a lui e il modo in cui, a suo dire, la sua omosessualità sarebbe stata usata per controllarlo.
Parole pesanti, intime, dolorose. E che sembrano riportare inevitabilmente al sistema creato negli anni dal produttore Alberto Tarallo, che Garko non cita mai direttamente ma che resta sullo sfondo del racconto. «Oggi posso rendermi conto che forse ho vissuto in una gabbia. Mentre ci vivi non te ne rendi conto», confessa l’attore.
“Mi hanno plasmato quando ero un ragazzino”
Garko racconta di essere entrato nel mondo dello spettacolo prestissimo, quando aveva appena 16 anni. Un’età nella quale, spiega, è facilissimo lasciarsi guidare da chi appare più esperto. «Ho iniziato poi venendo a Roma a 18 anni. Plasmare un ragazzo di quell’età è molto facile».
L’attore spiega di aver creduto completamente alle persone che lo circondavano. «Avevo delle persone di riferimento con cui lavoravo, con cui ho iniziato, che mi dicevano determinate cose. O ci credevo oppure non avevo, come oggi, un’esperienza tale da poter dire sì o no». Poi la frase più dura: «Ho sempre creduto a tutto quello che mi veniva detto. Ma era tutto un inganno».
Ed è qui che arriva il passaggio più forte dell’intervista. Garko racconta che la sua omosessualità sarebbe diventata uno strumento di pressione psicologica. «È vero che poteva essere un problema, ma diventava un laccio con cui tenermi a bada. Quindi se io mi muovevo un po’ troppo, ritiravano il laccio».
“Le storie finte erano lavoro”
L’attore affronta anche il tema delle relazioni costruite mediaticamente negli anni del successo televisivo. E lo fa con una distinzione molto netta tra vita privata e immagine pubblica. «La gente dice: “Però hai fatto sempre storie finte”. Quello era lavoro. Era parte del lavoro. Parte di tutta la finzione che c’era dietro».
Parole che riaprono inevitabilmente il dibattito su un certo mondo dello spettacolo degli anni Novanta e Duemila, dove l’immagine dell’attore bello, seduttore e latin lover veniva costruita e protetta quasi come un marchio commerciale.
Garko però chiarisce di non avere mai voluto trasformare la sua vita privata in spettacolo. «Non è che l’ho tenuto segreto, perché comunque le persone vicino a me lo sapevano. Però non ho spettacolarizzato. Non mi piace questo. Faccio spettacolo per lavoro. La mia vita non vorrei spettacolarizzarla».
Nel corso dell’intervista parla anche del matrimonio celebrato nel 2023, mantenuto lontano dai riflettori e vissuto con estrema discrezione.
Il dolore per il padre morto durante il Covid
La parte più intensa arriva però quando Garko parla della famiglia e soprattutto del padre, scomparso durante il Covid. Il racconto diventa improvvisamente fragile, quasi trattenuto a fatica. «Durante il Covid purtroppo non è stata una bellissima esperienza. Tante persone l’hanno vissuta come me, perché non hai più modo di vedere la persona. Vai in ospedale, è finito, e poi dopo lo rivedi da morto».
L’attore racconta un rapporto complicato ma profondissimo. «Io e mio padre avevamo un rapporto particolare, conflittuale ma allo stesso tempo di grande rispetto». E poi il ricordo più personale, quello che lo porta quasi alle lacrime.
«Mio padre era una persona molto aperta di testa. Quando ha saputo che ero omosessuale mi ha detto: “Potevamo immaginarlo che tra te e quella persona non c’era una semplice amicizia”». Ma soprattutto una frase semplice, quasi disarmante: «L’importante è che tu abbia la salute».
Aveva 17 anni, racconta Garko. «Sono ricordi belli, ma comunque tosti». E forse è proprio lì che finisce davvero la lunga gabbia di cui ha parlato: non nei salotti televisivi, ma in quella frase pronunciata da un padre che aveva già capito tutto.







