Le lacrime di Sal Da Vinci, i fischi a Israele e il caos dietro le quinte: cosa è successo davvero nella notte dell’Eurovision 2026

Dara vince Eurovision

A bocce ferme, la sensazione è che l’Eurovision Song Contest 2026 sia stato molto più di una gara musicale. Dietro le luci della Wiener Stadthalle, dietro i fuochi, i coriandoli e il trionfo bulgaro di Bangaranga, resta una finale nervosa, politica, emotiva. Una di quelle notti che lasciano addosso adrenalina e macerie insieme.

E in mezzo a tutto questo c’era anche Sal Da Vinci, arrivato a Vienna da favorito romantico dell’Italia e uscito con un quinto posto che sa contemporaneamente di grande risultato e occasione sfumata.

Le lacrime di Sal dietro il palco

Subito dopo il verdetto finale, dietro le quinte, Sal Da Vinci è rimasto in silenzio per diversi minuti. Nessuna scenata, nessuna rabbia. Solo occhi lucidi e quell’espressione sospesa di chi aveva davvero iniziato a credere nel colpo grosso.

La sua Per sempre sì aveva emozionato l’arena. La standing ovation dopo l’esibizione era stata reale, fortissima. Anche dentro la delegazione italiana, col passare dei voti, qualcuno aveva iniziato a pensare che il sorpasso potesse davvero arrivare. Invece la classifica finale ha lasciato l’Italia fuori dal podio, dietro Bulgaria, Israele e Romania.

E Sal, appena rientrato dietro il palco, avrebbe abbracciato a lungo i suoi collaboratori prima di lasciarsi andare a qualche lacrima. Un momento molto intimo, raccontano dalla delegazione italiana, soprattutto perché il cantante napoletano aveva vissuto questa avventura come qualcosa di profondamente personale.

Il famoso curniciello napoletano regalato dal ministro del Turismo Gianmarco Mazzi non ha portato fortuna fino in fondo. Ma attorno a Sal, anche dopo la sconfitta, l’affetto è rimasto enorme. Non a caso il cantante sarà tra le voci dell’evento del 5 giugno all’Arena di Verona per sostenere la candidatura della canzone napoletana come patrimonio culturale immateriale dell’Unesco insieme a Gigi D’Alessio, Massimo Ranieri, Serena Rossi e Placido Domingo.

I fischi contro Israele e il gelo nell’arena

Ma la musica, quest’anno, è stata soltanto una parte della storia. Perché la presenza di Israele ha trasformato l’Eurovision in un campo minato politico. Già durante la prima semifinale il cantante israeliano Noam Bettan era stato contestato da parte del pubblico con cori “Stop al genocidio”. E la tensione non si è spenta nemmeno durante la finale.

Anzi. Al momento dell’assegnazione dei voti, dentro la Wiener Stadthalle sono partiti chiaramente dei fischi ogni volta che Israele scalava la classifica. Un clima pesante, quasi irreale, che l’EBU ha tentato disperatamente di contenere per tutta la settimana viennese.

Nel pomeriggio, intanto, nel centro di Vienna erano scese in piazza circa tremila persone per una manifestazione pro Palestina. Presente anche l’ambasciatore palestinese Salah Abdel Shafi, che aveva definito l’Eurovision «una vergogna» e «un tentativo di normalizzare il genocidio».

Dietro le quinte molti artisti europei evitavano apertamente di parlare del tema davanti alle telecamere. Altri invece non nascondevano il disagio. La sensazione generale era quella di un Eurovision attraversato da una tensione politica mai davvero controllata.

La frase della cantante ucraina e la gaffe sulla Russia

A peggiorare ulteriormente il clima ci ha pensato Martin Green, produttore esecutivo dello show, finito nella bufera per alcune dichiarazioni sulla Russia. Rispondendo alle domande dei giornalisti, Green aveva spiegato che Mosca non era stata esclusa direttamente per la guerra ma perché la rete russa non avrebbe dimostrato sufficiente indipendenza dal governo Putin.

Una frase che ha scatenato il caos nella sala stampa internazionale. Tanto che poche ore dopo è arrivata la parziale retromarcia ufficiale dell’EBU. Ma il danno ormai era fatto.

E proprio sul palco è arrivata una delle immagini più simboliche della serata: la concorrente ucraina che, davanti a milioni di spettatori europei, ha chiuso il suo intervento gridando «Slava Ukraini». Gloria all’Ucraina. Una frase breve, secca, che ha immediatamente incendiato social e arena.

Il trionfo di Bangaranga e un Eurovision sempre più politico

Alla fine a vincere è stata Dara con Bangaranga, una performance perfetta per il linguaggio dell’Eurovision contemporaneo: elettronica balcanica, caos controllato, ritmo ossessivo e un palco trasformato in una gigantesca rivolta pop.

Ma il giorno dopo, più della musica, restano le immagini. Le lacrime silenziose di Sal Da Vinci. I fischi nell’arena durante i voti a Israele. La tensione dietro le quinte. Le proteste nelle strade di Vienna. E la sensazione che l’Eurovision, ormai, sia diventato molto più di un semplice festival musicale.